HUMILITAS - papa Luciani
Anno XXIII - ottobre 2006 - n. 4

Una tigre può dormire, una madre no

#2 Una luminosa giornata terrena

#3 L'ultima Tiara

#4 I suoi originali commenti

#5 Papa Giovanni Paolo I e la famiglia

#6 Ghisel in festa "Festa della famiglia 2006"

#7 Il Voglio di Suor Bertilla

#828° anniversario dell'elezione di Giovanni Paolo I

#9 Verso le Beatificazione

#10 La parola al Direttore

#11Incontri culturali

Pensieri e poesie

Per conoscerlo
sempre meglio

 

.: Una tigre può dormire, una madre no
Una legge che condanna a morte legioni di creature

di Albino Luciani

 
la madre di Papa Luciani   Leggo oggi (14 febbraio) che ai funerali del commissario Vincenzo Rosano, ucciso a freddo da tre banditi, il cardinale Pellegrino ha chiamato “iniqua e disumana” la legge che autorizza l’aborto. Ciò mi ha fatto venire in mente quanto lo stesso cardinale, venuto a trovarmi a S. Vito di Cadore due anni fa, m’aveva detto: «Per il divorzio è andata come è andata, ma l’aborto è cosa diversa. A costo di trattare con i comunisti, i cui elettori sono in gran parte gente familiarmente sana, dobbiamo cercare di batterci più a fondo». Io avevo approvato, anche circa il trattare con i comunisti, benché non vedessi bene il modo e la via per farlo, non potendo noi usare il canale di un qualsiasi partito e non sapendo quali contropartite offrire senza cedere sui principi. Come tutti sanno, i comunisti, dopo qualche incertezza, hanno scelto la strada abortista, pur distinguendosi da altri più esagerati e spinti. Il card. Pellegrino, però, la sua battaglia l’ha fatta, pronunciandosi tante volte con il cuore e la fermezza di un campione della fede. «Sono esterrefatto – ha scritto tra l’altro – a che punto siamo arrivati? Dopo tanto protestare contro chi dispone a suo arbitrio della sorte dei deboli, dopo tante campagne a favore di handicappati, di spastici, di sottoproletari e sottosviluppati, contro la pena di morte, l’ergastolo e il trattamento disumano dei detenuti, si prepara ora una legge che condanna a morte legioni di creature incapaci di difendersi, non solo per non mettere in pericolo la vita della madre, per non pregiudicarne la salute fisica o psichica, ma per consentire (tanto vale parlarne chiaro) di godersi gli aspetti piacevoli dell’esistenza evitando pesi e responsabilità. Ed è triste dover constatare che a progetti di questo genere, di carattere tipicamente borghese, convengano largamente uomini e donne che militano in formazioni politiche opposte».

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    Per motivi diversi, mi è piaciuta molto la posizione dell’on. Bucalossi. Deputato repubblicano laicista, avrebbe potuto assentarsi o votare in segreto contro la legge; ha, invece, preferito esprimere pubblicamente quello che pensava. E cioè: che la legge «dichiara che non è vita quello che invece è vita umana, frutto del concepimento», che egli non approva l’aborto eugenetico, forma arcaica, presente nella costituzione di Sparta, mentre «uno dei dati apprezzabili del cristianesimo è di aver appunto assunto ad oltranza la difesa della vita»; che la legge sull’aborto «è una manifestazione dell’egoismo umano sempre più imperante, legato ad una società che va rompendo tutti i vincoli di solidarietà umana, sociale». Accanto alle dichiarazioni, e più efficaci delle dichiarazioni, i fatti.

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   Ne cito uno solo: il card. Colombo, arcivescovo di Milano, ha aperto di recente il processo di beatificazione di Gianna Molla Beretta. Laureata in medicina e specializzata in pediatria, dopo aver dato alla luce tre figli, alla quarta gravidanza le proposero un intervento chirurgico con questo dilemma: c’è un fibroma; o salvare te o salvare il bambino. «Preferisco la vita del mio piccolo», rispose, ben conscia di ciò che l’attendeva e sapendo che, trattandosi di aborto indiretto, autorevoli teologi non lo proibiscono. Partorì una bimba sanissima il 21 aprile 1962, ma sette giorni dopo moriva, immolandosi meditatamente. È un caso-limite eroico; il dilemma molto più frequentemente è un altro: o salvare il bambino o sottrarsi al disagio della gravidanza, evitare le spese e le fatiche di un nuovo figlio da allevare, rinunciare alla propria libertà, andare incontro, se ragazze madri, a incomprensioni di una società, purtroppo ipocrita, e ostile, eccetera. Diciamolo subito: questa società fa troppo poco per aiutare i casi difficili; gli stessi cristiani sono spesso impietositi, non abbastanza comprensivi e soprattutto carenti di interventi cordiali, pronti ed efficaci a favore di madri in difficoltà; la “promozione umana” avrebbe qui largo spazio su cui esercitarsi. E assieme alle madri, aiuterebbe gran numero di giovani vite. Perché qui è il punto: l’embrione è un vero essere umano, fornito di vita propria e di individualità distinta da quella della madre, anche se dalla madre dipende nel tempo della sua esistenza intrauterina. E ciò fin dal primo istante della concezione: la questione del momento in cui l’anima viene infusa, in pratica, non influisce sul nostro modo di comportarci: un cacciatore è omicida se spara, anche nel caso che sia incerto se ciò che vede agitarsi dietro la siepe è solo una lepre o un bambino. Essendo un uomo, il feto è soggetto di diritti naturali; anche in base ai codici civili, per ricevere eredità e donazioni gli basta essere concepito. Chi dunque lo espelle dall’utero, lo priva delle condizioni necessarie per vivere, allo stesso modo di chi, chiudendo fortemente la gola ad un uomo, gli impedisce di respirare e lo strangola.

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   «Quinto, non uccidere!” intima Dio. A tutti, ma in modo particolare alle madri, le quali meno che qualunque altro possono avere il cuore di accampare pretesti per disfarsi della loro creatura. «Nei miei confronti il feto – dice qualcuna – è aggressore ingiusto: ho il diritto di difendermi». Invece, il feto è sempre un innocente, che non ha chiesto di venire a questo mondo ed è incapace di volere del male a qualcuno. Se si dovesse giudicare solo in base all’interesse, certo, poveri piccoli embrioni, voi pesereste poco sulla bilancia. Ma se il criterio supremo di tutto diventa solo l’interesse, dove va questo povero mondo? Va verso la morale di Sparta, della rupe Tarpea, di certi popoli primitivi che uccidevano i bambini solo perché nati durante un temporale o in certi giorni giudicati nefasti o perché di sesso femminile o perché malaticci! E dire che la stampa osa presentare la legge sull’aborto come un progresso, un passo avanti del nostro paese sulla via della civiltà e del progresso!

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   In questa maniera, si scrive, saranno tolti o diminuiti gli aborti clandestini. Ma l’esperienza di altri stati abortisti prova che, fatta la legge, gli aborti clandestini non sono diminuiti, ma aumentati. Una legge di questo genere, infatti, toglie un nuovo freno alla moralità ed incentiva relazioni sessuali colpevoli. Però, nonostante tutto, una volta spuntata la nuova vita, la donna infedele, la ragazza madre ed altri interessati non hanno nessuna voglia di rendere pubblico quanto è avvenuto, non si fidano del segreto professionale di ospedali o cliniche comuni, ricorrono alle “altre” cliniche. Del resto, si riconosce abbastanza spesso che un aborto, in ogni caso, produce alla donna un trauma per lo meno psichico. Si può essere sfrontate quanto si vuole, e gridare nei cortei che la donna può fare quel che le pare del “suo” feto. La legge di Dio scritta nel cuore non si cancella e si fa sentire presto o tardi. La tigre che, sbucata dalla foresta, ha azzannato un bambino sul campo e se l’è divorato, può sdraiarsi e dormire tranquilla nella sua tana. Una madre, no.

   Opera Omnia 8.116-118
   Settembre 1977
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--- SIMPATIA ---

    “Hai attirato sul Vicario di Cristo in terra, un’ondata di simpatia”. Così gli “scrive” don Licio, richiamando la sua “luminosa giornata terrena” (pag. 3). Simpatia significa soffrire insieme, ma anche, come in questo caso, sincera ammirazione e intima cordiale sintonia, che si fanno fiducia ed affetto filiale. Proprio stamane la mia colf mi comunicava, con lo stile dei semplici, la sua gioia per aver visto alla TV una ripresa di papa Luciani, mentre ripeteva il sonetto di Trilussa sulla fede. Ne era visibilmente commossa come avesse visto uno di famiglia. Simpatia dunque. A cominciare da quello che Guido Buzzo (pag. 4) definisce “il gran rifiuto di Giovanni Paolo I”, la rinuncia cioè alla Incoronazione ed alla Tiara, per continuare dal suo modo dimesso di “fare il Papa”, di parlare interloquendo con i bambini, di seminare letizia in un contesto sociale carico, allora come oggi, di forti tensioni e di angosciosi interrogativi. Ha fatto bene Loris Serafini (pag. 16) a riprendere, nel titolo del suo libro, quel “Papa del sorriso” che emerse come naturale definizione di Lui, da chi, in quei trentatre giorni, ebbe la sorte di vederlo ed ascoltarlo: “Il sorriso di Dio - commentò Giovanni Paolo II - portato sulla terra”. Sorriso cioè speranza, gioia di vivere, incoraggiamento. Sorriso che, da allora, ha davvero illuminato il servizio dei Successori di Pietro e che ritroviamo oggi nel volto di papa Benedetto. A monte, come sorgente di questa simpatia, in Giovanni Paolo I fu la povertà, “vissuta - precisa don Giorgio, scrivendo delle Beatitudini (pag. 11) - come disposizione globale della persona al progetto di Dio”. “Quante volte, parlando di se stesso, si definiva: “Il povero Papa!”. E non era una frase ad effetto, era convinzione, atteggiamento interiore, stile di vita. Era lui. Era il modo di sentire che annotava in sr. Bertilla: “Tutto per Gesù, il resto è niente” (pag. 8). “Non ebbe tempo di scrivere un’Enciclica” (Vazza pag. 5). Lo è, ricca e preziosa, questa ondata di simpatia che ha attirato sul papato e che ancora attraversa la storia.
Mario Carlin

 

.: Una luminosa giornata terrena

Il Gruppo ACR della parrocchia dell’Ara Coeli di Vicenza che ha trascorso una settimana all’Oasi Bethlehem.Tu nella mia chiesa ci sei stato trent’anni fa e una immagine dipinta da Giovanni Galli ti ritrae mentre sorridente saluti e benedici la gente dall’alto. Il quadro mi venne consegnato da Mike Buongiorno il giovedì santo 1981, portato dall’artista di Besana Brianza, che d’impulso e durante la notte aveva ripreso sulla tela la tua giornata terrena: con l’alba di Canale d’Agordo, la mattinata a Belluno e Vittorio Veneto, il pomeriggio a Venezia e il tramonto a Roma. Naturalmente i luoghi riflettono i colori e le diverse tonalità della luce nell’arco del giorno e una grande stella sembra richiamare non solo il tuo cognome con lo stemma vescovile, quanto l’Amore travolgente che il Signore elargisce ai suoi figli più docili, per farne degli autentici capolavori di umanità. L’altro giorno, una ragazza del paese che frequenta la scuola d’arte, è venuta a studiare e a fotografare il dipinto. In chiesa c’è anche una tela del ’600 di buona fattura e qualche altro pezzo di un certo interesse, ma la scelta di studiare la tua “Giornata terrena” è stata immediata. In tutta confidenza ti potrei dire che anche se l’interesse e la scelta avevano una precisa motivazione scolastica, oso sperare che qualche beneficio di altro genere possa accompagnare la fatica della giovane studentessa. Perché tu con la scuola hai sempre avuto un rapporto speciale. Da giovanissimo eri uno scolaro “iperattivo” da sette in condotta, poi un divoratore di libri appassionato e tenace, un insegnante ideale e un comunicatore eccezionale. Oggi la scuola risente delle crisi e delle contraddizioni di una società quanto mai complessa e disorientata. Pensa che in un paese non molto lontano dal mio, la scuola elementare conta 19 frequentanti in due pluriclassi e tutti Rom, mentre gli altri ragazzi residenti nel Comune si sono iscritti altrove. Come dire che i nomadi sono diventati residenti e gli stanziali itineranti. Un pendolarismo che non incoraggia l’integrazione da tutti auspicata e una ghettizzazione che chiude le porte alle diversità come provvidenziali risorse di cultura. Quando nei mesi scorsi abbiamo assistito al clamore e alle agitazioni per la citazione equivocata di Benedetto XVI, ho pensato alle difficoltà che ogni Papa si trova ad affrontare: Giovanni Paolo II ha lavorato e sofferto per convincere il mondo che quando una ideologia si pone contro Dio va alla fine contro l’uomo, la sua libertà e la sua dignità. Adesso ci troviamo a fare i conti con l’Islam e giustamente il Papa coltiva il dialogo e indica a tutti la strada maestra della reciproca conoscenza e del rispetto; ma ci chiede di non rinunciare mai alla nostra identità di cristiani cattolici. A te la provvidenza ha riservato un ruolo strategico di collegamento: da Papa tu ci sei stato solamente mostrato, ma hai attirato sul Vicario di Cristo in terra una ondata di simpatia. L’umiltà, la sofferenza e la saggezza del Papa di oggi fa ben sperare in un domani migliore. Con affetto.
D. Licio


.: L’ultima Tiara


Papa Paolo VI con la tiara sul capo    I romani Pontefici fino a Paolo VI venivano “incoronati” con la Tiara, una specie di corona con tre cerchi che significavano il potere temporale e spirituale Vicario di Cristo, Rettore dell’Orbe. La Tiara doveva essere importante e di effetto per cui veniva realizzata con materiali pregiati e con decorazioni barocche. Quando l’Arcivescovo di Milano, cardinale Giovanni Battista Montini venne eletto Papa e assunse il nome di Paolo VI i fedeli dell’arcidiocesi ambrosiana vollero donare al loro Arcivescovo la Tiara. Si rivolsero alla Scuola d’Arte Sacra “Beato Angelico” di Milano, specializzata nella progettazione e realizzazione di oggetti sacri. E qui lo scultore maestro prof. Renato Valcavi progettò e realizzò, come disse, una Tiara di uno stile tutto nuovo, aerodinamico avendo presente l’era dei razzi vettori delle navicelle spaziali, delle astronavi. A papa Montini piacque molto la nuova Tiara, accettò il dono di Milano e venne incoronato con questa Tiara che stupì i telespettatori di tutto il mondo per la novità e la bellezza. Il professor Valcavi frequentò per molti anni Santo Stefano di Cadore durante le stagioni estive, in quanto paese natale della moglie. Eletto Papa il patriarca di Venezia, cardinale Albino Luciani che assunse il nome di Giovanni Paolo I, al momento del suo insediamento sulla cattedra di Pietro ebbe il coraggio di prendere una posizione controcorrente e di rifiutare l’incoronazione con la Tiara. Chiese con fermezza di indossare come copricapo la semplice mitra. Così fu. Iniziò una nuova stagione nella Chiesa con umiltà. Il “Gran rifiuto” dell’umile Giovanni Paolo I.

Guido Buzzo

.: I suoi originali commenti

Camposcuola ACR della parrocchia di Villatora, diocesi di Padova, effettuato nella casa “Oasi” del Centro Papa Luciani.Nel breve suo pontificato, papa Luciani non ha avuto il tempo di scrivere un’Enciclica. Ci ha lasciato solo i suoi discorsi occasionali e in particolare quelli delle quattro udienze generali. Ma da Vescovo ha saputo illustrare, col suo stile originale, varie Encicliche dei Papi suoi predecessori. Innanzitutto le prime due Encicliche di Paolo VI: Ecclesiam suam del 1964 e Mysterium Fidei del 1965. Commentando l’Ecclesiam suam, là dove parla della sua missione di salvezza, Luciani scrive: «Lo spirito di Cristo è appunto questo. Egli condannerà, è vero, chi colpevolmente non ha voluto credere, ma alla fine del tempo concesso in prova; prima di quel giorno, nel campo del mondo, sono lasciati crescere insieme sia il grano che la zizzania, quelli che sono nella verità e gli erranti. E poi egli si dichiara mite e umile, venuto per servire e non per farsi servire, col metodo del servo: la canna incrinata non la spezzerà e il lucignolo fumigante non lo spegnerà». (Mt. 12-20) Commentando la Mysterium Fidei, che è la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, scrive: «L’Eucaristia ricorda il sacrificio del Calvario, lo ripresenta, è pasto sacro che unisce la Chiesa a Cristo e alla Trinità, che unisce i fedeli tra loro in una celebrazione che è anche preannuncio del banchetto del cielo». E continua: «Non conviene presentare la Messa Festiva nella visuale angusta e legalistica del solo precetto... I fedeli prima devono comprendere il motivo per cui la Chiesa li convoca ogni domenica. Bisogna amare la Chiesa, ma prima quella parrocchiale: è questa che ogni giorno vediamo, che ci tocca e ci commuove coi ricordi, coi problemi, colla vita dei nostri vicini». Poi scendendo al pratico, scrive ancora: «Dal Tridentino in qua, la Messa-tipo era la Messa letta... D’ora innanzi, il modello ideale, sarà la Messa con assemblea che canti... Chi legge scandisca bene le parole al microfono, si prepari... E l’omelia? S. Gregorio Magno, papa, ai fedeli che si lamentavano che l’omelia era lunga, rispose che preferiva abbreviare la liturgia eucaristica, piuttosto che il tempo in cui Dio ci parla e noi lo ascoltiamo». Altre Encicliche di Paolo VI, Luciani ha saputo commentare: la Populorum progressio (1967), e L’Evangelii nuntiandi (1975). Della Populorum progressio, Luciani scrive: «Due figlioletti di una stessa famiglia non possono essere lasciati andare per la strada, uno lacero e affamato, l’altro pasciuto ed elegante. Ebbene, nella famiglia umana, sopra interi continenti, innumerevoli sono gli uomini e le donne tormentati dalla fame, innumerevoli i bambini sottonutriti... Due terzi degli uomini stanno male, perché mangiano poco, l’altro terzo sta male, perché mangia troppo». E continua: «Quei popoli poveri, prima non sapevano di essere poveri, adesso sanno: hanno veduto, sentito, fatto confronti, hanno preso coscienza che c’è un abisso tra loro e le nazioni superindustrializzate. Cominciano a parlare di ingiustizia e di sfruttamento, a organizzarsi tra di loro, ad avanzare rivendicazioni e non avendo nulla da perdere, hanno tutto da sperare e da guadagnare in una futura rivoluzione ». Questo futuro non è già arrivato?!... Dell’Evangelii nuntiandi, Luciani commenta: «L’evangelizzazione è il problema tra i più grossi della Chiesa di oggi, cosi la promozione umana. Dopo il Concilio, alcuni misero troppo l’accento sulle realtà terrestri, dimenticando il primato dello spirituale e la distinzione tra divinizzare e umanizzare... Un po’ alla volta, la salvezza cristiana parve più che come dono dall’alto, una mera conquista umana e politica». E continua: «La promozione umana integrale e la piena liberazione dell’uomo vi saranno solo quando, secondo il disegno salvifico di Dio, tutte le cose saranno riunite sotto un unico capo, Cristo». (Ef. 1-10) Conclude: «Passano le cose di questo mondo. Il vero destino dell’uomo non si esaurisce nel suo aspetto temporale, ma sarà rivelato nella vita futura». Una conclusione piena di speranza.
Cesare Vazza

.: Papa Giovanni Paolo I e la famiglia

la famiglia di papa Luciani    Al Vespro di sabato 26 agosto 1978, la grande folla radunata in Piazza San Pietro, per assistere alla fumata bianca, a conclusione del Conclave che avrebbe dato alla Chiesa il successore di papa Paolo VI, salutava festosamente nel cardinale Albino Luciani, Patriarca di Venezia, il novello Vicario di Cristo, che aveva assunto il duplice nome di Giovanni Paolo I. Più volte si è posto in risalto, sulle pagine di questa rivista, che Giovanni Paolo I in 33 giorni di pontificato non ebbe a compiere atti rilevanti connessi con il suo ministero di Supremo Pastore del gregge di Gesù Cristo, se non quelli legati all’avvio del ministero petrino. Ai primi di luglio di questo anno 2006 si è tenuto a Valencia (Spagna) il V Incontro Mondiale delle Famiglie, organizzato dal Pontificio Consiglio della Famiglia. All’incontro ha partecipato il papa Benedetto XVI che nei discorsi pronunciati in terra spagnola ha tenuto una vera catechesi sull’importanza della Famiglia nella vita della Chiesa e della società umana. In relazione a questo incontro mondiale va ricordato come Giovanni Paolo I durante i 33 giorni del pontificato, il 21 settembre 1978, ebbe a ricevere in visita “ad limina” i Vescovi della XII Regione Pastorale degli Stati Uniti d’America. Il discorso pronunciato a questi Vescovi statunitensi può essere giustamente definito il più autorevole insegnamento che papa Luciani abbia pronunciato sulla famiglia, tanto che giova riportare la sintesi, o qualche passo dell’intervento del defunto Pontefice. Il tema che fece da filo conduttore al discorso di papa Luciani è da condensarsi in queste parole: «La santità della famiglia cristiana è uno dei mezzi più adatti per produrre il sereno rinnovamento della Chiesa così vivamente auspicato dal Concilio Ecumenico Vaticano II». A riguardo della famiglia, Giovanni Paolo I, sottolineava anzitutto il suo carattere di comunità d’amore, che unisce la coppia e procrea nuove vite, rispecchia l’amore divino, ed è effettivamente una partecipazione al patto d’amore tra Cristo e la Chiesa. Papa Luciani incoraggiava i genitori nel loro ruolo di educatori, definendoli i primi e migliori catechisti che insegnano ai loro figli l’amore di Dio e del prossimo. In relazione a ciò sottolineava anche l’importante compito dei genitori di favorire le vocazioni ecclesiastiche, ricordando che il germe della chiamata al Sacerdozio (o alla vita religiosa) si nutre della preghiera familiare, dell’esempio di fede e del sostegno dell’amore. Giovanni Paolo I poneva in rilievo la forza e la possibilità che le famiglie possiedono per la santificazione del mondo, rammentando che la partecipazione del laicato e delle famiglie alla missione salvifica della Chiesa, è un elemento determinante e importante. Rivolgendosi più direttamente ai confratelli vescovi, papa Luciani, insisteva sull’importanza del ministero sacerdotale a sostegno e difesa della famiglia, attraverso la predicazione della Parola di Dio e la celebrazione dei Sacramenti, sorgente di forza e di gioia. Il Papa ricordava che è sommo dovere dei vescovi incoraggiare le famiglie nella fedeltà alla legge di Dio e della Chiesa, proclamata in tutte le sue esigenze. A questo punto del suo discorso il Papa non mancava di sottolineare l’importanza dell’indissolubilità del Matrimonio cristiano. È doveroso a tale riguardo riportare le stesse parole del Pontefice: «Benché sia una parte difficile del nostro messaggio dobbiamo annunciarlo fedelmente, come parte della Parola di Dio. Al tempo stesso stiamo vicini alla nostra gente nei suoi problemi e nelle sue difficoltà. Deve sempre sapere che noi l’amiamo». Concludendo il suo discorso, papa Luciani, esprimeva ammirazione ed elogi per tutti gli sforzi che si vanno facendo al fine di salvaguardare la famiglia come Dio l’ha costituita e la vuole; manifestava il suo incoraggiamento a quanti si adoperano per la preparazione delle coppie al matrimonio cristiano, e a quanti operano nei tribunali ecclesiastici per la tutela del vincolo matrimoniale, come è proposto dagli insegnamenti di Cristo Signore e della sua Chiesa. È opportuno citare la stessa conclusione dell’intervento nel quale, papa Luciani, così si esprimeva: «Attraverso la preghiera familiare, la “Chiesa domestica” diviene una realtà effettiva che porta alla trasformazione del mondo. Tutti gli sforzi dei genitori di installare l’amore di Dio nei figli e di aiutarli con l’esempio della fede costituiscono una delle norme più rilevanti che dobbiamo tener presente e stimolare nel nostro apostolato di Maestri e Pastori del XX secolo». Possiamo dire che in questo discorso, Giovanni Paolo I, affrontò tutto ciò che è connesso e collegato con la vita familiare. Anche se il discorso era rivolto ad un gruppo di Vescovi, di una specifica Chiesa locale, quale quella presente e operante negli Stati Uniti d’America, tuttavia, l’intervento si rivela interessante, importante e decisivo, in quanto costituisce un autorevole intervento del magistero pontificio sulle problematiche generali che ogni famiglia porta con sé in ogni paese e regione, cultura e nazione. Sette giorni dopo questo intervento sulla famiglia, nella notte del 28 settembre 1978, papa Luciani, improvvisamente si addormentò nella pace del Signore. Anche se non aveva scritto un preciso documento sulla famiglia, tuttavia, papa Luciani, con questo intervento davanti ad un qualificato consesso, come lo sono i Vescovi, quando convergono a Roma, in visita “ad limina”, ebbe modo di evidenziare quanto sia importante, urgente e necessario “operare per la santità della famiglia” affinché “contribuisca al sereno rinnovamento della Chiesa”. Dal cielo ora papa Giovanni Paolo I sia potente intercessore presso Dio perché, come auspicato nell’incontro mondiale di Valencia, le famiglie cristiane «siano luogo privilegiato per operare la trasmissione della fede dai genitori ai figli», e che dalla Famiglia unita venga quel valido apporto per l’edificazione della “civiltà dell’amore”.

Antonio Bartoloni


.: Ghisel in festa
"Festa della famiglia 2006"

Ghisel in Festa   Anche quest’anno si è svolto all’Oasi papa Luciani di Ghisel Agordino l’annuale incontro di giovani e meno giovani che da 27 anni frequentano l’Oasi iniziata sotto la spinta del patriarca Luciani e realizzata da don Ettore Fornezza come luogo di incontro per giovani e per gruppi desiderosi di vivere qualche periodo di estate l’esperienza di Campi scuola per ragazzi adolescenti e giovani e meno giovani capaci di salire il rustico sentiero che porta a Ghisel. Molti ragazzi e ragazze nel silenzio di Ghisel hanno maturato il loro incontro di amore. Quest’anno diverse coppie sono salite all’Oasi anche con prole, da San Martino di Venezia, da Favaro Veneto, da S. Michele di Marghera, da Mazzorbo, da Mestre, e da altri luoghi, e sono arrivati per rinnovare con don Ettore le loro promesse matrimoniali davanti al Signore nella celebrazione dell’Eucaristia alla presenza di circa cento persone che in questi anni guidati dal sorriso di papa Luciani hanno vissuto la loro fede testimoniata con la gioia nel cuore che scaturisce dalla semplicità di chi sperimenta la vita nell’Oasi a Ghisel Agordino.

 

.: Il Voglio di sr. Bertilla

  Cos’ha fatto S. Bertilla? S’è buttata, intanto, al cuore e al centro del cristianesimo: l’amor di Dio e del prossimo. A diciassette anni dichiarava: “Io non temo una vita tribolata, caro Gesù, purché la mia tribolazione sia per voi”. Nei diciannove anni di vita, che le restano, suo primo e dominante lavoro fu di mettere in pratica quella dichiarazione, a costo di qualunque cosa. “Suora dalla testa storta” la chiamò un capo-reparto. Fu invece un pezzo d’acciaio ben diritto per la tenacia e la costanza nell’amare Dio. “Voglio”, “voglio ad ogni costo”, “bisogna proprio”, “sono risoluta col Vostro aiuto”; queste e frasi del genere ricorrono in modo impressionante nei suoi brevi scritti. Suor Bertilla è una, che per anni ha detto ogni giorno: “Voglio amare il Signore, voglio amarlo tanto! Voglio, voglio!”. Per questo è arrivata alla santità.

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   E per amare Dio ha amato il prossimo. Gli ammalati, non solo li assisteva, ma pativa con essi e consacrava loro volentieri sacrifici e tempo. “Accontenta troppo gli ammalati” diceva qualcuno. “Ma vuole morire anche lei?”, osservava una superiora vedendola implorare e piangere per gli ammalati. Quando, nell’ospedale militare di Viggiù (Como), si ruppe una caldaia, suor Bertilla improvvisò di notte un piccolo focolare di pietre in mezzo al cortile e durò ore al freddo per provvedere le borse d’acqua calda a tutti i suoi malati. Al vescovo Longhin, sapendosi vicina a morire, dice: “Sono contenta, sa, eccellenza, mi dispiace solo per il professore, poveretto!”. Per poco non chiedeva scusa al medico di non avergli dato la consolazione di guarire! Fedele, anche qui, a quanto aveva deciso e scritto: “A Dio tutta la gloria, al prossimo tutta la gioia, a me tutto il sacrificio!”.

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   Quando morì, trovarono nella tasca della sua povera e lisa veste il libretto del catechismo di S. Pio X. Non se n’era mai voluta separare. Anche nel 1917, sfollando coi malati a Viggiù, aveva chiesto di portare con sé un’unica cosa: quel catechismo! Vi leggeva: ”...dell’anima dobbiamo avere la massima cura”; “solo salvando l’anima saremo eternamente felici”; “Gesù Cristo volle essere povero per insegnarci a essere umili e a non riporre la felicità nelle ricchezze, negli onori, nei piaceri del mondo”. Confrontate con questa pagina la vita di S. Bertilla; è traduzione vivente. Colla stessa pagina confrontate anche le ultime parole da lei pronunciate; sono più che un’illuminazione splendida del catechismo: “Dica alle suore che lavorino solo per Gesù... Che tutto è niente!”.

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   Dopo l’operazione, appena uscita di narcosi, le prime parole che pronuncia sono: “Su che cosa devo meditare stamattina?”. Poco dopo, sentendo la campana del mezzogiorno: “Su che cosa devo fare l’esame?”. È tale, dunque, in lei l’abitudine di fedeltà al dovere, che la sua volontà risponde al dovere come suono al toccare del tasto, perfino quando si trova tra la vita e la morte.

O. O. 5,376-377

.: Ventottesimo anniversario
della elezione di Giovanni Paolo I

CANALE D’AGORDO - Monsignor Andrich saluta il vescovo di Vittorio Veneto Giuseppe Zenti all’inizio della celebrazione eucaristica.   L’anniversario - quest’anno il ventottesimo - dell’elezione a sommo pontefice del Servo di Dio Albino Luciani col nome di Giovanni Paolo I è stato celebrato in Diocesi di Belluno-Feltre in due luoghi dall’alto valore simbolico. Sabato 26 agosto, alle 11.30, monsignor Giuseppe Andrich ha presieduto a Punta Rocca, sul massiccio della Marmolada, la Santa Messa nello stesso luogo dove nel 1979 era salito Giovanni Paolo II per ricordare il suo predecessore al soglio di Pietro. Un intreccio di ricordi dei due Papi ha costituito la trama dell’omelia del vescovo: da Giovanni Paolo II, che ventisette anni prima da quel luogo aveva invitato tutti i presenti ad innalzare lo sguardo a Maria, «sguardo che va oltre e travalica le più alte cime», a Giovanni Paolo I, che il 26 agosto di ventotto anni fa, nel tardo pomeriggio, levava gli occhi della sua anima in alto prima di pronunciare la parola «accetto» e diventare così Sommo Pontefice. Un invito ad alzare lo sguardo e a levare gli occhi «a cercare l’aiuto sicuro, adeguato ai problemi» è stato pronunciato anche da monsignor Andrich soprattutto sul tema della pace. A questo proposito, il Vescovo ha fatto sue e riproposte le parole dell’Angelus del 10 settembre 1978 pronunciate da Papa Luciani e ha proseguito: «Ricordando tutti i caduti su queste montagne 90 anni fa, preghiamo per le vittime troppo numerose delle violenze della guerra; preghiamo perché non ci siano vittime tra le forze di pace dell’Onu e i tremila italiani: sarebbe una tragedia veder punita la fattiva volontà di portare pace». Nel pomeriggio, alle 16, nella chiesa arcipretale di san Giovanni Battista in Canale d’Agordo ha presieduto la Santa Messa monsignor Giuseppe Zenti, vescovo di Vittorio Veneto, successore di Albino Luciani in quella Diocesi. Monsignor Andrich gli ha dato il benvenuto all’inizio della celebrazione, descrivendo la Santa Messa del 26 agosto nella chiesa del paese natale del Papa come «celebrazione di grande risonanza spirituale», vera espressione del sentire ecclesiale dei fedeli. Ha accostato poi l’appuntamento liturgico che si stava vivendo con la celebrazione presieduta nello stesso luogo da monsignor Luciani, fresco di nomina episcopale, il 6 gennaio 1959. Monsignor Zenti, nella sua omelia, ha voluto descrivere uno dei tratti salienti con cui è ricordato Giovanni Paolo I: «Quel sorriso, che ha conquistato il mondo e ha reso più simpatica la Chiesa, era piuttosto il riflesso del sorriso di Dio, padre e madre, come amava definirlo Giovanni Paolo I, verso l’umanità. Una umanità che allora, non meno di adesso, era immersa e come sommersa, in un profondo travaglio. Dio stesso aveva scelto l’umile persona di Albino Luciani perché testimoniasse, con il suo sorriso, bello, limpido e avvincente, il sorriso materno di Dio».
   da “L’Amico del Popolo”, 2 settembre 2006.

.: Sentiamoci interpellati!
Verso la Beatificazione

  La prossima chiusura della fase diocesana del processo di Beatificazione e Canonizzazione del Servo di Dio Albino Luciani, ci interpella ancora una volta e ci induce a guardare dentro di noi per scoprire a che punto è il nostro cammino verso la santità, verso il compimento del disegno del Padre, e cioè che ognuno di noi diventi “conforme all’immagine del Figlio suo” (Rm 8,29).

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Il Sinodo appena concluso nella nostra Diocesi ci ha ricordato che “in ogni condizione e stato di vita è possibile, con la grazia di Dio, arrivare ‘allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo’ (Ef 4,13). La vocazione alla santità è per tutti” (n. 21). Ora, in questo impegno di corrispondere a quanto il Signore ci chiama ad essere, non possiamo non fare riferimento al testo fondamentale evangelico delle Beatitudini, che ci offre la prospettiva di fondo che illumina il programma di ogni vita cristiana. Tutte le Beatitudini descritte da Matteo e da Luca sono, a ben guardare, specificazioni della prima beatitudine, quella essenziale per un autentico rapporto con Dio, essenziale quindi per la santità: intendo dire la povertà vissuta come disposizione globale della persona al progetto che Dio sta compiendo nell’umanità e nella storia.

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Le Beatitudini non vanno percepite come un complesso di norme che, una volta scrupolosamente osservate, mettono in pace il nostro cuore e ci assicurano la salvezza; non sono nemmeno un elenco dei doveri del perfetto cristiano da presentare a Dio un giorno (è un po’ l’atteggiamento economico- fiscale del fariseo: ti ho dato, ora attendo il corrispettivo...). Gesù invece attende da noi, quotidianamente, un atteggiamento religioso totale, propone una generosità e donazione senza riserve ed esitazioni, in piena libertà di cuore e povertà di spirito. Perciò, di conseguenza, il santo non è colui che ha raggiunto una tappa, ma colui che si supera continuamente in amore, donazione, povertà, verso Dio e verso gli altri. Così la Chiesa non ci presenta dei santi (e speriamo in un prossimo futuro di annoverare tra questi anche il nostro “Don Albino”) semplicemente perché diventino il nostro modello, ma in realtà perché essa desidera - attraverso le figure dei santi, la loro vita, le opere, la testimonianza cristiana - presentarci Colui al quale essi si sono configurati: Gesù stesso. Santi saranno allora quelli che hanno avuto la disponibilità a diventare come Lui e maggiormente Gli assomigliano: “imparate da me che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29). E se, per aiutarci a trovare qualche stimolo all’impegno di vita cristiana, ci affideremo un giorno anche alla figura di Papa Luciani, ricordiamoci sempre di cercare in lui l’altra fisionomia, quella del Cristo impressa nella sua vita. Allora davvero la nostra devozione ai santi si trasformerà in ricerca di Cristo. Ogni santo, infatti, desidera che lo imitiamo per imitare Cristo; e certamente con San Paolo ci dice: “Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo” (1Cor 11,1).

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In questo momento importante per la vita della nostra Chiesa particolare, chiediamo al Signore di saper camminare sulla via della santità, che significa impegno ad imitare Gesù, incontrarlo, vivere di lui e testimoniarlo agli altri.
Sac. Giorgio Lise
Vice Postulatore

.: UNA RIFLESSIONE
SUL MATRIMONIO CRISTIANO
La parola al Direttore


   Sono passati,in questi mesi estivi, presso il Centro Papa Luciani tanti giovani, adulti, famiglie, persone consacrate... Mi è venuto spontaneo pensare che dietro a quei volti, a quelle esperienze di vita, a quei giovani e a quegli adulti c’era o c’era stata una famiglia. Sento pertanto il bisogno, di comunicare ai lettori di ”Humilitas” alcune riflessioni sul matrimonio cristiano in un momento storico in cui da più parti si cerca di svilirlo e svuotarlo di significato. Questo argomento, del resto, mi fa sentire tanto vicino a Papa Luciani che sul matrimonio cristiano ha usato espressioni come queste: “Il matrimonio fu da Cristo elevato alla dignità di sacramento appunto per questo: che non fosse muro, ostacolo, ma scalino e aiuto alla santificazione dei coniugati” (Opera Omnia, vol. 2, p.385); oppure, riferendo le parole di un Vescovo tailandese: “occorre che i giovani si accostino al matrimonio cristiano non solo con chiare idee, ma con una vita buona come a una grande vocazione alla santità nella chiesa” (Opera Omnia, vol. 8, p. 307). Un Giudice della Rota Romana, ha raccontato questa esperienza: “Mi trovavo nel Salvador per una riunione di giudici ecclesiastici. Richiesto di partecipare ad in incontro con coppie di sposi, accettai domandando però che venissero invitati coniugi con matrimoni riusciti, perché non è molto gratificante essere sempre a contatto con situazioni matrimoniali penose, con coppie in crisi; inoltre si rischia di assuefarsi e credere che un matrimonio deve per forza essere in qualche misura “difettoso”, deve avere una vita difficile; e questo non è vero! Pensavo, pertanto, che sarebbe stata una riunione ristretta, con poche persone presenti per una “revisione di vita”; mi sono trovato invece in una chiesa molto grande, dove c’erano 5/600 coppie, mano nella mano: coniugi felici, attenti e sereni. Era uno spettacolo meraviglioso: tanti matrimoni vivi, vitali e vivaci che offrivano tutta la forza, la gioia e la speranza della famiglia e della Chiesa. Questo è il matrimonio! L’altra è la patologia del matrimonio; e se è vero che ci sono tante richieste di nullità, è molto più vero che ci sono tantissimi matrimoni riusciti, validi, autentica speranza dell’umanità e della Chiesa. Perciò è necessario parlare del matrimonio vero, del matrimonio vissuto come intima comunione di vita e di persone. Di conseguenza, dal punto di vista pastorale, bisogna essere attenti anche alle coppie che vivono appieno la loro unione, perché le altre situazioni - pur essendo numerose - sono eccezioni”. Oggi, alla Chiesa, si chiede maggiore attenzione per i matrimoni “veri” e riusciti. Infatti noi abbiamo fatto in passato e facciamo tuttora grandi sforzi scientifici, psicologici, umani per seguire coloro che sono in difficoltà - e questo è giusto e cristiano - ma dobbiamo pensare che è soprattutto il matrimonio vero, quello che vive e palpita in pienezza, che ha bisogno di autentica attenzione. Sarà utile soffermarci allora a riflettere sul matrimonio ponendoci anzitutto una domanda: che cos’è il matrimonio? Diciamo subito che non lo si può definire. E non dobbiamo preoccuparcene perché sembra destino dell’uomo non saper definire le cose che ha più a portata di mano: che cosa è infatti la luce, l’energia, il giorno, la notte? Così è per il matrimonio; ma noi sappiamo che è ben più importante saperlo vivere che saperlo definire. E proprio per saperlo vivere è necessario riflettere su di esso. Ci aiuteremo facendo un parallelo con l’atto più significativo della liturgia cristiana: la S. Messa. È un parallelo che mi piace sottolineare spesso quando celebro matrimoni. Nella celebrazione eucaristica troviamo infatti un momento di catechesi iniziale, a cui segue l’offertorio, la consacrazione, la comunione e, infine, la gioia della gratitudine e del ringraziamento. Ebbene: in questa dinamica eucaristica si può scorgere anche quella del matrimonio cristiano.
(1- continua)
don Giorgio


 

.: Incontri culturali

Magdi Allam al ristorante “Il lauro” con il gruppo organizzatore dell’incontro.   È ripresa con grande partecipazione di pubblico la 13esima edizione degli incontri culturali promossi dal Centro papa Luciani grazie al sostegno della Fondazione Cariverona, del Comune di Santa Giustina e della Provincia di Belluno. Oltre 400 persone hanno partecipato il 22 settembre alla presentazione del libro “Io amo l’Italia, ma gli italiani la amano?” (Mondatori). A confrontarsi con il pubblico l’autore Magdi Allam, vicedirettore ad personam del “Corriere della Sera” e gli spunti dall’attualità non sono mancati: dalle reazioni del mondo musulmano al discorso di Papa Ratzinger, alla morte di Oriana Fallaci, al terrorismo internazionale. L’autore del libro traccia il racconto di una storia d’amore particolare che lo lega all’Italia, anche se Allam “vive un trauma profondo, originato dalla constatazione di un orientamento diffuso tra gli italiani al relativismo culturale, che li porta a farsi sottomettere all’arbitrio dei fanatici, al negazionismo che li induce a disconoscere se stessi e la propria civiltà, al nichilismo che li trascina a suicidarsi mercanteggiando sulle proprie leggi e svilendo i propri valori. Dunque, una storia d’amore per l’Italia, un amore genuino e appassionato che viene ferito dal sentimento, amaro e preoccupato, di resa e di tradimento degli italiani. Di fronte alla minaccia montante del terrorismo islamico e del proselitismo integralista, l’Italia sembra incapace di reagire con la dovuta decisione”. Magdi Allam aveva concluso Lucia Bellaspiga la rassegna culturale dell’anno scorso presentando il volume “Vincere la Paura”, che ha vinto il premio “Grinzane - Sezione saggistica 2005”. Il 27 settembre è stata organizzata una serata in ricordo dello scrittore Dino Buzzati nel centenario della nascita. Lucia Bellaspiga (giornalista di “Avvenire”) ha presentato il suo libro “Dio che non esisti ti prego. Dino Buzzati, la fatica di credere” (Ancora), mentre l’attore e doppiatore Mario Cordovaha letto alcuni brani scelti dello scrittore bellunese. Cordova, tra l’altro, è la voce di Richard Gere, dello Schwarzenegger dei primi grandi successi, di Bruce Willis, di Jeremy Irons. Il 29 settembre il pubblico ha potuto ascoltare la storia di conversione di Pedro Sarubbi, attore, che ha interpretato il ruolo di Barabba nel film “The Passion” di Mel Gibson, ma vanta 30 anni di carriera nel teatro (ha lavorato con grandi come Grotowski e Kantor), nel cinema (“Il mandolino del capitano Corelli”) e nella tv. Nell’occasione ha presentato il suo libro “La Passione di Barabba” (Piemme). Accanto a Sarubbi, S.E. Mons. Luigi Negri (Vescovo Diocesi di San Marino-Montefeltro) che ha proposto una profonda riflessione sui temi della fede e dell’amore.
Michelangelo De Donà


 

.: Pensieri e poesie


ADDIO
PAPA LUCIANI

Er papa der sorriso se n’è annato.
trentatré giorni, er nummero de Cristo,
ma er monno già ce s’era affezzionato,
è stato n’imprevisto...
pe’ li romani, po, papa Luciani
l’aveva abbraccicati de sorpresa
co’ li più belli vezi de Trilussa,
’na simpatia indiscussa
e noi t’aringrazziamo, Omo de Chiesa.
Er popolo de Fede s’inginocchia
ar Prete contadino, de Parrocchia.
Un moccoletto, un fiore,
’na lagrima precipita dar còre
de tutti li romani.
Addio, Papa Luciani!...
 
    Paolo Pesci, 1978!

«Signore Gesù,
tu che ci hai dato
la grande gioia
di venerare
papa Giovanni Paolo I
come Tuo Vicario sulla terra,
e quindi nei Tuoi
inscrutabili disegni
ci hai fatto provare
l’immenso dolore
della sua
inattesa scomparsa,
concedici le grazie
che Ti chiediamo,
affinché, sicuri
della sua intercessione
presso di Te,
possiamo un giorno
venerarlo sugli altari:
allora la sua bontà e umiltà,
proposte ad esempio dei fedeli
saranno un perenne invito
a tradurre nella vita
il suo insegnamento
e a diffondere
serenità ed amore.
Amen».

 

.: Albino Luciani, il Papa del sorriso

la copertina del libro Albino Luciani - Il papa del sorriso di Loris Serafini   Dopo la preziosa documentata “fatica” di Patrizia Luciani nel suo “Un prete di montagna, gli anni giovanili di Albino Luciani” (Edizioni Messaggero Padova, 2003), dallo stesso Editore, nella collana “Testimoni” un’altra voce della sua terra ci aiuta a ritrovare l’amabile figura del Papa del sorriso. Così infatti l’Autore sottotitola il suo libro, senza paura di mettere in copertina una definizione di Lui che a molti è sembrata riduttiva.

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Loris Serafini è giornalista e vive a Canale d’Agordo e pertanto in posizione privilegiata per cogliere la figura del Nostro, particolarmente (ed è la parte più apprezzata dell’Opera) nel contesto paesano nel quale è cresciuto e al quale amava riferirsi spesso nelle sue splendide catechesi.

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Nove agili capitoli, uno stile scorrevole, immediato, ricco di episodi piacevoli ed in parte inediti riguardanti gli avvenimenti e gli usi paesani dell’epoca, il libro di Serafini riporta, in appendice una serie di brevi interventi di Luciani che, a distanza di anni, sono sorprendentemente attuali e di seguito, indovinatissime, brevi spiegazioni di luoghi e personaggi citati nell’opera, perché il lettore possa “vederli” nel contesto storico, socio politico ed ecclesiale appropriato. LORIS SERAFINI - “Albino Luciani. Il papa del sorriso”. Edizioni Messaggero Padova, 2005. Un libro che davvero merita di essere letto.
M. C.