HUMILITAS - papa Luciani
Anno XXII-ottobre 2005-n. 4

I nemici della pazienza

#2 No alla pietà

#3 Ricordo di Vittore Branca

#4 Caro don Albino

#5 Giovanni Paolo I...

#6 I suoi insegnamenti...

#7 Messa a orologio?

#8 Un nuovo capitello e...

#9 Fatima, agosto 1977

#10 Verso la Beatificazione

#11Dal Centro Papa Luciani

#11Una piccola grande suora

 

::: I nemici della pazienza:::
Di Albino Luciani

Il concilio si rifà a san Paolo che ha scritto:“Mariti, amate le vostre mogli come Cristo ha amato la chiesa” (Ef 5,25), spiegando in parole povere: volete avere un’idea della chiesa? Pensate all’amore tenero e sincero di due sposi, allora capirete cosa essaè, quali relazioni ha con Cristo e quanto essa vale! Viceversa, volete capire la tenerezza e la generosità
dell’autentico amore coniugale? Pensate all’amore che Cristo ha portato alla chiesa! Prosegue il concilio:“Ratificato da un impegno e più di tutto sancito da un sacramento del Cristo”, l’amore coniugale dev’essere “indissolubilmente fedele nella
prospera e cattiva sorte, sul piano del corpo e dello spirito, alieno da ogni adulterio e divorzio”. Bellissimo a udirsi. Anche facile da attuare? No: su questo punto il concilio riconosce che è richiesta ai coniugi “una virtù fuori del comune”, che “la fermezza dell’amore, la grandezza d’animo, lo spirito di sacrificio” sono cose che vanno dai coniugi “di continuo coltivate e impetrate con la preghiera”. L’amore coniugale conosce infatti parecchi avversari. E prima di tutto la mobilità del cuore. Chi è prudente sa che bisogna tenere il proprio cuore sotto controllo. Può succedere tuttavia che egli s’illuda di poter talvolta allentare la sorveglianza, permettendo qualche “distrazione”. E dice: “È per un istante solo! Non uscirò dal mio recinto; darò solo un’occhiatina dal di sopra dei cancelli chiusi, così, per osservare come va la vita fuori!”. Si dà invece che i cancelli per caso si trovano aperti, che l’istante diventa un’ora e l’ora diventa tradimento. “Che pensate di fare? Eccitare amore, non è vero? Ma nessuno ne eccita volontariamente senza rimanerne, di necessità, preso; in questo gioco, chi prende è perso... Voglio prenderne, mi dirà qualcuno, ma non troppo. Ahimè... Il fuoco d’amore è più attivo e invadente di quanto sembra; credete di riceverne solo una scintilla e rimarrete stupefatti, vedendo che in un lampo si avrà incendiato
il cuore, avrà ridotto in cenere i vostri proponimenti e in fumo la vostra reputazione”. * * * Altro ostacolo, la monotonia.
Ogni giorno i coniugi sono presi dalle necessità prosaiche della casa; lui poi teme che i suoi amici lo dicano debole, se rinuncia alla partita per far compagnia alla sposa; lei crede di perdere tempo, se sospende le sue faccende per chiacchierare un po’ con lui e così arrivano quasi ad ammettere che nella loro vita affettiva, tutto, press’a poco, sia stato detto, che il loro amore basta rimandi al passato e ai ricordi le proprie manifestazioni. In questa situazione, si corrono dei rischi: quelli dei trenta o quaranta anni, che Paolo Bourget ha così profondamente analizzato nel romanzo Il demone meridiano. Il rimedio è: saper rinnovare il proprio amore: che il marito continui sempre a fare un po’ la corte alla moglie; che la moglie cerchi sempre di lusingare il marito, usando attenzione e attenzioni, gentilezza e gentilezze. “L’amore e la fedeltà, congiunte insieme, generano sempre l’intimità e la confidenza; per questo i santi e le sante sì sono scambiati molte reciproche carezze nello stato coniugale. Così Isacco e Rebecca (la più casta coppia di coniugi del tempo antico) furono scorti attraverso la finestra accarezzarsi in modo tale che, quantunque non ci fosse nulla di indecente, Abimelech si accorse che non potevano essere se non marito e moglie. Il grande re s. Luigi venne quasi rimproverato di eccedere in tali carezze... piccoli doveri richiesti per la conservazione dell’amore coniugale”. * * * Terzo ostacolo, la gelosia, la quale non nobilita l’amore - come talvolta si crede - ma lo umilia e corrompe. “È un modo sciocco di vantare l’amore, il volerlo esaltare con la gelosia; la gelosia è, sì, indice della grandezza e forza dell’affetto, ma non della sua bontà, purezza e perfezione. Infatti, chi ha perfetto amore è sicuro che la persona amata è virtuosa e fedele; chi è geloso dubita della fedeltà della persona amata”. Così san Francesco di Sales, che continua: “La gelosia finisce col guastare la sostanza dell’amore, perché produce contrasti e dissensi”. I quali contrasti e dissensi rappresentano un quarto ostacolo dell’amore coniugale. Anche i migliori tra i coniugi hanno i loro momenti di stanchezza e di malumore, cui bisogna trovar rimedio senza rompere la pace. Lui è corrucciato e scuro? È il momento per lei di illuminarsi di dolcezza. Lei è nervosa e stanca? È la volta di lui di tenersi calmo, aspettando la schiarita. L’importante è che il nervoso di lui e di lei non coincidano nel tempo e si sovrappongano, altrimenti si determina corto circuito, sprizzano lampi, sfuggono parole, certe volte troppo vere, di quella verità triste, che produce delusioni, rancori, ferite segrete. Giustizia vorrebbe - se proprio i brutti momenti non si
possono evitare - che ciascuno dei due avesse il suo turno di brutto carattere. Purtroppo succede talora che uno dei due ne ha il monopolio! In questo caso... all’altro non resta che prendere il coraggio a due mani e cercare di avere il monopolio della pazienza! Opera Omnia 4, 315-319

--- L'ideale ---

C’è chi, parafrasando le prime parole del prologo di Giovanni, ha scritto: “In principio era la famiglia. Cambiamo decisamente il tempo del verbo: In principioè la famiglia”. “Cellula vitale della società”, come è riconosciuta chiaramente dalla nostra Costituzione, ma che oggi appare in molti,in troppi casi, “cellula impazzita” (don Licio pag. 5), la famiglia ha avuto ed ha, sempre più, molti nemici. Il vescovo Luciani li stana con decisione questi nemici della famiglia e li porta, col loro nome preciso, sul banco degli imputati (pag. 1 e 2). Fosse oggi ne metterebbe sotto processo altri ancora. È così che l’ideale del Matrimonio-Sacramento, base e linea guida della vita familiare, appare più alto e più arduo che mai. Luciani direbbe oggi agli sposi quello che diceva a riguardo della vita di preghiera: “Occorre la decisione dell’aquila che si è alzata in volo ed ha continuato senza mai fermarsi fino alla cima. Senza volontà, infatti non si fa niente” (Vazza pag. 3). Senza volontà, aggiungiamo, si arrischia di banalizzare l’ideale e di umiliare la famiglia, così come lo stesso Luciani la fotografa impietosamente con il racconto del “sorcio orbo” (pag. 7). Alto ed arduo, l’ideale della vocazione matrimoniale all’interno della concretezza della famiglia, è però nobilissimo. S. Paolo lo paragona al rapporto di Cristo con la Chiesa (Ef. 5,34) e Luciani è sulla stessa linea. Osserva infatti ad un uomo sposato: “Lei dice a sua moglie: ti amo per un’ora, ti amo fino a domenica? No certo. Anch’io non dico a Dio ti voglio bene per un’ora, ma con il cuore ricco di amore” (Taffarel pag. 8). Per viverlo tuttavia questo nobilissimo ideale occorre fra l’altro “sedersi alla mensa dell’Eucaristia, lasciandosi nutrire dal Signore, nelle prove e nelle delusioni quotidiane” (don Giorgio pag. 13) e, ripartendo da quella mensa, far grandi le piccole cose, dentro la logica dell’amore gratuito. Di Sr. Giannilena, già cuoca del nostro Centro, è detto in queste pagine che “ha fatto della cucina un luogo dove non mancava il sorriso, il dono di un caffè e di una parola buona che consolasse nella fatica o condividesse le gioie della vita” (Sr. Alessia pag. 15). Non può essere che l’esempio di una suora aiuti gli sposi a vivere nel quotidiano, con gioia, il loro ideale?

Mario Carlin

 

::: No alla pietà che fa pietà :::

La pietà è un dono dello Spirito Santo. Luciani, che brilla per i suoi esempi sempre efficaci, dice: “La pietà è come un profumo che esce da un’anima desiderosa di piacere a Dio. Non è una maschera che si mette e si leva”. Nel 1963, scrivendo ai suoi seminaristi, dice:“Con la pietà si vuol bene al Signore e ci si sforza di volergliene sempre di più: oggi più di ieri e domani più di oggi... Allènati alla pietà, perché è utile a tutto, scrive S. Paolo al discepolo Timoteo. (1 Tm. 4-7). Nel 1974, in una omelia, Luciani dice: “Se abbiamo la pietà, se siamo pieni di affetto e di tenerezza verso Dio, le cose ci appaiono diverse: la Bibbia diventa una lettera paterna che Dio ha spedito proprio per me... Cristo diventa il mio fratello maggiore, accanto al quale devo crescere e camminare; le istituzioni e le leggi della Chiesa sono aiuti messi a mia disposizione da una bontà paterna”. Nel 1976, parlando della pietà popolare, dice: “Se è ben orientata, la pietà popolare è ricca di valori. Essa manifesta una sete di Dio che solo i semplici e i poveri possono conoscere; rende capaci di generosità e di sacrificio fino all’eroismo, quando si tratta di manifestare la fede. Comporta un senso acuto degli attributi di Dio: la paternità, la provvidenza, la presenza amorosa e costante; genera atteggiamenti interiori: pazienza, senso della croce nella vita quotidiana, distacco, apertura agli altri, devozione”. Ma la pietà è come un fiore che ha bisogno di essere sempre coltivato e protetto. Come fare?... Luciani dà alcune indicazioni: ci vuole volontà, fiducia e non temere il sacrificio.
Volontà: “Occorre una decisione chiara, se no non si combina niente... Tre animali volevano arrivare sulla cima di un monte. Per prima è partita la lumaca. Figurarsi, non è arrivata neanche a metà strada. Secondoè partito il cane a tutta velocità... Senonché era un cane da caccia, ha visto una lepre, l’ha seguita; andando a destra e a sinistra. A metà strada era completamente sfiatato e non è arrivato alla cima neppure lui. Invece l’aquila, la terza, ha dato un’occhiata, si è alzata in volo ed ha continuato, senza mai fermarsi, fino alla cima. Era decisa; non siè lasciata distrarre da nulla. Bisogna avere proprio questa decisone. Senza volontà non si fa niente”. Fiducia: come S. Teresa del Bambino Gesù che diceva: “Preferisco essere debole che forte, perché i forti il Signore li fa camminare, mentre i deboli, i piccoli se li prende in braccio... Senza questa fiducia nell’aiuto del Signore, ci si scoraggia facilmente”. Sacrificio: “Non occorre tanto eroismo. Però la fedeltà al proprio posto, ai propri doveri di ogni giorno, quella ci vuole. Diceva Veuillot: “Ma Plume ma croix”, la mia croce è la penna, con la quale ogni giorno devo fare l’articolo per il giornale, ogni giorno, ogni giorno; il terribile quotidiano. Così ci si santifica: accettare la croce inerente al posto che si occupa”. Ma il pericolo numero uno per la pietà, secondo Luciani, è la tiepidezza.“C’è la tiepidezza quando un’anima col peccato veniale ha fatto quasi un contratto... gli porta un certo amore”. E conclude: “I tiepidi non vogliono troppi sacrifici... Adagio, adagio fanno solo le cose indispensabili. Oh, povera pietà, che fa pietà”.

Cesare Vazza

::: Ricordo di Vittore Branca:::


Sono felice che Humilitas - papa Luciani nel luglio 2004 abbia pubblicato l’articolo dello studioso prof. Vittore Branca, docente di fama mondiale e massimo conoscitore ed esperto di critica storica su Giovanni Boccaccio. Branca morì il 28 maggio 2004. Senza dubbio egli è stato il miglior critico letterario di papa Luciani, del suo stile discorsivo nella parlata, del suo stile narrativo negli scritti. A un anno dalla morte mi permetto di ricordarlo. In merito, nessuno poteva battere Vittore Branca sulle questioni linguistiche. Nessuno poteva mettere in dubbio la sua indipendenza, sincerità e autorevolezza di giudizio. Talmente autorevole da avere il permesso di portarsi in saccoccia a casa - segreto per il mondo intero - da Berlino a Venezia, il codice primo del Decamerone che egli poté studiare nella tranquillità della “sua” Fondazione Cini.
Lo scritto riportato da Il Sole - 24 Ore, ricordo benissimo, venne stilato da Branca - dopo la morte del Papa - in discreto stile polemico, nel clima di gelosia mediatica che attorniò la maniera di parlare del Papa, bellunese sì ma veneziano come Patriarca. Sorpresi, colti in contropiede dal successo comunicativo immediato del successore di Paolo VI, i settimanali “liberi e laici” (ma in verità “poco felici”, visto che dichiarano così spesso la loro libertà e laicità) cominciarono a tagliare
a pezzi lo stile di Luciani.“Contadino”, smaccatamente“veneto”, “parroco di campagna sul soglio pontificio” (non fu mai parroco, ma ciò dovrebbe essere titolo d’onore per il rispetto di Cristo e della Chiesa verso gli umili). Ricordo come fosse
letto ieri che un settimanale titolò così: È nato un nuovo genere, il “papalese”. V. Branca, amico e conoscitore di papa Luciani, fece uscire l’articolo (riportato da Humilitas), sulla pagina culturale del Sole - 24 Ore, quotidiano cui Branca collaborò fino alla morte (certo tra le firme più illustri del settimanale culturale). Il suo articolo ricordò, davanti alla mania
parolaia snobistica dei settimanali illustrati, alcune semplici cose. L’umiltà di papa Luciani. Genuina, fatta di reale vicinanza alla gente vera e comune, che popola la terra e i vicoli delle città (Venezia anzitutto). La capacità di farsi comprendere, basata su una lunga e sistematica esperienza di lettura, sterminato il numero degli autori consultati e brillante il suo modo di ricordarli e citarli in contesto creativo. Incredibile e geniale: dialogo vivo con personaggi fantastici.
Il successo letterario mondiale del Papa con Illustrissimi, venuto assai prima dell’elezione al soglio pontificio, in maniera
del tutto anonima e sconosciuta (umiltà di Luciani), pur avendo raggiunto milioni di copie e traduzioni in 15 lingue. Quindi si trattava d’uno scrittore di razza, cioè comprato e letto, non “recensito”, collocato e venduto per forza. Come dire: egli, teologo e capace pure di alta speculazione, seguiva la comunicazione di Cristo Gesù e trasmetteva messaggi sublimi e spirituali con parole fatte di cose concrete, oltre che di stile personalissimo. E ciò significa possesso d’una raffinata familiarità con i migliori scrittori del mondo. Poter raccontare la vita in questo modo, esige costanza e disciplina. Cosa che purtroppo giornalisti e scrittori, per la stragrande maggioranza, non coltivano e non vivono più. oprattutto non riflettono, prima di coprire la pagina di parole. Branca non nasconde la grande simpatia per papa Luciani, preso di mira dalla critica giornalistica, travolta dal suo successo mediatico. E aggiunge in forma polemica, pacata ma pungente come una vespa: “Nessun Papa ebbe forse tanto rapidamente e tanto largamente il consenso dei cardinali e l’entusiasmo della gente comune, nonostante le precedenti aspre contestazioni di ecclesiastici velleitariamente progressisti e di ricchi capitalisti”.
Non faccia velo l’eleganza con cui Branca si esprime. Dalla Fondazione Cini, dove s’incontrava talvolta con il patriarca Luciani, egli vedeva bene quale fosse la consistenza e la distanza culturale degli interlocutori. E nelle calli veneziane, aveva scoperto che le persone “famose” non sanno parlare con la gente, cosa che il“grande umile” Luciani faceva ogni giorno. Come un grande privilegio, per il contatto diretto con la vita. E così, parlare di Tolstoj alle 7 del mattino del 7 settembre 1978, collegando il tutto alla preoccupazione per una tazza di caffè, impossibile da offrire - come Papa - al Direttore della Cini e sua moglie, mostra quale vicinanza di fede, intenti e metodi ci fosse tra papa Luciani e Vittore Branca. Incontro di due uomini di altissima cultura e fede. Altro che “papalese”!

Gigetto De Bortoli

::: Caro don Albino:::
In casa con un ospite speciale

Sono andato a leggermi gran parte dei tuoi interventi scritti e parlati sul tema della famiglia, ultimamente al centro di un vivace dibattito che si occupa in particolare delle cosiddette coppie di fatto. Regolamentare le convivenze che non rientrano nella tipologia del matrimonio sembra che improvvisamente sia diventata una improrogabile necessità nazionale;
se poi un provvedimento legislativo riuscirà a mettere ordine in una materia tanto delicata e complessa, senza compromettere la centralità e la stabilità della famiglia fondata sul matrimonio, dovremo concludere che un tale dispendio di energie sarebbe stato degno di una causa migliore. Si è detto nei giorni scorsi che accanto ad un matrimonio religioso o civile che si celebra in Italia, si realizzano in contemporanea due convivenze di una certa stabilità. Qui trovo carente, latitante, indifferente, irresponsabile e colpevole la società civile a cui appartengo e in particolare quanti hanno il compito di provvedere al bene comune. Se la nostra Costituzione riconosce nella famiglia fondata sul matrimonio la cellula vitale della società, perché dobbiamo limitarci a registrare il disfacimento di questo organismo come degli spettatori disinteressati? Una cellula impazzita nel corpo umano, sappiamo benissimo cosa produce se non si interviene nei modi e nei tempi utili. È impressionante, condividerai certamente anche tu, che si parli della famiglia“tradizionale” in progressivo
disfacimento con malcelata soddisfazione, quasi cantando vittoria. Perché? Forse c’è qualcuno che vede in questa disgregazione della famiglia una sconfitta della Chiesa? Un grande dolore certamente, anche al di là del sacramento che per i credenti è una risorsa inesauribile d’amore e di armonia nella coppia. La Chiesa infatti propone e non impone, ma desidera contribuire al bene della società anche con il suo progetto evangelico sulla famiglia. E qui, don Albino, lasciami dire una verità che spesso dimentichiamo: la pubblicità, la propaganda e la visibilità più convincente in questa materia non dovrebbe venire dalle nostre prediche e nemmeno dai comunicati dei Vescovi (non tirarmi le orecchie!), ma dalle coppie e
dalle famiglie dei cristiani che hanno creduto e ancora credono nel “sacramento grande” del matrimonio. Vedi, quando una coppia di giovani si presenta in canonica e chiede di sposarsi in chiesa, faccio subito i complimenti, perché hanno il coraggio di andare contro corrente e di assumersi un impegno che include diritti e doveri, non solo diritti! Poi naturalmente parliamo di Gesù che si dovrà stabilire nella loro casa per sempre e del dovere di ascoltarlo e di onorarlo in faccia al mondo. Studiando sociologia, mi sembra d’aver trovato il principio che dovrebbe ispirare i saggi governanti: se la politica
è l’arte di trovare gli strumenti adeguati per raggiungere il fine e il fine della politica è fare della società una famiglia felice... com’è che siamo meno felici di un tempo? Non per la recessione né per il benessere, ma per le relazioni che si complicano, si sfaldano e si incattiviscono. Le famiglie e le stesse convivenze ne risentono. La speranza viene dalle case dove i problemi non mancano, ma Gesù è presente sempre.
Tuo D. Licio

::: Giovanni Paolo I 27 anni dopo :::

Albino Luciani salì sulla cattedra petrina, suprema e formidabile per la sua persona, con un preciso programma, le cui linee in modo essenziale e comprensivo erano state esposte nell’Omelia della stessa Messa del 27 agosto, al momento di riaprire definitivamente le porte del Conclave che lo aveva eletto Supremo Pastore del gregge universale di Cristo sparso su tutta la terra. All’insegna di questo programma Giovanni Paolo I si incamminò a vivere una stagione che avrebbe segnato la vita della Chiesa con l’attuare la preziosa eredità di dottrina, di magistero e di insegnamenti che era scaturito dal Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) a cui aveva partecipato attivamente. Giovanni Paolo I ebbe a dichiarare con fermezza il mattino del 27 agosto che era sua intenzione dare attuazione a tutto ciò che di buono e di valido, di concreto e di santo era scaturito dall’assise conciliare, la quale senza nessun ombra di dubbio è stato l’evento ecclesiale più significativo del XX secolo perché ha tracciato alla Chiesa le vie del vero e autentico rinnovamento da percorrere anche negli anni di questo XXI secolo. Ma la Provvidenza Divina che “tutto dirige con sapienza e amore e di ognuno dispone i tempi del nascere, del vivere e del morire” aveva disposto diversamente. Il pontificato romano di Albino Luciani era stato fissato che durasse appena il tempo di una fugace apparizione, per lasciare il modo di eleggere alla sede dei Vescovi di Roma, un Successore degli Apostoli proveniente“da un paese lontano”, cioè, non più italiano, nella persona del compianto e amato papa Giovanni Paolo II, che per oltre 26 anni, con intrepido coraggio e indomita fortezza ha percorso il mondo in lungo e in largo per annunciare agli uomini che ha incontrato e gli sono andati incontro che Cristo Gesù “è il figlio di Dio vivente” e “chiunque crede in lui ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo nome” (At. 10,43). Nella notte del 2 aprile 2005, Giovanni Paolo II, dopo aver esalato l’ultimo respiro, giunto anche Lui nell’amplesso delle braccia
amorose del Padre, lassù nel cielo, che tante volte aveva indicato come meta ultima ai credenti in Cristo, si sarà incontrato con Giovanni Paolo I, come si incontrarono in un afflato fraterno nei giorni seguenti all’elezione pontificia di Albino Luciani. Cosa si saranno detti non è possibile immaginarlo perché nel cielo, nella vita, dell’aldilà non si comunica alla maniera di questo mondo. Una cosa è certa ed è possibile immaginarla, per poter darle un senso, entrambi, si saranno nuovamente abbracciati e si saranno detti soddisfatti di aver proclamato con vigore, slancio ed entusiasmo, uno per 33 giorni, l’altro per 26 anni, dal medesimo posto di Maestro, Pontefice e Guida, perché tutti lo potessero sentire:“Tu, o Cristo Gesù, sei il santo di Dio, sei la via, la verità e la vita: chiunque vive e crede in te non morrà in eterno, ma vedrà la luce della vita”; e di aver operato con pastorale sollecitudine perché la Chiesa “si rinnovi incessantemente, e sempre più conforme al modello evangelico manifesti, nel tempo, all’intera umanità il vero volto del Cristo Signore”. A 27 anni dall’elezione al soglio petrino e dalla morte improvvisa di Giovanni Paolo I, che gettò in un generale sgomento e costernazione il popolo di Dio e l’intera popolazione del mondo e lasciava incompiuto un programma pastorale appena agli inizi, è doveroso auspicare per Albino Luciani il riconoscimento pubblico di quelle virtù eroiche praticate in vita, con le quali gli verrà aperto il cammino versa la proclamazione della sua santità, per cui sarà invocato e venerato dai credenti in Cristo “amico, intercessore e modello di vita” per raggiungere il premio della medesima beatitudine che Cristo Signore ha promesso a tutti coloro che, battezzati nel suo nome, tra le quotidiane vicende dell’esistenza terrena rendono testimonianza ai principi del Vangelo e operano per realizzare un mondo migliore, libero da ogni compromesso con il male, nella libertà e nella pace.
Antonio Bortolani


::: I suoi insegnamenti per esempi:::
Il sorcio orbo e l'asinello di San carlo

Molti sbagliano la qualità o l’oggetto o il modo dei divertimenti. Diceva quell’operaio:“Ho sognato stanotte di qua, quattro topolini bianchi, magri e mesti, di là un topo orbo con un topone bigio e grasso che saltava e ballava. Sono ancora tutto impressionato dal sogno e non so spiegarmi cosa mai esso possa significare”. “Ed io, invece - rispose la moglie - lo so benissimo. I quattro sorci magri significano me e i tuoi figli, che siamo qua pieni di fame e malvestiti; il sorcio orbo sei tu; il topone bigio, che balla e salta, non può essere che l’oste, che di là s’ingrassa coi tuoi soldi!”. Sì vuol dire questo: il gioco, all’osteria o altrove, è buono o indifferente, quando gli si concede solo piccola parte del proprio tempo, non gli si sacrifica alcun dovere e non vi si arrischia punto o pochissimo denaro. Ma non è più così, quando esso diventa professione o mestiere, quando degenera in passione tirannica, che porta ad arrischiare i beni della famiglia e quando si accompagna a libagioni troppo copiose! * * *
È appena finita la quarantena dei tre lunauti. Essi sono stati segregati tanti giorni, perché? Per la salute nostra, per paura di eventuali contagi da microrganismi lunari. Perfino i ciottoli portati dalla luna sono stati mostrati al pubblico soltanto sotto vetro per precauzione. Simili preoccupazioni guidano ogni giorno gli studi e i piani circa la crescente contaminazione dell’aria e dell’acqua, circa la percentuale dei posti-letto negli ospedali, circa la preparazione e il numero di medici, infermiere generiche e professionali, circa la ricerca scientifica per debellare il cancro, per scoprire nuovi virus e nuovi antibiotici, circa l’assistenza sanitaria degli istituti assicurativi e mille altri problemi. Tutto bene, ma noi, i singoli, a che cosa siamo tenuti nel settore della salute? A S. Carlo Borromeo, che, malaticcio, si sottoponeva nelle visite pastorali a fatiche massacranti, i medici erano soliti imporre parecchie medicine. Le portava - durante i viaggi - un apposito asinello, che, un giorno, sdrucciolò sui sassi di un torrente e cadde in acqua. Si corse ad aiutarlo: la povera bestia poté uscire dall’acqua sana e salva; le medicine, invece, si riscontrò che erano andate via con la corrente. Lo riferirono al santo, che si fregò tutto contento le mani, dicendo:“Tanto meglio per me e tanto peggio per i disgraziati pesci!”. S. Carlo non credeva
dunque molto alle medicine. Aveva torto come hanno torto quelli che lo imitano nell’ingiustificata sfiducia. C’è, però, chi va all’eccesso opposto. Leggo che in Francia si consumano ogni giorno quattrocento tonnellate di medicine, quasi dieci grammi a testa. Nulla da dire, quando sono i medici a prescriverle. Spesso, tuttavia, i medici non prescrivono nulla e sono i pazienti stessi a prendere farmaci di propria testa, solo per aver letto il giornale, la rivista, l’enciclopedia, per aver visto alla televisione. Chi è grasso vuol dimagrire, chi è magro vuol ingrassare, chi dorme poco vuol dormire profondamente, chi ha un po’ di mal di testa vuole farlo scomparire all’istante e tutti con un proprio sistema, tutti tenendo a portata di mano una mezza farmacia di gocce, pasticche, pillole, supposte di loro fiducia venute di moda. Per qualcuno di essi la salute diventa così un’ossessione, il farmaco una necessità, a volte con pericolo che l’organismo si sovraccarichi e si intossichi, a volte con rischio di cadere nella mania o nel ridicolo. Diceva duecento anni fa il medico Michele Filippo Bouvard: “Ma sì, signora! Se proprio vuole, prenda pure quella medicina, ma faccia presto! Se no, la medicina passerà di moda... e perderà la virtù di guarire!”.
Opera Omnia 4, 405-406

::: Messa a orologio? :::

- Buona domenica!, augurò il vescovo Luciani ad alcuni automobilisti che sostavano verso mezzogiorno in un’area di servizio dell’autostrada Venezia-Milano. Egli stesso, seduto su una panchina, dialogava con alcuni di loro, mentre il segretario, con un fornello, tentava di riscaldare quanto era stato preparato a casa. Alla offerta cordiale di Luciani di un bicchiere di vino, uno iniziò:
- Oggi è domenica; i preti dovrebbero stare in chiesa a celebrare la Messa.
- Certo, rispose Luciani, anch’io stamattina ho celebrato la Messa in una parrocchia per quella gente; ora sono stato invitato a celebrarla in una parrocchia della Lombardia. - Noi invece siamo partiti questa mattina presto e andiamo a trovare degli amici e trascorreremo con loro qualche giorno.
- Bene, coltivare l’amicizia e incontrarsi è sempre bello.
- Noi a Messa non siamo andati... ma è obbligatorio andare a Messa alla domenica? Si può andare un’altra volta, quando si ha più tempo o viene la voglia oppure la si può ascoltare a casa per televisione... è la stessa cosa, forse anche più bello... E Luciani: - Senta: le faccio una domanda; è obbligatorio mangiare?... è obbligatorio respirare?... perché devo mangiare quello che mi comandano e gli altri mi obbligano?
- È obbligatorio respirare e mangiare se si vuole continuare a vivere! Non mangio perché me lo comandano, ma perché voglio vivere. - Ma non sarebbe meglio dire: è normale, necessario mangiare e respirare per una persona che vuol vivere, piuttosto che dire obbligatorio?
- Certo, mi pare proprio meglio dire: è normale,
necessario per vivere da persone sane respirare e mangiare, anche se può diventare obbligatorio per uno che fatica a cavarsi fuori dalla malattia.
- Per il cristiano: è normale, necessario andare a Messa alla domenica se vuole vivere da cristiano altrimenti la vita di fede che è in lui si appassisce.
- E perché devo andare di domenica e non in un altro giorno?
- Perché Gesù è risorto il primo giorno della settimana, che venne poi chiamato domenica, giorno del Signore e Pasqua settimanale. E i cristiani hanno incominciato dalla prima Pasqua a trovarsi e a celebrare la Messa ogni domenica... la “memoria e la presenza” del Signore Risorto. Dalle mie parti si dice questo proverbio: Lontano dagli occhi, lontano dal cuore!...
- E perché non si può ascoltare la Messa trasmessa alla televisione?
- Intanto non si ha più da dire: vado ad ascoltare la Messa, ma partecipo alla Messa e ci metto la mia parte di fede e di animo cristiano che ama Gesù Cristo. E poi è la stessa cosa guardare uno che mangia o mangiare? Se sei invitato a nozze ti siedi a tavola vicino agli sposi e non stai lontano solo a guardare e a osservare gli altri che mangiano.
- Sì, va bene... ma le Messe sono troppo lunghe... se fossero più brevi la gente andrebbe di più... - Lei è sposato... porta la fede nuziale al dito...
- Certo, e quella signora lì è mia moglie e quelle sono le mie bambine... a tutte voglio un bene grande come il mondo...
- Bene, sono contento e vi auguro di essere sempre uniti e felici... Ma lei dice a sua moglie: Ti amo per un’ora, ti amo fino a domenica, ti amo perché mi lasci piena libertà di fare come voglio?
- Eh no! Le voglio bene per sempre, per tutti i giorni della vita, nella salute e nella malattia, nella gioia e nel dolore..., come ho promesso il giorno del matrimonio.
- Anche a Dio non dico: Ti voglio bene per un’ora ogni settimana..., vado a Messa guardando l’orologio..., ma partecipo non con il cuore frettoloso, ma ricco di fede e di amore a Dio e al prossimo...
- Ho capito e la ringrazio..., ma penso che non basta fermarsi qui, quasi che la Messa sia una specie di tassa da pagare a Dio.
- No, certamente... Entro in chiesa per amare Dio, per non dimenticare quanto Dio ha fatto per me, quanto gratuitamente mi ha amato e poi devo uscire per amare il prossimo... Dall’Eucaristia, dalla Messa nasce l’amore al prossimo. L’amore cristiano è come un torrente. Sgorga da Dio Padre, che ama il Figlio Cristo. Da Cristo l’amore prosegue verso di noi, perché Cristo ci ha amati fino a morire per noi e voler restare in mezzo a noi. Da qui l’amore deve proseguire verso gli altri: poveri e ricchi, simpatici e non e arrivare fino agli avversari. Diceva San Paolo: “L’amore (che Cristo mi ha portato) mi spinge” (Cf 2 Cor 5,14). Lui ha fatto tanto per me: cosa non farò per Lui e per tutti gli uomini, che egli ama? Se ci lasciamo investire da questo torrente d’amore, che scende dall’alto, saremo capaci di un amore vero, disinteressato, universale. In caso contrario, c’è pericolo che ci fermiamo alla pura filantropia, o un amore interessato, o un amore limitato a quelli della nostra stessa razza, dello stesso partito, della stessa corrente, magari con l’odio o l’indifferenza verso tutti gli altri. Non sarebbe l’amore inteso da Cristo, quando, dopo aver lavato i piedi agli Apostoli, disse: “Vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi” (Gv 13,15). Diceva Gesù: Se amate quelli che vi amano, se prestate a quelli che poi ricambieranno che merito ne avrete? Cosa fate di straordinario... sono tutti capaci di fare questo..., ma voi amate e pregate anche per i vostri nemici... È la Messa che continua nella vita di ogni giorno... La Messa non è finita quando esco di chiesa.
- Ma si può fare del bene al prossimo anche senza andare a Messa.
- Senta. Io a casa ho una stufa quando è accesa e il fuoco è grande essa diffonde tanto calore tutt’intorno... non può non diffondere calore. Le faccio osservare: non è il calore diffuso che produce il fuoco, ma è il fuoco che produce calore. Il cristiano acceso di amore di Dio, se nel suo animo vi è un grande fuoco di amore, per forza diffonde amore, carità... Quando ho una grande fiamma di fuoco, il vento non la spegne, ma la fa essere più gagliarda e forte; ma se ho una fiamma come quella di un fiammifero, allora basta un soffio e tutto si spegne. Se io ho una grande fiamma di amore a Dio
allora le difficoltà, le tentazioni, le traversie della vita non spengono, ma accrescono la forza e la vivacità del mio amore al
prossimo.
- Dalla Messa allora nasce anche l’esigenza della pace, del perdono, dell’amore tra marito e moglie? - Certamente: Gesù ha detto: Se stai per fare la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello, ha qualche cosa contro di
te, lascia lì la tua offerta, va a fare la pace con il tuo fratello e poi ritorna... a fare la tua offerta.
- Grazie... della piacevole e interessante conversazione... auguro buon viaggio e buona domenica.
- Anche a voi... se passerete dalle parti di Vittorio Veneto, vi saluterò volentieri, e di cuore... Buona domenica anche a voi e buon viaggio!
don Francesco Taffarel

::: Un nuovo capitello e un gonfalone per l'oasi veneziana:::
per l'annuale incontro degli amici di Ghisel (agosto 2005)

Un nuovo capitello e un gonfalone per l’oasi veneziana Garrisce, nell’agordino, il gonfalone di San Marco. Una festa tutta “veneziana” si è svolta all’“Oasi Papa Luciani”, ridente centro dedicato in particolare ai giovani e realizzato, dopo la morte del Patriarca di Venezia e poi Papa, da don Ettore Fornezza, parroco a San Martino di Castello e che era stato ordinato dallo stesso Albino Luciani, nel 1974. Il sindaco della zona ha offerto al sacerdote veneziano un palo alto 15 metri, con il gonfalone marciano quale segno di riconoscenza e gratitudine di questa comunità per le continue presenze dei veneziani sulla scia e il ricordo del loro Pastore, nativo di quelle zone e dove vivono ancora i parenti, tra cui il fratello Edoardo Luciani. E dopo la benedizione della bandiera, don Fornezza ha celebrato la Messa nella cappella dell’“Oasi”, alla presenza di un centinaio di persone, quasi tutte di Venezia ed appartenenti alle parrocchie di San Canciano, Mazzorbo, San Michele di Marghera, San Martino di Castello, Favaro Veneto e Mestre, unite anche ad altre, giunte da Cencenighe e dalla stessa Canale d’Agordo. Nell’omelia don Fornezza ha ricordato il Papa dei trentatre giorni, sottolineando la dolcezza e la spiritualità, l’amore per quelle terre e l’affetto che ancora nutrono per lui tantissimi veneziani, che lo hanno avuto Vescovo e Pastore per otto anni, fino all’elezione al soglio di Pietro nell’estate del 1978. Si è poi snodata una processione per l’inaugurazione di un nuovo capitello, situato alla fine del sentiero che conduce all’“Oasi” e dedicato alla Madonna della Neve, munifico dono di Cosimo Pazienza, abitante a Cannaregio. C’è stato anche un momento di commozione, sottolineato poi da applausi scroscianti, quando don Fornezza ha letto un messaggio inviato da mons. Stanislao Driwisz, fedele segretario di Giovanni Paolo II per tutto il periodo del suo lungo pontificato, da poco nominato Arcivescovo di Cracovia e che aveva sempre seguito con simpatia la crescita di questa oasi intitolata ad Albino Luciani. Altri messaggi di partecipazione sono stati inviati dal Vescovo di Belluno, mons. Andrich e dal prefetto dott. Cernetig.

::: Fatima, agosto 1977 :::
in pellegrinaggio con il patriarca Luciani
- ricordo di un pellegrino -

La prima domanda:“Quale ricordo ha di quel viaggio a Fatima con il Card. Luciani?”. Ricordo di un viaggio a Fatima a fine agosto del 1977 assieme a sua Eminenza il Patriarca di Venezia Albino Luciani. Ricordo quella mattina di fine agosto del 1977, eravamo 35 persone tutte unite al nostro Patriarca e al coordinatore del pellegrinaggio il presidente dell’Unitalsi
monsignor Antenore Carli, in attesa all’aeroporto di Tessera di partire per il Portogallo, a Fatima; era una bellissima giornata di sole, ricordo che a causa di una anomalia all’impianto elettrico dell’aereo, siamo partiti in ritardo, e ciò causò un problema di coincidenza a Roma con l’aereo che ci doveva portare a Lisbona; fatto stà che le nostre valigie partirono mentre noi restammo a terra. L’inconveniente si risolse dandoci provvisoriamente alloggio in un albergo di Roma, per poi ripartire a tarda sera e arrivare a destinazione in piena notte. Durante le ore trascorse nell’albergo di Roma il Patriarca si soffermava a parlare con i pellegrini del gruppo per confortarli, rimanendo un po’ qua e un po’ là, la sua parola e il suo sorriso fece sì che la rabbia per ciò che era successo svanì, e il tempo passò veloce senza alcun rancore. A sera ci portarono all’aeroporto, e finalmente si partiva! Poiché Sua Eminenza si era accorto che io per l’occasione facevo da collaboratore a monsignor Carli, durante il volo mi chiese, se potevo farle avere un bicchiere d’acqua per prendere una pastiglia, in un secondo tempo, con grande sorpresa da parte mia, mi disse che sarebbe stato suo desiderio poter godere di una panoramica di Madrid mentre la sorvolavamo. Mi adoperai subito per poter soddisfare questo desiderio, avvicinai l’hostess, le dissi che il Patriarca di Venezia amerebbe godere di questa visione, lei si prestò immediatamente a chiedere al comandante questo eccezionale permesso, al suo ritorno mi comunicò il nullaosta del comandante. Subito notai la gioia del Patriarca, sul suo volto sbocciò naturale quel sorriso che nel suo cuore canta l’amore. Quando l’hostess ci fece segno di andare verso lei, eravamo subito pronti; ci aprì la porticina della cabina di comando e dopo un fugace saluto del comandante e del personale di comando, siamo stati invitati ad avvicinarci ai vetri per poter veder meglio Madrid tutta illuminata: lo spettacolo era meraviglioso, guardai il Patriarca, era rapito dalla meraviglia, guardava a destra e a sinistra. Era soddisfatto e felice, ringraziò sentitamente il comandante e tutti i presenti con il suo modo cordiale e semplice. Abbiamo preso alloggio in un albergo vicino al Santuario di Fatima, lui si alzava presto, una mattina lo incontrai a pochi passi dalla scalinata, gli chiesi una preghiera particolare per la mia famiglia; mi fece segno di benedizione, lo salutai familiarmente, era quanto lui voleva da noi pellegrini. La seconda domanda:“Che emozione ha avuto partecipare alla S. Messa del Patriarca nella chiesetta del Monastero dove viveva suor Lucia?”. Un altro ricordo di questo meraviglioso viaggio fu quando tutti assieme visitammo il sito ove i tre bambini videro l’apparizione della Madonna, e la casa ove visse suor Lucia e la sua famiglia e trovammo sua sorella, una vecchietta tutta vestita di nero, ci accolse felice della visita (vedere diapositiva). Poi ci siamo messi in viaggio per la città di Coimbra ove vi è il convento nel quale da molti anni vi si era ritirata suor Lucia. Nella loro chiesetta il Patriarca vi celebrò una particolare Messa, alla presenza, dietro la grata, di suor Lucia. Anche in questo caso fui partecipe per i preparativi nella sacrestia, per me fu una grande gioia servire sua Eminenza. A fine celebrazione il Patriarca si ritirò a colloquio con suor Lucia, mentre tutto il gruppo lo abbiamo atteso con ansia onde poter saper qualche novità. Era ora di pranzo, una sala riservata di un ristorante ci attendeva; abbiam preso posto, un tavolo era riservato per sua Eminenza e monsignor Carli e altri collaboratori, e qui che a viva voce un po’ da tutti abbiam chiesto se suor Lucia le avesse svelato qualche segreto; il Patriarca si alzò e ci disse: “Questa suora piccolina ma grande nel dialogare continuava a chiamarmi Santità e più che le dicevo che ero un semplice Cardinale lei continuava a rivolgersi con gran rispetto, e inchinandosi mi diceva Santità! Nulla mi ha svelato,è una carissima persona”.
Nel proseguire abbiamo visitato Lisbona e poi con rammarico il Patriarca Albino Luciani ci ha lasciati per impegni già in programma e con una benedizione a tutti ci augurò una buona continuazione del viaggio. Ci siam lasciati con dolore e nello stesso tempo con infinita gioia di aver potuto vivere intensamente quei tre giorni assieme ad un uomo che sprigionava amore vero verso l’umanità. Per questo porto con me questo ricordo in eterno e scorgo sempre la sua immagine con il sorriso beato che ti dà la forza di vivere in pace. Chiudo questo mio ricordo dicendo che suor Lucia fu profetica chiamandolo“Santità”.
Ugo Padoan


::: Verso la Beatificazione :::
Avanti con passo deciso


Avanti con passo deciso Da più parti mi viene chiesto a che punto è la Causa di Canonizzazione di papa Luciani. Posso dire che il cammino viene percorso con passo... deciso. Nessuno può prevedere esattamente i tempi, ma non possiamo nasconderci la soddisfazione per il fatto ce, in poco più di un anno, tutti i testimoni della diocesi di Belluno-Feltre sono stati ascoltati. Ora il Giudice delegato sta procedendo regolarmente all’escussione dei testi della diocesi di Vittorio Veneto.
Poi toccherà a Venezia e Roma. A quel punto la fase diocesana del processo sarà conclusa e si dovrà far pervenire, secondo le norme previste, tutta la posizione alla Congregazione per le Cause dei Santi. Desidero qui sottolineare però che non dobbiamo metterci in una sorta di “attesa spasmodica” del risultato finale: già questo cammino teso alla rigorosa verifica da parte della Chiesa della santità di Albino Luciani, è per tutti noi un momento di grazia offertoci dalla Provvidenza. Tutti siamo chiamati infatti a riflettere sulla nostra santità battesimale (il Battesimo ci rende partecipi della vita stessa di Dio e della sua santità) e su quanto facciamo per viverla nella concretezza di ogni giorno; e in questo cammino siamo invitati, proprio attraverso la riflessione sulla vita di papa Luciani, anche ad imitarlo in quelle virtù che ne fanno risplendere la figura di uomo, di sacerdote e di pastore in mezzo al popolo di Dio. Credo dunque di poter dire che siamo invitati a seguire il cammino di questa Causa senza enfasi, senza... tifo da stadio, pienamente consapevoli che il riconoscimento della santità di una persona comporta non tanto l’onore, ma anzitutto - se così possiamo dire - l’onere di imitarlo. In questo senso l’impegno a raccogliere e fornire testimonianze non corrisponde ad una volontà irrazionale di avere a tutti i costi un santo tutto “nostro” (come qualcuno da qualche parte ha scritto), ma corrisponde invece alla necessità che avvertiamo di dare corpo, attraverso la concretezza di fatti e avvenimenti vissuti o riferiti, ad una certezza intima e diffusa nel popolo di Dio: papa Lucianiè un santo! Sono emblematiche in questo senso le parole di una persona (tra le tante), che ben riassumono il pensiero di molti devoti, attratti irresistibilmente da questo Papa: “...la luce di questa grande figura continua incessantemente a penetrare nei cuori e nelle menti di tantissimi fedeli... Il mio augurio è quello di vedere concluso l’iter di beatificazione nel minor tempo possibile perché il desiderio è talmente grande che non riesco a contenerlo nel tempo lontano... Lucianiè stato un uomo di grande spiritualità, di immenso sapere ecclesiastico e culturale, un uomo, soprattutto, ricolmo di bontà infinita, un uomo dal sorriso dolcissimo capace di aprire i cuori, anche i più duri”.
E, recentemente, mi è giunta una notizia dagli Stati Uniti: Madre Teresa, monaca carmelitana dl monastero di Flemington
N.J., scrive di aver ricevuto una lettera da un signore protestante che si è convertito al cattolicesimo dopo aver letto il libro “The Smiling Pope”. È una riprova - e non l’unica - che lo Spirito sta operando, in maniera silenziosa e delicata, attraverso Giovanni Paolo I, figura di vero cristiano che attrae sempre di più gli uomini del nostro tempo per la sua evangelica e gioiosa semplicità. Forti di questi “segni” della Provvidenza, ci stiamo impegnando a scoprire la santità di Luciani e a far sì che venga ufficialmente riconosciuta dalla Chiesa: non possiamo infatti ignorare quello che continuamente constatiamo, e cioè come Dio sia all’opera nel cuore degli uomini, anche grazie al Servo di Dio Albino Luciani, papa Giovanni Paolo I. E questo ci impone di continuare nel viaggio. Qualsiasi sia l’approdo finale.

Sac. Giorgio Lise
Vice Postulatore

dal Centro Papa Luciani
::: Io sono con voi tutti i giorni :::
non è un'espressione retorica

“Io sono con voi tutti i giorni” Concludiamo le riflessioni sull’Eucaristia che hanno accompagnato i lettori in quest’anno che l’amato papa Giovanni Paolo II volle dedicare proprio all’Eucaristia.“Io sono con voi tutti i giorni fino alla consumazione del mondo” (Mt. 28,20). Gesù si è inserito nella nostra storia, mescolandosi alle nostre vicende umane, mediante l’Eucaristia. Che posto vi occupa? Noi cristiani siamo abituati ad entrare in chiesa per partecipare alla Liturgia eucaristica, per accostarci all’altare e fare la Comunione; o anche solo per un segno di croce, una genuflessione... Ma questa nostra fede è una fede che cresce in profondità ogni giorno, o resta a livello di abitudine, di superficie nel nostro spirito? Crediamo che nel Tabernacolo c’è Gesù, il Verbo incarnato: ma ci crediamo davvero? E le nostre comunioni, le facciamo per nutrirci di quel Pane di vita, cibo che fortifica? Le facciamo con quella fede che scende nel più profondo dell’anima e si effonde nell’adorazione e nel ringraziamento, accendendo di carità la nostra vita? Forse ci siamo troppo abituati a credere e, a forza di essere convinti che crediamo, può anche accadere che ci si trovi un giorno a non credere più. Per questo è importante impegnarci a rinnovare la nostra fede, sforzandoci di darle un contenuto di preghiera e di fedeltà. Per i criteri di efficienza del mondo, l’Eucaristia in termini operativi, resta un mistero di inutilità. Eppure è la presenza di una vita che è sacrificio di salvezza per il mondo intero. Solo se andiamo all’Eucaristia senza fretta, con pace, la nostra fede ingigantisce. E la nostra vita sarà nelle mani del Signore: egli riempie le nostre solitudini, orienta i nostri desideri, dà pienezza ai nostri vuoti e rafforza con la sua sicurezza le nostre incertezze. Ci sono, nell’esperienza umana, i giorni della letizia e i giorni delle lacrime, i giorni delle tempeste e i giorni della tranquillità, i giorni noiosi e i giorni appassionati... Ma nessuno dei nostri giorni è senza Cristo. Perché Lui è qui, presente, fino alla fine del mondo. Lui è presente anche quando siamo ciechi e non lo vediamo; Lui è presente anche quando noi siamo avvolti dallo sconforto. Abbiamo bisogno di sederci alla mensa dell’Eucaristia con una fede vigile, che si lascia nutrire da Lui nelle tribolazioni della vita, nelle prove, nelle fatiche perché tutte le “provvidenziali” delusioni quotidiane ci aprano la strada dell’incontro con Cristo, l’unico che non delude. Insomma, occorre credere sul serio a questa promessa di Gesù: “Io sono con voi”. Dire che Gesù è in mezzo a noi non è un’espressione retorica come quando diciamo che gli eroi della patria o delle lotte sociali vivono in eterno in mezzo al loro popolo: in fondo questo è un modo gentile per dire che sono morti. Tali tentativi di illusione non fanno parte dell’agire del Signore, il quale invece è realmente con noi e la percezione di questa presenza vera e personale non mi lascia come prima, mi sconvolge e mi interroga. Gesù è sempre con noi: questo è il fondamento della nostra fiducia. Gesù è sempre con noi, anche se non è detto che noi siamo sempre con lui. Dobbiamo pensare con serietà alla cruciale domanda che Gesù stesso un giorno ha posto ai suoi ascoltatori:“Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà ancora fede sulla terra?” (Lc. 18,8). Per far sì che la risposta sia positiva occorre tornare quotidianamente - in maniera viva e personale - all’Eucaristia, dove la fede si nutre e si irrobustisce.
don Giorgio


 

::: Una piccola grande suora :::


Quante volte alla televisione vengono proposti servizi sulla alimentazione. C’è chi dice che mangiare fa bene, altri che fa male. Alcuni non badano al fegato ingrossato, altri si nascondono dietro diete martorianti. Eppure, anche se non sembra, la tavola è un momento importante nella nostra vita, momento per ritrovarsi, per raccontarsi eventi importanti della giornata, per gustare i prodotti saporiti, dono di madre terra amorevolmente preparati dalle mani dell’uomo. Anche la cucina nasconde il misterioso incontro tra i doni di Dio e la libertà dell’uomo. Quest’ultimo non lavora per se stesso, ma per il bene altrui. Tutto questo e molto di più ci è stato insegnato dalla nostra consorella suor Giannilena che per ben sei anni ha allietato i palati di consorelle, sacerdoti e di ogni persona passata al Centro. La sua presenza è stata ora richiesta presso il Vescovado di Verona. Suor Gianni, così era chiamata, non ha svolto solo un servizio ma prima di tutto ha reso la cucina un luogo di accoglienza in cui non mancava mai il sorriso, il dono di un caffè e una parola buona che consolasse chi era nella fatica o condividesse le gioie della vita. Nascosta, ha fuggito sempre gli applausi trovando soddisfazione nei vassoi vuoti che tornavano dalle tavole. Ciò significava che le pance erano piene e deliziate. Da parte di tutti si innalza il grazie al Signore per il dono che è stata tra noi. Ora in quel di Verona, altre pentole l’aspettano per allietare altri palati. Soprattutto siamo certi che continuerà a essere una vera grande Piccola Suora della Sacra Famiglia che nel quotidiano sa lavorare, pregare e offrire per il bene degli uomini, come collaboratrice instancabile nella costruzione del Regno. Affidiamo la sua vita e le sue intenzioni al Signore chiedendo l’intercessione dei beati Giuseppe Nascimbeni e Madre Maria perché tanti giovani accolgano l’invito a lasciare tutto perché hanno scoperto il Tutto, quel Dio che dona con totale gratuità e attende senza pretese l’amorosa risposta dell’uomo.
Suor Alessia

--- A Papa Luciani ---

Sotto le stelle e il sole e il
cielo delle sue montagne
ha sentito la voce di Dio.
Semplice uomo, ricco di
fede, viso scarno tra le mani
increspate assorto pregava.
Sincero e prezioso di cuore,
dove l’amore sgorgava
come fonte viva dalla sacra
terra.
Mano misteriosa lo prese,
tremante salì ad accendere
la fiamma della speranza,
ove Pietro pose la base
rocciosa della pace universale.
Grande è la sua figura,
ferma, sicura, forte nei suoi
propositi, forse ha capito le
pecche del mondo intero.
Dalla soglia di Pietro e da un
fondo radioso,
si staglia il bel volto del sorriso.
È un Papa paziente, gentile
e di bontà è ricco,
è il Papa che fa gioire chi è
toccato dalla grazia divina.

Renzo De Luca
Belluno, 1989

 

ultimo aggiornamento 17.07.2007
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