HUMILITAS - papa Luciani
Anno XXIII - luglio 2006 - n. 3

È umiliante regredire a Caino

#2 Sete di verità

#3 In casa di un ospite speciale

#4 Teofano Vénard

#5 Cosa sta dietro al segno

#6 Luciani: un uomo “ghermito da Dio”

#7 Un leone, due signore e un anello

#8In vista la conclusione
della fase diocesana

#9 La riflessione del Direttore

#10 Gli incontri culturali nel secondo trimestre 2006

#11A Col Cumano un’“Oasi” per giovani

Educare nella famiglia

Per conoscerlo
sempre meglio

 

.: "È umiliante regredire a Caino"
di Albino Luciani

La Vergine del sorriso posta all’ingresso dell’hoasi Bethlehem. 
    Di Abele dice la Bibbia: il suo sangue grida ancor oggi a Dio dalla terra (cf. Eb 12,24). Di Caino: guai a coloro, che si sono incamminati sulla sua strada (d. Gd 11). Victor Hugo ha immaginato l’occhio di Dio, che scruta Caino tra le foglie del bosco più folto. Caino fugge per sottrarsi a quello sguardo. Invano. L’occhio lampeggia di notte nel cielo; è davanti al suo passo, quand’egli, per evitarlo, fissa il terreno; appare nelle acque dell’oceano, in fondo alle caverne. Per proteggersi, Caino innalza una città, la cinge di mura, la chiude con porta e sopra scrive: “Proibito a Dio di guardare”. Inutile: Dio lo insegue con l’occhio anche là. E quando Caino, disperato, scava una tomba e vi si seppellisce dentro, l’occhio è anche nella tomba a guardare Caino. Questa è fantasia di poeta, ma è perentoria e categorica presa di posizione di Dio di fronte ad ogni violenza ed uccisione, il “non uccidere” che la Bibbia ripete tre volte (Es 20,13; Dt 5,17; Mt 5,21). E si aggiunge: “Domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello” (Gn 9,5); “tu hai odiato il sangue e il sangue ti perseguiterà” (Ez 35,36); “disperdi, Signore, i popoli, che amano la guerra” (Sal 67,31). Confrontando ora la situazione del mondo con questi testi, si riscontra amaramente che Caino è ritornato. E ritornato con le guerre, i massacri razziali e tribali, le torture e le reclusioni disumane per motivi politici; è ritornato con i sequestri di persona, gli agguati tesi alle forze dell’ordine, gli scontri con armi proprie e improprie che insanguinano le nostre città e con le teppistiche spedizioni piratesche, che mietono danni e spargono tensioni e paure; è ritornato con il traffico della droga, che miete vittime anche tra giovani e adolescenti, con la violenza carnale su giovani donne aggredite da squadre di mascalzoni, con lo sfruttamento della prostituzione maschile e femminile, con le “morti bianche” dovute a insufficiente protezione della vita e della salute dei lavoratori. Miei fratelli, è umiliante per noi regredire a Caino e trovarci in una società cristiana a essere gli uni contro gli altri. Dobbiamo essere gli uni per gli altri, gli uni con gli altri.

Barbarie e crudeltà
   Davanti a Caino infuriato, Abele ha tentato, forse, di difendersi. I bimbi di Betlemme contro la furia sterminatrice di Erode poterono solo piangere. Le creature racchiuse nel seno della madre non possono neanche piangere. Dio, però, le vede. Dio, che ha detto a Geremia “prima di formarti nel seno materno ti conoscevo” (Ger 1,5), non resta indifferente, qualora esse vengano crudelmente e barbaramente soppresse. Barbarie e crudeltà è il nome giusto: a Betlemme, le madri hanno tentato una difesa disperata dei loro piccoli; nell’aborto sono le madri stesse a trasformarsi in sicarie di Erode; concepiscono il figlio, poi l’accusano di essere loro aggressore ingiusto e lo sopprimono. E un abominevole delitto, dice il concilio. Prima del concilio, papa Giovanni aveva scritto: «La vita umana è sacra e fin dal suo affiorare impegna l’azione creatrice di Dio. Violando le sue leggi, si offende la sua divina maestà, si degrada se stessi e l’umanità e si svigorisce altrì la comunità di cui si è membri». Lo so. Si dice che si tratta - nei primi mesi - di esseri non ancora umanizzati. Ma la biologia e la genetica sono là e dimostrano ineccepibilmente che il concepito non ha bisogno di essere umanizzato; è già essere umano. Si parla di libertà. Non esiste la libertà di uccidere. Una legge umana, che concedesse domani tale libertà, non scalfirebbe la legge divina, creerebbe soltanto spaccature nuove in un paese già tanto spaccato. Di qua, infatti, la schiera di chi accetta la legge; di là, la schiera di chi, per obbligo di coscienza, continuerà a gridare alto che l’aborto è delitto e la permissiva legge statale assurdo morale. Nelle famiglie, da una parte i genitori avranno ancora il compito, oggi tanto difficile, di educare i figli adolescenti; dall’altra le adolescenti potranno concepire e abortire senza che i genitori ne sappiano nulla. Negli ospedali, di qua i medici e il personale obiettori di coscienza rifiuteranno in grandissimo numero l’aborto. Di là si ripeteranno scene simili alla recente invasione effettuata nella clinica ginecologica Mangiagalli di Milano. Nel caso di Milano si poté dimostrare che la signora, morta per infarto, né desiderava né chiedeva la sospensione della gravidanza. Fu però evidente che qualcuno, mentre reclamava per la donna la libertà di dare la morte, negava al medico la libertà di difendere la vita (Gn 4,2-10).

Lumino o faro?
   Miei fratelli, è un’umiliazione per noi doverci attardare su un tema così doloroso. A ben altre altezze eravamo stati chiamati. Ce l’ha detto S. Paolo «Scelti in Cristo, prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati» (Ef 1,4), impegno nostro è «deporre l’uomo vecchio» e «rivestire l’uomo nuovo» (cf. Ef 4,22-23). «Se un tempo eravate tenebre - ci ha detto S. Paolo - ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce» (Ef 5,8). «Luce», cioè vita pulita e santa. Cioè dottrina evangelica proposta intera e con chiarezza. Ora, qual è la nostra vita cristiana? E un lumino quasi spento, languido e intermittente oppure è un faro, che fende le tenebre e si vede da lontano? Che non sia, per carità, vita ridotta appena a qualche preghiera, ma ingorda in tutto il resto di beni e di comodità né più né meno della vita dei pagani! Dove sono le nostre opere di carità e giustizia? Questa giustizia oggi la esigiamo dagli altri, ma la pratichiamo a favore degli altri? A S. Francesco della Vigna ho notato tempo fa la tomba di fra Matteo da Bascio, francescano, fondatore dei cappuccini, predicatore zelante, ma dall’invettiva facile. Di lui si narra che a Venezia, verso la metà del Cinquecento, entrasse spesso a palazzo ducale; incontrando la gente nel cortile e nelle anticamere, diceva: «All’inferno chi non fa giustizia, chi lascia opprimere gli innocenti, chi non provvede ai poveri». «E una volta - scrive il cronista Paolo da Foligno - comparve all’ora di terza, quando i tribunali sono pieni, con un lanternino acceso e una scopetta a spazzare sotto le panche, come che cercasse qualche cosa perduta. E richiesto che cosa cercava, rispondeva: «Cerco giustizia ». Pensava - si vede - che ce ne fosse poca. Senza essere pessimisti come fra Matteo da Bascio, cerchiamo che ce ne sia di più, non restiamo passivi e neutrali di fronte ai problemi di oggi.

No a alambicchi e decotti
   E cerchiamo anche che risplenda meglio la luce del Vangelo. Non seppelliamolo sotto la glossa! Direbbe S. Francesco. «Sbaglia - scrive Igino Giordani - chi propone alle anime un cristianesimo denutrito, depresso o dissimulato, da far ingerire in capsule di ambiguità, diluite nell’acqua tiepida del compromesso ». I tiepidi - è detto nella Scrittura - Dio li vomita. Quel dire e non dire, quel pencolare tra la immanenza e la trascendenza, tra il mondo e la chiesa, genera una «no man’s land», una zona desertica, su cui irrompe l’avversario. La parola del Signore fu sempre esplicita, come lama, tale da meritare persecuzione e patiboli a lui presente tra gli uomini e presente nella Chiesa. Forse uno degli impulsi che hanno tratto masse intere di popolo ad allontanarsi dalla Chiesa e a contentarsi di residui di etica e surrogati di teologia, proletarizzandosi in una sorta di paganesimo con etichette ecclesiastiche, sta proprio nell’aver presentato al popolo una religione fatta di alambicchi o di decotti emulsionanti, in cui entravano concessioni agli errori di moda e cedimenti verso i vizi di sempre. Chi presentava così il dogma, credette forse di aggiornare il Vangelo; e invece lo riformò recidendo le punte al magistero della Chiesa, alle dichiarazioni dei papi e alle manifestazioni dei Santi. Chi ha ammorbidito, illeggiadrito ed estenuato la verità, chi ha camuffato la croce a decorazione, ha sottratto al popolo la bellezza e la potenza del comandamento divino, che invita a dare a Dio il corpo, l’anima, tutto, e a decidersi nella dialettica tremenda, capitale, di Cristo verso mammona, della luce verso la tenebra, prendendo posizione per Cristo, sino a farsi lui, e vivendo la missione in terra come un’opera di restaurazione di tutte le cose in lui. «Sì, sì, no, no», insegna il Vangelo ed esige la Chiesa (Ef 4,17-19; 5,8-14).
   Opera Omnia 8,78-71

--- UNA PRESENZA ---

   I problemi non mancano ma non manca la speranza “là dove Gesù presente”. Lo assicura don Licio (pag. 4) riguardo alla famiglia, oggi spesso “cellula impazzita” nell’organismo civile ed ecclesiale. Vale anche per i grandi e sofferti problemi della pace, del rispetto dovuto alla vita nascente, del superamento della violenza, in tutte le sue forme. Dove c’è “un cristianesimo denutrito, depresso da ingerire in capsule ambigue, diluite nell’acqua tiepida del compromesso” (Igino Giordani, pag. 2), dove Gesù non è presente, là “ritorna Caino”. E purtroppo “Caino è già tornato”, scriveva, negli anni settanta, il nostro Luciani (pag. 1 e 2). Vale ancora per la testimonianza che dobbiamo dare alla verità. A questo riguardo Luciani chiamava in causa Hans Kung, Marcel Lefevre e teologi spericolati a ricordare a loro ed a noi la fedeltà alla “verità evangelica” di sempre (Vazza, pag. 3), dove si fa riferimento, non al proprio cervello, ma a Gesù ed alla sua Chiesa. Per la verità, per la fedeltà assoluta a Cristo ed alla Chiesa si arriva anche al martirio “con gioia” come Teofano Vénard, confortato dal papà che gli aveva scritto: “Se vedi che Dio ti chiama obbedisci senza esitare” (Luciani, pagg. 5 e 6). Un giovane poco più che trentenne il Vénard. Vale dunque anche e soprattutto per i giovani ai quali il cardinale Re, inaugurando l’Oasi Bethlehem, si rivolse amabilmente: “Non correte il rischio di una vita triste. Ognuno di voi ha un posto nel cuore di Cristo” (pag. 10). Una presenza necessaria dunque, Gesù. Non ci può mancare.
Mario Carlin

 

.: Sete di verità

Il vescovo Luciani in vacanza a S. Vito di Cadore, presso la villa del Seminario di Venezia. Sullo sfondo, l’Antelao.Scrive il Concilio Vaticano II: “I Vescovi devono svolgere il loro ufficio apostolico, come testimoni di Cristo... dedicandosi anche, con tutta l’anima, a coloro che in qualsiasi maniera si sono allontanati dalla via della verità”. (C.D. 2-11) Luciani, fedele a questo “ufficio apostolico”, era attento e vigile di fronte agli errori che potevano nascere nella Chiesa, da certi teologi. Su questo, era ben aggiornato, nonché invitato anche a scrivere per dissipare tali errori. Durante una sua vacanza, presso il Santuario di Pietralba (Bz) nel 1976, in un giorno di pioggia, Luciani si rifugiò nella biblioteca dei frati e trovò, per caso, una rivista “Dolomiten”, con l’articolo di un teologo che negava la distinzione tra anima e corpo. Il teologo sosteneva che questa distinzione era un’invezione di Platone e dei filosofi greci. Scrive Luciani: “Deposto Dolomiten, ho aperto il Vangelo di S. Matteo (10-28) che dice: “Non temete coloro che possono uccidere il corpo, ma non possono uccidere l’anima; temete piuttosto colui che può far perdere anima e corpo nella Geenna”. Allora mi sono chiesto: la distinzione tra anima e corpo è solo fiaba platonica o verità evangelica? Per me non c’è dubbio: è verità evangelica”. * * * A riguardo del famoso teologo Hans Küng, Luciani ha voluto dire qualcosa del suo libro: “Infallibile?”. Un libro molto criticato e contestato. Cosa dice Küng? Le proposizioni della S. Scrittura non hanno la garanzia della verità infallibile; la Chiesa può ingannare e ingannarsi a tutti i piani e a tutti i settori; nella Chiesa tutti sono eguali e non esiste nessuna gerarchia, ma solo la diaconia ecc. Quindi, gerarchia, primato, infallibilità non sono concetti biblici, ma sono stati introdotti abusivamente nella Chiesa, nel corso della storia. Parola di Küng. Più che rispondere a Küng, Luciani fa alcuni cenni soltanto. E scrive: “Quale garanzia mi dà Küng, che egli né inganna né s’inganna? È vero che ci sono gli errori di Papi e Vescovi di certi secoli, ma questi esempi riguardano la peccabilità nella vita e non la fallibilità nell’insegnamento”. Cita poi l’apostolo Paolo che “detta leggi chiare e precise per l’uso dei carismi. Egli non vuole anarchia ma disciplina e dice: “Se qualcuno si crede profeta o investito dello Spirito, riconosca in ciò che vi dico, un comando del Signore” (I Cor. 14). Più gerarca di così,si muore!”. Sempre S. Paolo scrive ai Filippesi: “Ai Santi che sono a Filippi, con i loro episcopi e i loro diaconi....” Episcopi e diaconi sono gerarchia e non puro carisma o diaconia”. Con ciò, Luciani non nega: “la stima della cultura e delle doti di Küng”. * * * Anche a riguardo del vescovo Marcel Lefebvre, Luciani vuole chiarire alcune sue tesi errate. Prima tesi: proclamando la libertà religiosa al Concilio, la Chiesa avrebbe cambiato strada,avrebbe rinunciato alla lotta contro l’errore. Risponde Luciani: “In realtà, più che cambiato, il Concilio ha precisato, rettificato il tiro... Non vorrà mica Lefebvre approvare il metodo di Carlo Magno, che disse ai sassoni: O accettate il battesimo o vi faccio uccidere”. E continua: “Qui è in gioco più lo stato che la Chiesa. Lo stato (cattolico e non) non può costringere ad abbracciare una fede religiosa che spiace, né può impedire di professare una fede che piace”. Seconda tesi di Lefebvre: la Messa di Paolo VI, riformata dal Concilio, contiene espressioni eretiche. “L’accusa è semplicemente ridicola, scrive Luciani. Silegga il preambolo, all’inizio di ogni messale, che riassume la dottrina eucaristica, anche secondo il concilio di Trento, tanto caro a Lefebvre”. Terza tesi: pluralismo, ecumenismo e dialogo, parole conciliari, sono altrettante brecce, per le quali entrerebbero a fiotti nella chiesa, protestantesimo, comunismo ecc. Che dire?... Risponde Luciani: “Non si accorge, il prelato francese, che in Italia è quasi quotidiana l’accusa all’episcopato, perché dichiara incompatibile cristianesimo e marxismo?”. * * * Luciani, con la sua sete di verità e unità, ha cercato di dare un giudizio positivo anche a Martin Lutero, il fondatore del protestantesimo. E scrive nel 1977: “È ancora difficile formarsi un’immagine adeguata della sua personalità. Non fu né un mostro né un santo. Dispiacciono in lui il linguaggio talvolta grossolano; commuove invece la sua sincera pietà. Lutero credeva fermamente alla divinità di Cristo e amava Dio. Questo, possiamo impararlo da lui. Ed altro ancora”.
Cesare Vazza


.: In casa con un ospite speciale


Un cordiale incontro con bambini e genitori.    Sono andato a leggermi gran parte dei tuoi interventi scritti e parlati sul tema della famiglia, ultimamente al centro di un vivace dibattito che si occupa in particolare delle cosiddette coppie di fatto. Regolamentari le convivenze che non rientrano nella tipologia del matrimonio sembra che improvvisamente sia diventata una improrogabile necessità nazionale; se poi un provvedimento legislativo riuscirà a mettere ordine in una materia tanto delicata e complessa, senza compromettere la centralità e la stabilità della famiglia fondata sul matrimonio, dovremo concludere che un tale dispendio di energie sarebbe stato degno di una causa migliore. Si è detto nei giorni scorsi che accanto ad un matrimonio religioso o civile che si celebra in Italia, si realizzano in contemporanea due convivenze di una certa stabilità. Qui trovo carente, latitante, indifferente, irresponsabile e colpevole la società civile a cui appartengo e in particolare quanti hanno il compito di provvedere al bene comune. Se la nostra Costituzione riconosce nella famiglia fondata sul matrimonio la cellula vitale della società, perché dobbiamo limitarci a registrare il disfacimento di questo organismo come degli spettatori disinteressati? Una cellula impazzita nel corpo umano, sappiamo benissimo cosa produce se non si interviene nei modi e nei tempi utili. È impressionante, condividerai certamente anche tu, che si parli della famiglia “tradizionale” in progressivo disfacimento con malcelata soddisfazione, quasi cantando vittoria. Perché? Forse c’è qualcuno che vede in questa disgregazione della famiglia una sconfitta della Chiesa? Un grande dolore certamente, anche al di là del sacramento che per i credenti è una risorsa inesauribile d’amore e di armonia nella coppia. La Chiesa infatti propone e non impone, ma desidera contribuire al bene della società anche con il suo progetto evangelico sulla famiglia. E qui, don Albino, lasciami dire una verità che spesso dimentichiamo: la pubblicità, la propaganda e la visibilità più convincente in questa materia non dovrebbe venire dalle nostre prediche e nemmeno dai comunicati dei Vescovi (non tirarmi le orecchie!), ma dalle coppie e dalle famiglie dei cristiani che hanno creduto e ancora credono nel “sacramento grande” del matrimonio. Vedi, quando una coppia di giovani si presenta in canonica e chiede di sposarsi in chiesa, faccio subito i complimenti, perché hanno il coraggio di andare contro corrente e di assumersi un impegno che include diritti e doveri, non solo diritti! Poi naturalmente parliamo di Gesù che si dovrà stabilire nella loro casa per sempre e del dovere di ascoltarlo e di onorarlo in faccia al mondo. Studiando sociologia, mi sembra d’aver trovato il principio che dovrebbe ispirare i saggi governanti: se la politica è l’arte di trovare gli strumenti adeguati per raggiungere il fine e il fine della politica è fare della società una famiglia felice... com’è che siamo meno felici di un tempo? Non per la recessione né per il benessere, ma per le relazioni che si complicano, si sfaldano e si incattiviscono. Le famiglie e le stesse convivenze ne risentono. La speranza viene dalle case dove i problemi non mancano, ma Gesù è presente sempre.
Tuo D. Licio

.: Teofano Vénard

il cardinal Albino LucianiUn seminario in gamba era quello di Poitiers, intorno al 1851. Si giudichi: un vescovo giovanissimo (il futuro cardinal Pie), che dei chierici appariva appena il fratello maggiore e n’era in realtà guida e padre sapientissimo colla profonda dottrina, col polso fermo, col prestigio della santità; degni i superiori, dotti e pii i professori, i giovani animati da entusiasmo sano e sincero. Tra essi qualcuno cinse in seguito la mitra; parecchi illustrarono la diocesi con virtù distinte, con pubblicazioni; due finalmente suggellarono col sangue la loro vocazione: Agostino Bourry e Teofano Vénard, martiri di Cristo, il primo nel Tibet, il secondo nel Tonchino.

Cattedra mancata
   E di Bourry tutti avevano pronosticato una fine così gloriosa: Quello lì, con l’ardore di penitenza e di sacrificio che ha addosso, non può finire che martire! Ma Vénard non aveva mai rivelato nulla di straordinario che lo designasse al martirio. Brillava nella scuola, cantava come un angelo, aveva il genio della polemica, la passione della musica, della poesia, delle lingue orientali; ma cosa dà tutto questo se non un brillante professore? «Oh tu... quand’è che avremo l’onore di sentire le tue prime lezioni di teologia? ». «Eccoli qua, quei delle lezioni...». E Vénard sorrideva. «Guarda che vogliamo un posticino alla tua scuola... Come? Neanche un posticino pei tuoi vecchi camerati?». «Saranno busse, se avrete il coraggio di presentarvi; e vi farò mettere alla porta!». «E noi ascoltiamo attraverso il buco della serratura!... ». Ridevano tutti, e Vénard più degli altri. Diffidate però del riso di certi chierici!

Missionario in erba
   Infatti, la cattedra era l’ultimo dei suoi pensieri. Suo sogno era un altro, coltivato fin dalla fanciullezza: le missioni, i pagani da convertire. A nove anni, mentre badava su un piccolo poggio all’unica capretta di famiglia, che brucava quieta i noccioli e i rovi, s’immergeva nella lettura de «Gli Annali della Propagazione della Fede », che parlavano di anime da salvare, di apostolato e di martirio. Tante volte durante la lettura gli scorrevano le lacrime. Un giorno, dopo aver letto a voce alta ad una vicina di campo la relazione di un martirio nel Tonchino, si volse vivamente verso di lei ed esclamò: «Anch’io voglio andare al Tonchino, e anch’io voglio essere martire! ». Cominciò lo studio del latino; entrò nel piccolo seminario, poi nel seminario maggiore. Ma il suo ideale missionario non lo aveva rivelato a nessuno, eccetto il confessore. Intanto, riceveva il suddiaconato, e il suo buon papà pregustava la gioia di vedere il suo figliolo già prete e di passare accanto a lui gli ultimi anni...

Un figlio
  Teofano conosceva le speranze del padre; soffriva indicibilmente di non poterle realizzare,ma come si fa, se il Signore chiama? Prese la penna dopo molto pregare, e scrisse: «Ecco il vostro figliolo che amate, il vostro Teofano si presenta a voi egli stesso; non ha voluto prendere a prestito una voce estranea. Viene apertamente, senza cercare sotterfugi indegni di voi e di lui... Oh! Dite che voi pure, dite che volete davvero che il vostro Teofano faccia il missionario. Povero padre! la parola è detta... Prendete il crocifisso appeso al caminetto dello studio, quello stesso che ha ricevuto l’ultimo respiro di mia madre, poi mettetevi in ginocchio e dite: Mio Dio, io lo voglio, sì! Sia fatta la vostra volontà! Povero padre mio, perdonatemi di aver io stesso vibrato il colpo. Ci sono di quelli che potrebbero dirvi che io sono un insensato, un ingrato, un figlio cattivo. Padre mio, mio dilettissimo padre, no, voi non lo penserete. Io so che l’anima di mio padre è grande e nobile...».

...e un padre
   Non si sbagliava. Non solo nobile, ma mirabile, era l’anima di papà Vénard. Ecco qualche brano della risposta che diede al figlio: «...Sì, mio buon amico, io sono del tuo parere: il sacrificio è pesante... Ma non voglio, mio caro figlio, cercare di stornarti dalle grandi risoluzioni che hai preso né contristare il tuo cuore con dei rimproveri... Se tu vedi che Dio ti chiama, e io non ne dubito, ti dirò: ubbidisci senza esitare. Nulla ti trattenga, nemmeno il pensiero di lasciare un padre afflitto né quello che tu non potresti più rifugiarti qualche volta sotto il tetto paterno. Basta! So che colui che mette mano all’aratro non deve guardare indietro; so pure che colui che lascerà suo padre e sua madre per camminare sulle orme di Cristo deve sperare una grande ricompensa. Sono motivi potenti. Io non ero in grado di risponderti subito, figlio caro; è stato necessario pagare prima il tributo alla natura; ma oggi, un po’ più calmo, mi sforzo di colmare i tuoi desideri. Tu mi domandi il mio consenso. Te lo do senza restrizioni. La mia benedizione? Ebbene, mio buon amico, perché te la rifiuterei? Tu sai che io sono tutto interamente pei miei figli, tu puoi dunque farci assegnamento. Tutto ciò che può farti piacere, lo fa anche a me, costi quel che costi. I miei sacrifici sono cominciati per te, Teofano, quando ti ho accompagnato in collegio... sono continuati sino a oggi. Quando e come finiranno? ...Lascio l’avvenire nelle mani di Dio... ricevi l’abbraccio di padre che tenerissimamente ti ama». Dieci anni dopo, nel Tonchino, poco più che trentenne, Teofano Vénard porgeva il collo al carnefice persecutore dichiarando che dava con gioia la vita per la conversione dei tonchinesi che aveva tanto amato. Quattro colpi di spada staccarono la sua testa dal busto e il sacerdozio ebbe un martire di più.
Opera Omnia 9,383-384

.: Cosa sta dietro al segno

la Madonna di Fatima    Delle apparizioni sr. Lucia non mi ha parlato. Io le ho chiesto solo qualcosa sulla famosa “danza del sole”. Non l’ha vista. Settantamila persone per dieci minuti di seguito, il 13 ottobre 1917, hanno visto il sole colorarsi di vari colori, roteare intorno a se stesso tre volte e poi scendere velocissimamente verso terra.
    Lucia, con i due compagni, nello stesso tempo vedeva, invece, vicino al sole fermo, la S. Famiglia, poi, in quadri successivi, la Vergine come Addolorata e come Madonna del Carmine. A questo punto qualcuno chiederà: un Cardinale si interessa di rivelazioni private? Non sa egli che il Vangelo contiene tutto? Che le rivelazioni, anche approvate, non sono articoli di fede? Lo so benissimo.
    Ma articolo di fede, contenuto nel Vangelo, è anche quest’altro: che “segni accompagneranno quelli che credono” (Marco 16,17). Se oggi è diventato talmente di moda “scrutare i segni dei tempi”, che assistiamo ad una inflazione e piaga di “segni”, credo sia lecito riferirsi (con fede umana) al segno del 13 ottobre 1917, attestato perfino da anticlericali e increduli. E, dietro il segno, è opportuno badare alle cose sottolineate da quel segno. Quali?

PRIMO:
   pentirsi dei propri peccati, evitare di offendere ancora il Signore.

SECONDO:
   pregare. La preghiera è mezzo di comunicazione tra gli uomini e Dio. TV, radio, stampa, oggi prevalgono sfacciatamente e sembrano voler far fuori la preghiera del tutto: questo ucciderà quello, è stato detto: pare si verifichi. Non sono io, ma Karl Rahner che ha scritto: «È in atto anche all’interno della Chiesa un impegno esclusivo dell’uomo per le realtà temporali, che non è più una scelta legittima, ma apostasia e caduta totale della fede».

TERZO:
   recitare il Rosario. Naaman Siro, gran generale, disdegnava il semplice bagno nel Giordano, suggerito da Eliseo. Qualcuno fa come Naaman: «Sono un gran teologo, un cristiano maturo, che respira Bibbia a pieni polmoni e suda liturgia da tutti i pori, e mi si propone il Rosario?». Eppure anche i quindici misteri del Rosario sono Bibbia, e anche il Pater e l’Ave Maria e il Gloria, sono Bibbia unita a preghiera, che fa bene all’anima. Una Bibbia studiata per puro amore di ricerca, potrebbe gonfiare l’anima di superbia e inaridirla: non è raro il caso di biblisti che hanno perso la fede.

QUARTO:
   l’Inferno esiste, vi si può cadere dentro. A Fatima, la Madonna ha insegnato questa preghiera: «Gesù, perdonate le nostre colpe, preservateci dal fuoco dell’Inferno, portate in cielo tutte le anime». A questo mondo ci sono cose importanti, ma nessuna più importante che meritare il paradiso con una vita buona. Non è Fatima a dirlo, ma il Vangelo: «Quale vantaggio avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero e poi perderà la propria anima?» (Mt. 16,26).
card. Albino Luciani
Venezia, ottobre 197
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.: Luciani: un uomo “ghermito da Dio”

il sorriso di Albino Luciani   In occasione del 23° Anniversario della Sua morte così si espresse di Lui il Suo Successore, Giovanni Paolo II, davanti a 500 pellegrini di Belluno-Feltre, come riferisce il giornalista Salvatore Mazza: “Dalla sua terra “raccolse ‘il sorriso di Dio’ per donarlo all’umanità”. Non a caso Mons. Albino Luciani fu denominato il “Papa del sorriso”. Mons. Francesco Taffarel, che è stato suo fedele Segretario durante il ministero pastorale nellaDiocesi di Vittorio Veneto, a proposito del sorriso ha scritto: «Molto si è detto sul sorriso di Giovanni Paolo I.
    Io sono portato a leggere sotto quel sorriso l’abbandono indifeso sulla nuda croce, per puro amore. Solo. Privo di ogni presunzione e forse di ogni conforto che non dice quello della fede. Lui umile, fisicamente debole, coscienziosissimo. Sulla nuda croce dell’amore puro. Papa Luciani non va letto come i sedicenti grandi della terra sotto i flash del mondo. Va letto nella luce del Vangelo». È eloquente circa il suo atteggiamento di fondo nella condotta di vita giornaliera il suo motto episcopale “Humilitas” (“Umiltà”). Come riporta lo stesso Mons. Francesco Taffarel, il Cardinale Marco Cè, Patriarca di Venezia, alla inaugurazione del “memorial” a Papa Giovanni Paolo I a Vittorio Veneto, il 21 settembre 1980, descrisse così Luciani: «Albino Luciani, per quanto uomo di grande dignità storica e di ben costruita cultura non appartiene ai grandi di questo mondo...La grandezza di Albino Luciani va individuata innanzitutto a partire dalla sua fede: quella fede per la quale è vissuto, ha sofferto, ha accettato il sacrificio supremo della croce pontificale su cui è morto; quella fede per la quale oggi vive».
   Egli prese per “norma” l’insegnamento del Vangelo, perché lo trovò vero, giusto. Mirò nel suo ministero sempre a salvare le anime, a combattere il peccato e a donare la pace. In una giornata di pioggia e di freddo, pastoralmente difficile, di ritorno al Castello di San Martino, passando davanti all’immagine della Madonna collocata vicino all’arco Card. Dalla Torre, Mons. Taffarel udiva Luciani sussurrare: «Voglio essere fedele a quanto Dio mi domanda e mi ha incaricato di compiere, anche se devo soffrire... Non voglio essere di ostacolo...». «Questa è la mia grande gioia: vedere chiese piene di gente, che ascolta la Parola di Dio e, amandosi, la mettono in pratica». E questo diceva «sempre con “umiltà disarmante”», come rileva il suo ex-Segretario. Fu segnato dal clima religioso e sociale, che respirò in famiglia e nella sua parrocchia, che sono state il suo primo libro di lettura. Capì che è una fortuna scoprire Dio, incontrarlo e fare il viaggio della vita con lui, prendendo come amico, modello e compagno di viaggio Gesù Cristo. Nel suo viaggio verso Dio egli confidava al suo Segretario di aver preso come modello S. Paolo sulla via di Damasco: «Il Cristo mi ha rovesciato da cavallo e mi ha ghermito; da allora lo scopo della mia vita è solo questo: correre dietro a Cristo; meglio essere da Lui conquistato; Cristo ha fatto tanto per me, ed io che cosa posso fare per Lui?». E, a coloro che lo hanno conosciuto da vicino come chi scrive, lo ricordano gioiosamente così, come lo ha presentato Mons. Taffarel: «Egli ancor oggi viene incontro a noi raccolto e schivo, alieno da ogni esibizionismo, con amabilità e decisione, che si accompagnano ad un personale e indomabile rigore di forza interiore. Guarda al “nuovo” senza sentirsi sconcertato; seleziona e coglie il meglio, il vero, quello che è roccia del Vangelo; non scende a patteggiare quanto è fede e insegnamento sicuro del Magistero della Chiesa; riesce persona di equilibrio saggio e sapiente, senza sacrificare né la ricerca e neppure una migliore comprensione del mistero di Dio rivelato agli uomini ». Egli fu un ammiratore della natura, e in particolare delle Montagne del Cadore. «Di ritorno da una visita nelle Dolomiti, alle Colonie e Campi Scuola diocesani, si esortava: “Facciamo due passi su questi prati e saliamo su queste rocce” (Passo Giau); e poi di fronte allo stupendo panorama commentava: “Salire, salire! Tutti vogliono andar più in su. Anche noi sforziamoci di salire verso Dio, ogni giorno con qualche piccolo passo.    Io non sono capace di volare come le aquile, ma tento di farlo come le colombe, da un comignolo all’altro... Magari potessi ghermire Dio, come sono stato da Lui ghermito!”».
   da Emilio Silvestrini
“Albino Luciani e l’Humanae Vitae”
Ed. Ancora 2003, pp. 33-36.


 

.: Un leone, due signore e un anello

   Mi piace ricordare quello che è successo a Chesterton una volta. Era a pranzo fra amici e al termine gli hanno detto: «Adesso che abbiamo finito, fa’ un discorso ». «Ma, no, han già parlato in tanti... non sono preparato... - rispondeva lui -. Beh, vi racconterò una storia, che risale ai primi tempi della Chiesa, quando, come S. Ilario, i cristiani venivano portati nell’anfiteatro per essere martirizzati. È successo a uno che l’han portato in mezzo all’arena, la gabbia del leone era pronta, il leone l’avevan tenuto da tre giorni senza mangiare perché avesse fame, gli hanno aperta la porta, gli aguzzini han cercato di stuzzicare il leone, di spingerlo; è andato, ma poi è tornato in gabbia; tornano a stuzzicarlo, ma non c’è stato verso di muovere la bestia ad assaltare quel cristiano. Allora si è levato un grido nel circo verso l’imperatore: “Maestà, facciamo la grazia a questo povero cristiano!”. L’imperatore gradì ma disse: “Io vorrei sapere cosa è successo”. Ha chiamato quel tale: “Perché il leone non ti è saltato addosso?”. “Maestà - rispose - quando è venuto a me vicino gli dissi: Vieni, mangiami, guarda però che dopo ti faranno fare un discorso!”. E lui è tornato indietro».

* * *

   Ricordo un brano di Turgeniev, uno scrittore russo con dei bellissimi libri che lessi da giovane. Racconta che un giorno il Padre eterno, in Paradiso, ha dato un ricevimento a cui ha invitato tutte le virtù: la carità col vestito rosso,la speranza col vestito verde, la fede col vestito bianco... c’era un sacco di virtù: S. Tommaso ne enumera 134, naturalmente cercava di presentarle e ha visto due virtù che sembrava che non si conoscessero, allora è andato là: «Ma non vi conoscete?». «No!». «Allora vi presenterò io: “Signora beneficenza, questa è la riconoscenza; Signora riconoscenza, questa è la beneficenza”. Non si erano mai conosciute e incontrate.

* * *

   Un pescatore in una notte spaventosa di tempesta e di vento stava vicino a S. Marco a custodire la barca: manco male, pensava, che questa tempesta non la porta via. Ecco che capita un vecchio: «Portami di là», gli dice. «Ma, risponde, con questa tempesta...». «No, montiamo, non aver paura». E allora han passato il canale, sono arrivati all’isola di S. Giorgio, e lì c’era un giovanotto armato, ben messo: «Imbarca anche lui!». Era S. Giorgio. «E adesso vai al Lido alla chiesa di S. Nicolò!». E lì hanno trovato un terzo, vecchio anche lui: era S. Nicolò. E sono andati fuori nel mare e lì han visto una nave piena di diavoli i quali soffiavano soffiavano; erano loro che volevano sommergere Venezia sotto le acque. Allora tutti questi tre santi (S. Marco, S. Giorgio, S. Nicolò) han dato una grande benedizione e la nave dei diavoli si sprofondò. «Portaci indietro adesso!». A S. Nicolò hanno sbarcato il secondo vecchio, a S. Giorgio hanno sbarcato il giovanotto, e quando sono arrivati al molo il primo vecchio diede un anello al pescatore dicendogli: «Domani tu andrai dal doge e gli dirai che questa notte S. Marco, S. Giorgio e S. Nicolò hanno salvato Venezia». Il giorno dopo è andato, con l’anello, dal doge, hanno aperto la tomba di S. Marco e han visto che mancava proprio l’anello del santo.

.: In vista la conclusione della fase diocesana

   Desidero qui riportare una illuminante testimonianza su Luciani, quella di mons. Antonio Cunial, immediato successore di Luciani a Vittorio Veneto. Risale al 1980, ben prima che si pensasse ad una apertura del Processo di beatificazione: eppure già riflette la fama di santità che sempre più si approfondirà nel corso degli anni: “Il messaggio espresso da papa Luciani entrò nelle coscienze come per le accensioni dalla sua fede, profonda e forte. Si sforzava di guardare con l’occhio di Dio persone e cose. Da qui il suo sorriso: si era messo totalmente nelle mani di Dio e nessuno può fermare la bontà dell’amore infinito. Da qui ancora il suo stile familiare e nel contempo distinto, oltre le forme di un protocollo forse non più indovinato. Egli ci ha lasciato un tipo di vita intessuto di virtù umane ed evangeliche: squisita sensibilità, umiltà, pietà, fede, speranza, carità. Egli rimane esempio del vero cristiano, del vero prete e vescovo, di padre universale nello spirito.
   Fedele alla Tradizione e pronto al rinnovamento,da vescovo e da papa, Luciani fu fermo nei principi e aperto di cuore nell’accoglienza delle persone. Instancabile nella presenza e attività pastorale, stimolava verso i vari campi dell’apostolato e della santità. Sentiva le cose pure e buone; visse di amore, in Dio e per gli uomini... Toccò i grandi temi interessanti i rapporti di vita con Dio, la chiesa, il mondo. A tutti i credenti richiamò l’impegno e la gioia dell’evangelizzazione; sottolineò la bellezza e la necessità dell’amore cristiano per vincere la violenza e rendere gli uomini fratelli. Fu maestro di verità, il catechista appassionato del disegno di Dio.
   La sua fu una catechesi, che scava dentro, dona valori, porta a Dio. Il suo magistero fu nella luce di Dio e nella letizia delle cose”. Mi è parso bello far precedere da questa bella testimonianza su Luciani, la notizia che il prossimo 11 novembre, avrà luogo la solenne conclusione del processo di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio Albino Luciani, papa Giovanni Paolo I. Circa 160 i testimoni sentiti da mons.Attilio Giacobbi, Giudice Delegato, secondo le indicazioni del postulatore, per un totale di 177 sessioni (manca ancora qualche audizione): nella maggior parte sono sacerdoti, ma anche qualche Vescovo e, naturalmente, laici e religiosi/e. La fase diocesana del processo ha compreso le indagini nella Diocesi di Belluno- Feltre, in quella di Vittorio Veneto, nel Patriarcato di Venezia e a Roma. Nel frattempo la Commissione storica ha svolto la sua opera di ricerca di documenti inediti che riguardano la persona e l’opera di Albino Luciani, alla fine della quale verrà approntata una relazione sulla spiritualità del Servo di Dio, così come appare da questi documenti. Nel frattempo, questa Postulazione ha inviato per un primo esame presso la Congregazione per le Cause dei Santi, la documentazione relativa ad un presunto miracolo: la risposta interlocutoria è stata positiva e sono stati richiesti ulteriori riscontri per approfondire il fatto. Ovviamente non c’è nulla di sicuro, tuttavia la cosa è stata definita “interessante”. Nel “Libro sinodale” consegnatoalla nostra Comunità Diocesana dal vescovo Giuseppe Andrich il 15 giugno scorso, al n. 21 si legge: “La vocazione alla santità è per tutti. In questo sforzo e cammino di perfezione giova molto guardare all’esempio dei santi, i fratelli e sorelle che hanno vissuto in sé le virtù del Signore e sono stati docili all’opera dello Spirito Santo”. E il testo continua ricordando le figure dei nostri conterranei “dei quali è in corso la causa di canonizzazione”, tra cui papa Luciani. In questa sottolineatura del testo sinodale, noi ritroviamo il senso di un “processo di canonizzazione”: è un portare allo scoperto, attraverso mezzi umani, la santità vissuta e nascosta ai più, di una persona per cercare di imitarla, rispondendo così alla vocazione fondamentale di ogni cristiano (cf. LG 32,b.c). Con questo impegno e desiderio profondo noi attendiamo il traguardo della conclusione della fase diocesana del Processo, chiedendo al Padre di saper anche noi rispondere ogni giorno, generosamente, a questa chiamata ad essere santi come Lui è Santo (1Pt 1,16).
  Sac. Giorgio Lise
Vice Postulatore

.: La riflessione del Direttore

  “Dedicato ai giovani”: vorrei, in queste pagine, lasciar parlare la cronaca e le immagini di una festa. Sto parlando dell’inaugurazione della struttura di accoglienza per giovani denominata “Oasi Bethlehem - mons. Maffeo Ducoli”. Già diversi gruppi giovanili la riempiranno per tutta l’estate per campiscuola formativi, ma anche il Centro papa Luciani - attraverso l’impegno e la fantasia di don Robert aiutato da sr. Manuela e sr. Alessia - sta programmando una serie di appuntamenti originali, da proporre ai giovani nel prossimo anno pastorale.
La realizzazione di quest’opera è, per il Centro papa Luciani, l’avverarsi di un “sogno” cullato per anni.
Della sua necessità e validità siamo tutti consapevoli! E di questo si è reso interprete anche il cardinale Giovanni Battista Re che ha inaugurato e benedetto l’“Oasi”, e di cui riportiamo alcuni passi della sua omelia.
Anche noi ci auguriamo che con l’aiuto di Dio e l’intercessione di papa Luciani - che è sempre stato pastore attento all’educazione dei giovani - questa realizzazione “vivat, crescat, floreat”.
    don Giorgio

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   Dall’omelia del Cardinale Giovanni Battista Re, Prefetto della Congregazione per i Vescovi: Questa nuova struttura è un segno di attenzione ai giovani che fa onore alla vostra diocesi; è un’opera che va incontro alla sete di aggregazione che vi è nella gioventù. Nei giovani - ed è questa una dimensione a livello mondiale - si nota un crescente spirito di condivisione, di solidarietà, di fratellanza. Trovarsi con gli altri è per la gioventù non soltanto un momento di divertimento e di gioia, ma anche un momento di crescita. I giovani scoprono che i valori del trovarsi insieme, della sana amicizia danno pienezza alla vita e sono stimolo a crescere nella propria personalità. Per affrontare bene i problemi dell’esistenza il giovane sente il bisogno di non restare isolato. Il confrontarsi con i coetanei, il discutere nella gioia, anche su argomenti seri, aiuta il giovane a fare diventare la sua vita una splendida avventura. Vorrei invitare tutti ad avere fiducia nei giovani, proprio per dimostrare loro più attenzione. La fiducia nei giovani è una forza che permette ad una società di progredire e di rinnovarsi. Una società pensa veramente al suo futuro soltanto se si impegna a favore della gioventù. Perdere i giovani significa perdere il futuro. I giovani non vanno considerati come un vaso da riempire, ma come dei fuochi da accendere con degli ideali per cui valga la pena spendersi. I giovani sono la speranza del futuro. Carissimi giovani, vivete la vostra gioventù con gioia e con serenità, ma anche con impegno e responsabilità, perché da questi anni dipende il vostro futuro. Domani sarete quello che avete scelto di essere in questi anni della vostra giovinezza. L’avvenire non si attende come si aspetta un treno o un tram, ma si prepara. Ognuno costruisce il suo avvenire nel periodo della sua giovinezza e, pertanto, questi anni sono decisivi per voi. Sappiate che ognuno di voi ha un posto nel cuore di Cristo. Ognuno di voi è prezioso per Cristo. In questi anni della vostra giovinezza, accogliete Cristo come compagno e guida del vostro cammino. Lasciate dietro di voi tutto ciò che vi separa da Lui. Aprite i vostri cuori a Cristo! Spalancate le porte della vostra giovinezza a Cristo e seguitelo con fiducia. Non cercate altrove ciò che Lui solo, Cristo, può donarvi, perché in nessun altro c’è salvezza. Con Lui sarete in grado di realizzare voi stessi e contribuirete anche a migliorare la società, costruendo un mondo più sereno e più umano. Lui solo ha parole di vita eterna. L’Eucaristia sia per voi giovani nutrimento e forza per un cammino umano e cristiano. Fate della vostra vita una risposta d’amore al grande amore di Dio per voi. Non correte il rischio di una vita triste. E abbiate fiducia nella Chiesa. Essa è divina e umana: essa ha l’assistenza di Dio ed ha i limiti degli uomini di Chiesa, ma nonostante questi limiti vi trasmette il messaggio di Cristo e ve lo trasmette in modo autentico e sicuro. Essa continua l’opera di Cristo nel mondo di oggi. Dentro la barca della Chiesa ci si salva; uscendo dalla barca si annega.

.: Gli incontri culturali
nel secondo trimestre 2006


Mons. Piergiorgio Nesti e Andrea Pamparana.“Benedetto. Padre di molti popoli” è il titolo del libro che l’autore Andrea Pamparana, vicedirettore del TG5, ha presentato il 21 aprile assieme al vescovo S.E. mons. Piergiorgio Nesti, segretario della congregazione per la vita consacrata. San Benedetto non fu solo il fondatore del monachesimo occidentale ma anche l’iniziatore di un colossale progetto culturale. Nel monastero o nell’abbazia, San Benedetto inventa un modello di vita sociale, un nucleo di società che poi si irradia e si moltiplica. In questo senso la sua celebre Regola è un codice di condotta personale per l’elevazione dell’anima ma è anche il germe di un ordinamento politico. La Regola prescrive tutto e nulla lascia al caso o alla circostanza. Dopo le prime fondamenta gettate da Pietro e Paolo, i monaci benedettini fecero nascere l’Europa, le dettero un credo, un’educazione, dei costumi, una moralità, un’economia, un corpo di leggi, una scienza. Insomma risollevarono una civiltà perduta, la plasmarono e dettero all’Europa un’identità.

Mons. Pero Sudar con alcuni amici.Il programma culturale è poi proseguito il 18 maggio con la testimonianza del vescovo ausiliare di Sarajevo S.E. mons. Pero Sudar sul tema “Guerra e pace. Bosnia ed Erzegovina dieci anni dopo gli accordi di Dayton”. A dieci anni da questi accordi che sancirono la sofferta pace nell’ex Yugoslavia la situazione in Bosnia appare ancora compromessa: a Sarajevo e dintorni esiste il 40% di disoccupazione, la fragile democrazia appare ancora sorretta dagli alti commissariati delle Nazioni Unite. E se in Bosnia Erzegovina non cadono più bombe da un decennio, di pace vera ancora non si può parlare. Sento - ha detto mons. Sudar - che la guerra dieci anni dopo l’accordo sulla pace di Dayton fa parte della nostra pace in maniera da condizionarla totalmente. Ma anche la pace imposta è entrata nel cuore della guerra provocando un infarto. Da allora la Bosnia Ervegovina versa tra la morte e la vita. La trasfusione della comunità internazionale non ci lascia morire ma le condizioni che ci ha imposto non ci consentono di guarire. Gli accordi di Dayton hanno fermato la guerra ma i suoi risultati e gli scopi bloccano il processo di pace”.

Tiziana Ferrario con la vicepresidente della Provincia Bettiol, il prefetto Raimondo e l’assessore comunale di Santa Giustina Da Pont.Un viaggio nell’Afghanistan a quasi cinque anni dall’attacco alle Torri Gemelle, l’inizio della guerra al terrorismo e la caduta del regime dei talebani è il contenuto del volume che l’autrice Tiziana Ferrario, conduttrice e inviata del TG1, ha presentato il 28 giugno. Un viaggio che ha permesso di capire perché la pace e la stabilità sono ancora così lontane nella terra che ha ospitato Osama Bin Laden e i campi di addestramento di Al Qaeda, nel paese che la Casa Bianca considera un modello di “democrazia da esportazione”. L’Afghanistan dipende totalmente dagli aiuti internazionali,rimane il maggiore produttore di oppio al mondo ed è ancora oggi pieno di armi.

Il primo luglio l’ultimo incontro, prima della pausa estiva, quando è stato presentato al pubblico il libro “Storia delle Guardie Svizzere”. Ad affiancare l’autore Robert Royal, direttore dell’Istituto “Fede e Ragione” di Washington, mons. Walter Brandmuller, presidente del Pontificio Comitato Scienze Storiche. Le Guardie Svizzere sono l’esercito più piccolo, più pittoresco e più famoso del mondo. La serata ha proposto un racconto piacevole e arricchito di fatti e aneddoti curiosi. Nell’ultimo mezzo millennio la Chiesa Cattolica si è affidata a uno scarno corpo di giovani volontari svizzeri, raramente più di 200, per il compito essenziale di proteggere la persona del Papa. Durante il loro lungo servizio le Guardie Svizzere dovettero adattare il loro modo di operare al particolare tipo di missione che i vari pontefici cercarono di svolgere nei differentimomenti della storia.
Michelangelo De Donà


 

.: A Col Cumano un’ “Oasi” per giovani

l'Oasi Bethlehem   Il cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della Congregazione per i Vescovi, ha inaugurato domenica pomeriggio al Centro “Papa Luciani” di Col Cumano l’oasi “Bethlehem - monsignor Maffeo Ducoli”, la struttura che sarà dal mese di luglio a disposizione dei campiscuot dei gruppi giovanili e di altre attività pastorali. Il Cardinale è stato salutato, all’inizio della celebrazione eucaristica da lui presieduta, dal vescovo diocesano monsignor Giuseppe Andrich, che nel suo intervento ha ricordato come l’attività del Centro “Papa Luciani” sia iniziata 25 anni fa e consista in un numero straordinario di incontri spirituali e culturali. Rivolgendosi al vescovo emerito, monsignor Maffeo Ducoli, che concelebrava, monsignor Andrich lo ha ringraziato per l’attenzione sempre dimostrata al Centro Papa Luciani continuata e culminata con l’impegno nella realizzazione dell’oasi, una struttura che rende permanente «la sollecitudine dimostrata dal vescovo Ducoli nella pastorale giovanile»; il cardinale Re è stato da il direttore del Centro monsignor Giorgio Lise con il vescovo Giuseppe Andrich, il Cardinale Giovanni Battista Re e il vescovo Maffeo Ducolimonsignor Andrich ringraziato per la familiarità che ha acquisito con la diocesi di Belluno-Feltre, nata con la visita resa a monsignor Savio, ormai gravemente ammalato, nel novembre 2003 e proseguita con la celebrazione per il decennale del santuario del Nevegàl, nell’agosto 2004. Il Cardinale ha dedicato ai giovani la sua omelia: ne ha constatato con soddisfazione il desiderio di vivere in comunità e in comunità sperimentare la realizzazione di grandi ideali per approfondire le grandi domande della vita. «Fa onore alla diocesi di Belluno-Feltre - queste le parole del card. Re - l’aver colto questo desiderio» ed aver aggiunto a quelle esistenti una struttura, l’oasi, che permetta di vivere questo bisogno di aggregazione e di spiritualità. Un desiderio che deve essere colto non solo dalla Chiesa ma da tutta la società, che deve «aver fiducia nei giovani e mostrare loro attenzione e vicinanza», perché una società «pensa al suo futuro soltanto se educa i giovani» e viceversa «perdere i giovani significa perdere il proprio futuro». Essi «non sono un vaso da riempire, con nozioni o con cose, ma fuochi da accendere con degli ideali per cui valga la pena di impegnarsi ». Rivolgendosi nuovamente ai numerosi giovani presenti, componenti di associazioni e gruppi parrocchiali di Belluno-Feltre, ha detto loro «Avete una sola vita da vivere », il che non vuol dire “sciuparla”. «La giovinezza è la primavera della vita, perché non solo precede, ma anche prepara l’estate, cioè il futuro». Ha concluso invitando ciascuno di loro a sognare in grande, perché «la vita - ha detto un momento della S. Messa con i fedeliil Cardinale sulla scia di una frase di papa Giovanni XXIII - è la realizzazione di un sogno di giovinezza ». La Santa Messa, celebrata all’aperto, nel suggestivo scenario di un boschetto ripulito con una giornata di lavoro degli Scout d’Europa di Longarone - sito paragonato dal cardinale Re al biblico giardino dell’Eden, dove il Signore stesso, secondo il racconto della Genesi,scendeva per conversare con l’uomo - è stata concelebrata da numerosi sacerdoti, tra cui il direttore del Centro “Papa Luciani” monsignor Giorgio Lise, il vicedirettore don Robert Soccal, il direttore del Centro diocesano di pastorale giovanile don Mario Doriguzzi, l’arciprete di Santa Giustina monsignor Sergio Dalla Rosa e i direttori e vicedirettori che si sono susseguiti nel servizio al Centro “Papa La S. Messa presieduta dal cardinale ReLuciani”. Accompagnata dai canti del Coro parrocchiale di Santa Giustina, la Santa Messa ha visto la partecipazione della comunità religiosa al servizio del Centro, quattro Piccole Suore della Sacra Famiglia, con la Superiora regionale, e di persone particolarmente legate a monsignor Maffeo Ducoli grazie all’amicizia nata nei suoi anni di episcopato. Alla liturgia ha fatto seguito la presentazione del libro su papa Giovanni Paolo I “Lo stupore di Dio”, firmato da Nicola Scopelliti e don Francesco Taffarel. Monsignor Giorgio Lise, presentandolo, ne ha elogiato la capacità di alternare citazioni degli scritti di Albino Luciani a descrizioni della vita del Servo di Dio.Ancora monsignor Lise ha preso la parola per descrivere la storia la benedizione del cardinale Giovanni Re all'Oasi Bethlehemdella realizzazione dell’opera, curata dall’ingegner Minella con collaboratori, ed ha lasciato il microfono a monsignor Maffeo Ducoli per un ricordo personale. Il nastro è stato tagliato assieme dai vescovi Andrich e Ducoli e dal cardinale Re, che ha impartito la benedizione alla nuova struttura, capace di ospitare 74 persone. L’augurio tradizionale vivat, crescat, floreat è stato espresso dal Cardinale con le parole di un canto molto diffuso tra i gruppi giovanili ecclesiali: Soffierà il vento forte della vita, eseguito poco prima e che risuonerà di qui a poco tante volte tra le mura dell’oasi. Il cardinale ha infine visitato la nuova struttura con i vescovi e le autorità presenti: uno degli ambasciatori del Sovrano Militare Ordine di Malta, il sindaco di Santa Giustina Vito Tison, il viceprefetto Francesco Squarcina, il questore Francesco Faggiano, il presidente della Provincia Sergio Reolon, l’assessore regionale Oscar De Bona, il presidente della Comunità montana Ennio Vigne, il consigliere della Fondazione Cariverona Paolo Conte.


 

.: Educare nella famiglia


la famiglia   L’educazione è opera di amore. Parrà strano, ma è certo che i genitori cominciano a educare i figli col volersi bene a vicenda. Se, infatti, il figlio percepisce che i suoi genitori si amano poco, si sente disorientato, insicuro, solo con i problemi e parte non favorito per la lunga strada dell’educazione. Dicono i pediatri che fin dai primi mesi i bimbi sono forniti di antenne sensibilissime per captare le turbe psichiche della loro madre. Questa entra in stati di tensione nervosa, perché trascurata dal marito o in contrasto con lui?
    Il lattante la rileva subito: prende meno cibo, talvolta non lo trattiene, diventa inquieto, irritabile. Talvolta in pediatria i casi difficili non dipendono dalle deficienze organiche del bambino, ma dallo stato continuamente ansioso della madre. Osservando i propri genitori vicendevolmente affettuosi, il figlio, pur senza ragionare, intuisce che la sua casa è sicura, è più sereno e disponibile per la buona educazione.
   I bravi genitori lo sanno e se il figlio è stato spettatore casuale di un loro momentaneo malumore, hanno cura di farlo assistere alla loro affettuosa riconciliazione per cancellare la sfavorevole impressione registrata dal di lui animo!
A. Luciani
Messaggero di S. Antonio, marzo 1977

 

.: "È umiliante regredire a Caino"

la copertina del libro Lo stupore di Dio Vita di papa Luciani   «Lo stupore di Dio», Vita di papa Luciani: è questo il titolo, efficace ed essenziale, del nuovo libro su Giovanni Paolo I, che è uscito recentemente. È stato curato da Nicola Scopelliti, Vice Capocronista de “Il Gazzettino” presso la redazione di Conegliano e da don Francesco Taffarel che fu segretario particolare di Luciani a Vittorio Veneto ed è il geloso custode delle memorie del vescovo Albino Luciani. Il volume - 341 pagine e una parte centrale arricchita di foto anche inedite - si legge molto volentieri soprattutto perché il racconto degli autori di ambientazione storica, di fatti ed avvenimenti, di gesti o attività pastorali di Albino Luciani, viene sapientemente alternato a citazioni dirette dello stesso Luciani.
    Tutto ciò dà agilità al testo e crea nel lettore il desiderio di procedere per comprendere meglio la vita e la figura di questo “uomo di Dio” e arricchire il proprio spirito attingendo direttamente dalle sue parole. Dunque non è solo un completo itinerario biografico, ma - mentre scorrono quasi come in un film - le immagini della vita di Luciani, emerge anche il suo alto profilo spirituale, segnato da fede cristallina e da straordinaria umiltà.    Nella lettura si respira un soffio continuo di speranza, anche quando si raccontano le difficoltà incontrate da Luciani sia nella vita che nell’esercizio del suo ministero episcopale; e alla fine si avverte chiara la verità delle parole scritte da Luciani stesso nella lettera a Peguy: “Noi siamo i figli della speranza, lo stupore di Dio”.
GL