Anno XXII-gennaio 2005-n. 1

Non c'è giustizia senza pace

#2 A Venezia una Messa...

#3 Tutto il resto meritava un sorriso

#4 Nascondeva la sua cultura nella semplicità

#5 Era una vetrata trasparente

#6 Luciani in preghiera in chiesa

#7 Il paio Chisciotte-Sancio

#8 Verso la Beatificazione...

Eucaristia e Incarnazione

#10 Conclusa la decima edizione...

 

::: Non c'è giustizia senza pace :::
lo diceva trentadue anni fa

Di Albino Luciani

In questa liturgia della parola più volte abbiamo sentito nominare insieme giustizia e pace. Ciò s’intona col tema della quinta giornata mondiale per la pace: Se vuoi la pace, lavora per la giustizia. Si tratta di un tema attuale. Sono realtà le tante e grandi ingiustizie nel mondo. È realtà che le ingiustizie mai come oggi hanno urtato la coscienza specialmente dei giovani. Mai come oggi i popoli della fame hanno interpellato i popoli dell’opulenza, i popoli fortemente industrializzati hanno avuto fame e sete di partecipazione al potere, i popoli a regime assolutista hanno desiderato libertà spirituale e religiosa. * * * Si tratta di un tema biblico. Isaia (32,17) scrive: “opus iustitiae pax, la pace è opera della giustizia”. il salmo (85,11) dice: “giustizia e pace si tengono abbracciate”. Questo abbraccio ideale comporta due aspetti. Primo: non c’è pace senza giustizia. Non basta, infatti, che ci sia l’assenza di guerra o l’ordine imposto a qualunque costo per avere una vera pace. Quando nel 1830 i russi soffocarono nel sangue il tentativo polacco di indipendenza, il generale Sebastiani annunciò alla camera francese: “l’ordine regna a Varsavia”. Ma era la pace a suo tempo descritta da Tacito: “prima devastano e ammazzano in un luogo: poi annunciano di avervi portato la pace”. Era la pace di Federico II di Prussia, che aveva fatto incidere sui suoi cannoni la frase: “ultima ratio regis, il cannone è l’argomento decisivo del re!”. Lo stesso re era solito dire: “Quando un revuol fare la guerra, prima la fa; poi chiama i giuristi e questi dichiarano che la guerra era giusta”. Secondo aspetto: non c’è giustizia senza pace. La giustizia, infatti, non è tutto, non dà tutto e non dà neppure la Pace. Se non è preceduta e accompagnata da concordia di animi e da buona volontà. Nel Vangelo odierno abbiamo udito: “Beati i facitori di pace!”. Subito prima, però, era stato letto: “Beati i miti, beati i misericordiosi!”. Chi è rigido, intransigente nel difendere i diritti propri e altrui, può creare reazioni irriducibili e procurare nuove ingiustizie. Dice la Bibbia: “non volere essere troppo giusto” (Qo 7,16) e Cicerone: “il diritto estremo diventa talora estremo torto”. Dialoghi, negoziati, transazioni, mediazioni, arbitrati, concordati sono utilissimi strumenti di pace e di giustizia. Ma importano libera rinuncia a qualcuno dei propri diritti o vantaggi. * * * Si tratta di tema caro al popolo, che lo esprime nelle figurazioni e negli aneddoti. Un contadino vanga straccamente nel campo. Passa il padrone e gli dice: “Mettici più impegno: se la vanga ha questa lunghezza, vuol dire ch’essa dev’essere affondata nella terra fino all’orlo!”. “È giusto”, risponde, sottomesso, il contadino, ed eseguisce. Viene la sera e il padrone offre da bere, ma mesce soltanto fino a metà bicchiere. “Signor padrone - dice allora il contadino - se il bicchiere ha questa altezza, vuol dire ch’esso dev’essere riempito sino all’orlo!”. “Hai ragione”, dice il padrone, e riempie sino all’orlo. Favola-proverbio. Ma indica bene che la pace si fa attraverso la giustizia e la giustizia attraverso il dialogo, la persuasione, l’umile riconoscimento da una parte e dall’altra di un proprio torto, dando il primato all’influenza del diritto e della morale. Perché la giustizia – secondo il gusto e la tradizione popolare – è dipinta con gli occhi bendati? Perché essa non deve guardare il colore della pelle, la razza, la tessera di partito. Perché colla bilancia in mano? Perché, senza usare due pesi e due misure, deve fare le parti giuste. Perché colla spada in pugno? Perché - lo diceva Gandhi –la via della pace e della giustizia non è la via della debolezza. La pace non è una vittoria ottenuta una volta per sempre, ma una battaglia da guadagnare, ricominciando da capo. Intendiamoci: non battaglia contro qualcuno, ma battaglia a favore di qualcuno!
Essa comincia in noi stessi, con un’autocontestazione. Dice la Bibbia: “Da dove provengono le lotte e le questioni in mezzo a voi? Non derivano forse dalle passioni? Siete pieni di brame e non arrivate a possedere...” (Gc 4,1-2). Passioni a parte, siamo anche limitati: ci è difficile mettere assieme l’amore verso tutti e la solidarietà con alcuni pochi, cioè con i gruppi di vita: di lavoro, di quartiere, di razza, di ideologia, di partito. Siamo stati capaci di spendere miliardi per sbarcare sulla Luna e mandare macchine su Marte. Non siamo stati capaci di inviare soccorsi presto ed efficaci in India, dove otto milioni di profughi mancavano di tutto, e neppure di mandare operatori di pace sul luogo, in cui due popoli poverissimi si stavano dilaniando crudelmente. La solidarietà fra le nazioni è un debole e pio desiderio, non un fatto e lo vediamo: guerra in atto nel Vietnam; pericolo di guerra in Medio Oriente e in Irlanda; la cultura, il grado di sviluppo economico, invece che avvicinare, scavano e allargano fossati di divisione; tutti parlano di pace, ma tutti continuano ad armarsi e a far commercio d’armi; le grandi potenze passano aiuti ai paesi poveri, ma, tra gli aiuti, figurano spesso grosse partite d’armi! * * * Miei fratelli, ha ragione la Bibbia: giustizia e pace si abbracciano. Ma quanta fatica per farle abbracciare! Ciò non deve scoraggiare; accresce, piuttosto, la nostra umile confidenza nella potenza di Dio e ci rende più sensibili al dovere, che abbiamo, di lavorare con lui per la pace e la giustizia nel mondo. Mettiamoci, dunque. Mettiamoci tutti: con la preghiera, con la propaganda, con l’educazione dei giovani, con qualche sacrificio personale. Ei Dominus det nobis suam pacem! Il Signore ci conceda la sua pace!
1 gennaio 1972 Opera Omnia 5, 324-327

--- SANTITÀ ---


Concludendo una simpatica intervista a Venezia con mons. Bortolan, Gloria Molinari annota: “Mi ha detto che aveva conosciuto otto Patriarchi ma il più santo per lui era Luciani” (pag. 6). Della sua personale santità dovrà pronunciarsi la Chiesa e lo farà in tempi che auspichiamo brevi. A noi è dato di ricordarlo, giovanissimo prete, quando nel ’43, dalle colonne de “L’Amico del Popolo”, invitava i giovani: a “sentire fremiti d’ali, a slanciarsi, a voler arrivare dritti a Cristo ed alle anime, per non restare ‘esitanti mediocri e pavidi’” (pag.10). E quando, più tardi, da vescovo, indicava per un serio cammino di santità, il ripartire continuamente dall’Eucaristia “che è pane straordinario” atto a produrre “pensieri nuovi, nuovi affetti, virtù nuove” (Taffarel, pag. 9). Pane che dà forza per lottare, come S. Paolo che “preso il suo Sancio (l’uomo vecchio), te lo ha imbavagliato e fatto tacere, liberando così il suo spirito” (pag. 10). Significativa è l’immagine usata da Padre Busa e ripresa da Cesare Vazza, della “vetrata trasparente” attraverso la quale “è passata la luce di Dio sulla Chiesa e sul mondo” (pag. 7). Luciani lo è stato davvero e, come tale, una luminosa finestra aperta sullo splendido panorama della santità. Don Licio scrive dell’“interessante esperienza” di un Convegno a Malta sulla santità e la riscopre nel ricordo dello stile del Nostro: “umanissimo, schivo, semplice, simpatico, umile, generoso, amabile” (pag. 3). Tutti aggettivi di grosso spessore, tutte piste aperte per quella santità che in definitiva consiste nel “fare della carità la struttura portante della vita” ed “è un traguardo per tutti”, anzi “ci è connaturale” visto che “è dentro il DNA spirituale” di ognuno e ci fa programmaticamente santi” (don Giorgio, pag. 12). Ci è arrivata, fra le altre, una testimonianza che, pur su fronti diversi, assomiglia a quella di don Albino: la vicenda di Alex Zanardi, “la storia di un uomo che non ha mai mollato, con uno spirito ed una determinazione straordinari” (De Donà, pag. 16). Se il riferimento è a Dio fonte della vita, anche questa è santità.
Mario Carlin

 

::: A Venezia una Messa in memoria di Papa Luciani:::

“Ci troviamo a pregare affinché possa essere breve il tempo per la proclamazione a Beato e poi a Santo del Papa dell’umiltà. In poco spazio, come è detto biblicamente, si è conquistato il diritto alla corona di giustiziaconcessagli dal Cristo e un posto nel cuore di una grande moltitudine di amici ai quali con la forza che viene dalla comunione dei santi, ripete con il suo sorriso stimolante: coraggio, tenete sempre accese le vostre lampade della fede, della speranza e dell’amore”. Con queste parole, don Ettore Fornezza, sacerdote veneziano ordinato dall’allora Patriarca Albino Luciani e presidente dell’Associazione a lui intitolata, ha voluto ricordare il Servo di Dio, Giovanni Paolo I a ventisei anni dalla scomparsa, nella chiesa di San Giovanni Grisostomo, dove sono convenute centinaia di persone, estimatori dell’antico patriarca bellunesi che operò a Venezia per otto intensi anni di impegno pastorale. Ma ci sono alcune particolari motivazioni storiche per cui il rito è stato officiato nella chiesa di San Giovanni Grisostomo, da pochi giorni restituita alla città per i suoi valori oltre che devozionali, anche artistici e monumentali: primo perché era stata elevata proprio dal Patriarca Luciani a Santuario della “Madonna delle Grazie” e poi perché conserva tuttora una pregevole scultura in bronzo dello stesso Albino Luciani, opera dell’insegne Maestro Scarpabolla. Il rito è stato officiato con la partecipazione di altri sacerdoti diocesani, alla presenza anche di molti veneziani, a suo tempo cresimati dal Patriarca. Nella stessa chiesa sono state raccolte le prime firme per la causa di Beatificazione.

::: Tutto il resto meritava un sorriso:::

Caro Don Albino,
sai bene che noi parroci ci troviamo talvolta a dover scegliere fra la necessità di restare a contatto con la gente senza alcuna parentesi e il bisogno altrettanto serio di fare qualche verifica sulla impostazione del servizio pastorale, confrontandoci con i colleghi e partecipando a corsi di aggiornamento e a convegni di spiritualità sacerdotale. Un tempo il parroco zelante non lasciava mai la canonica e in ogni momento del giorno e della notte era disponibile per dare a chi ne aveva bisogno i “conforti” della fede. Oggi invece è indispensabile il rinnovamento, a cominciare da quello che riguarda la vita interiore del sacerdote, cioè di quella guida spirituale della comunità che ha il compito delicato di accompagnare i fedeli alla santità della loro vita. Un colpo di fortuna, o meglio di provvidenza, mi ha portato nelle scorse settimane a prendere parte ad un convegno internazionale, nell’isola di Malta, attorno al tema suggestivo “Sacerdoti, forgiatori di santi per il nuovo millennio, sulle orme dell’apostolo Paolo”. Posso confidarti (ma lo sai già!) che è stata un’esperienza interessante, utilissima, originale e per me destinata a rimanere indimenticabile. Ci siamo trovati in più di 1.200 preti, vescovi e cardinali di ogni parte del mondo, come fratelli e amici: a pregare, ad ascoltare, a dialogare, a celebrare, a riflettere, a perare e a credere che il Vangelo incarnato nella nostra vita sarà come il lievito o il granello di senape e può convertire e santificare. Più di qualche volta ho avvertito la tua presenza durante il convegno, sia per gli argomenti che ti sono sempre stati particolarmente cari, sia per i tanti ecclesiastici presenti al convegno che nelle conversazioni private hanno avuto l’amabilità di confidarsi perfino con me per esaltare con gioia la tua eccezionale persona. Mentre scrivo avverto ancora lo stupore dei giorni forti per la fede quali sono stati quelli del tempo natalizio: credo che il mistero dell’Incarnazione sia determinante per fare di un credente un cristiano credibile, interessante, decisivo, simpatico e attraente. Perché quando la simpatia per la persona umana - senza alcuna distinzione -diventa l’unica regola di vita, ci si infila inesorabilmente sulla strada perfetta della santità che il Bambino di Betlemme ha inaugurato. A Malta ho incontrato il cardinale che si occupa della tua beatificazione sulla terra, il prefetto delle cause dei santi, José Saraiva Martins. Non ti rivelerò le cose belle che mi ha confidato e nemmeno di una curiosità che finalmente sono riuscito a risolvere sul tuo incontro con Suor Lucia, la veggente di Fatima che hai incontrato nel monastero di Coimbra. Non te lo dico semplicemente perché ne sai più di me e anche perché desideri che l’attenzione sia rivolta altrove. Il segreto del tuo stile umanissimo, schivo, semplice, umile, simpatico, generoso e amabile aveva una motivazione alta: Gesù, lui solo! Tu eri come Giovanni il Battista, un precursore. Tutto il resto meritava un sorriso.
Con affetto.
don Licio

::: Nascondeva la sua cultura nella semplicità:::
intervista a Mons. Gino Bortolan

Lui mi ha pregato di non fargli gli elogi (“solo per Luciani!”),ma io sento il dovere di farlo per la sua gentilezza nel concedermi ’intervista che, con tanta simpatia, ha voluto rilasciarmi.ottantasei anni ben portati e un mucchio di cariche alle spalle tra cui: Direttore del Museo Diocesano di Sant’Apollonia, Direttore dell’Archivio Storico Patriarcale, Segretario della Commissione d’Arte Sacra. Dice ch’è stanco e vuole dimettersi a fine anno dall’incarico nel Museo.
Una foto non gradita
Mi indica un libro che io prendo e glielo do. “Questo libro qua è stato scritto da me per ordine del Cardinal Luciani e quando ho dato la prima copia, in bozze ancora, al Patriarca, non voleva che mettessi la fotografia sua qua davanti”.
Perché no?
- “Eh, non voleva e allora ho detto: ‘Senta, Eminenza, non si tratta di storia qua! È l’ultimo Papa che è venuto a Venezia e bisogna ricordar l’avvenimento. E allora ha taciuto e, non per dispetto ma apposta, mi ha fatto mettere il mio nome in fondo, e io non mettevo. Vede, questo libro èl’annuario della diocesi e mi
ha detto: “Don Gino, metti qualche notizia anche delle chiese”. Questo è l’annuario che viene stampato molto più completo del solito perché con carta topografica e le fotografie anche di tutte le ex cattedrali oggi soppresse che esistono dentro il Patriarcato. La storia di tutte le chiese della Diocesi. Ha pagato tutto il Patriarca Luciani. È l’unico libro che esiste ancora. Ma per tutte le chiese della Diocesi non esiste altro che questo”.
Veniva lui ad aprire la porta
- “Ero molto vicino al Patriarca. È venuto nel ’70. Io ero Direttore dell’Archivio Storico Patriarcale e perciò ero in contatto spesso col Patriarca per i documenti e nel ’72 mi ha nominato Segretario della Commissione d’Arte Sacra. Ogni momento andavo su e giù, a casa sua. Pensi un po’ che suonavo il campanello e veniva lui ad aprire la porta. Appena aperta la porta: ‘Don Gino, cosa c’è?’ - “Non so, la pratica, volevo chiedere una firma, un consiglio, un’approvazione”. E ci si sedeva subito nella prima sedia che era lì, dietro la porta, appena si entrava e lì si combinava tutto in un attimo”. “Una volta erano questioni un po’ più delicate: ‘Bisogna sentire sua Eccellenza, Mons... di Roma...’. Si è alzato, è andato al telefono, ha parlato e ha combinato così subito. Mi trovavo tanto bene per questo”.
Mons. Gino, intercessore...
- “Poi, siccome andavo su e giù per casa avevo fatto un po’ di amicizia anche con le suore. Le suore dicevano: ‘Don Gino, dica a sua Eminenza
che si metta il paltò’. Era malaticcio. Era molto delicato. Andava spesso il medico. Era debole, debole. ‘Dica a sua Eminenza che si metta il cappello’. Perché non si trovano più quei cappelli rotondi dei preti e lui non voleva mettersi il cappello e andava via senza cappello. Andava via senza croce davanti, nascosta, senza zucchetto. E sembrava un pretino qualsiasi. Camminava anche solo. Montava in vaporetto. Semplicissimo”.
Che montanaro testardo!
- “Poi, avevo abbastanza confidenza. Ero allievo del Vicario Generale che mi voleva bene perciò per tanti motivi si andava spesso dal Patriarca che ha avuto delle difficoltà abbastanza grosse con i preti di sinistra. Ce n’erano diversi e dicevano: ‘Che montanaro testardo, non capisce niente! Quando che g’ha dito ‘na roba non cambia più!’. E invece era giusto perché lui amava l’ortodossia. ‘Il Papa ha detto così e si fa così. Non posso cambiare io anche se personalmente - diceva - avrei avuto qualche altra idea, il Papa ha parlato, basta!’. Diceva sempre così. E non è che lui fosse testardo. Una volta mi ha detto anche: ‘Sai don Gino, non posso seguirti proprio come vorrei perché ho tanto da fare. Da Roma mi mandano tutte le riviste teologiche da esaminare’. Nascondeva la sua scienza, il suo sapere nella semplicità nel parlare ma che fosse profondo teologo questo lo sapevo. Da un’università teologica mandavano a lui le riviste per determinare se erano ortodosse. Le ho viste io con i miei occhi le riviste sul tavolo suo. Era semplice nel parlare. E altri sacerdoti: ‘È un pievano di campagna!’ È venuto in visita pastorale nella mia chiesa – ero parroco io - e ha parlato in tutte le Messe e tutti ascoltavano questa semplicità. Poi io ho iniziato il Cammino Neocatecumenale qua, a Venezia, e a Roma puzzava un po’... non so... Erano incerti di questa roba nuova, di questa iniziativa nuova. L’hanno chiamato a Roma il Patriarca e ha accompagnato me che ero il co-fondatore. Il movimento è nato in Spagna e io ero il primo qua. Siamo andati a Roma insieme, insomma. Poi mi ha raccontato che era andato lui dentro con un altro cardinale a parlare. ‘Sai, ho detto così: ‘se don Gino Bortolan, parroco di Santa Maria Formosa, e don Luigi Zane che è vicino a me, che ha cominciato dopo di me, sono contenti di questo movimento, io, conoscendo i due sacerdoti, per me vabene’. E allora il Cardinale ad ‘experimentum’ ha lasciato fare”.
Sei matto?
- “Una volta tornavo con lui da Torcello per la festa dell’Assunta, lui andava sempre quel giorno, e tornando indietro siamo passati davanti a un’isoletta che è vicina, a Torcello, una parrocchietta: ‘Avrei il desiderio di ritirarmi. Ho troppo da fare, Eminenza. Mi lasci fare il parroco qua’. ’Sei matto?’ Perché avevo tanto da fare: ero parroco di una parrocchia molto grossa; ero Direttore dell’Archivio Patriarcale; ero Segretario della Commissione d’Arte Sacra, per le chiese che si stavano costruendo e poi per tutti i permessi, le facoltà per le arti, per le chiese, per le vendite e allora, in un certo momento, nel ’76, ha accettato le mie dimissioni da Direttore dell’Archivio e mi ha nominato invece Direttore del Museo d’Arte Sacra che si doveva fare e trasferito da parroco di Santa Maria Formosa a una chiesa rettoriale, qui a San Marco. E mi ha detto: ‘Un parroco lo troviamo, un esperto è più difficile. Tu farai l’esperto ormai’. Contemporaneamente mi ha fatto anche delegato della Scuola Dalmata, consulente dell’UCAI e mi ha nominato anche Monsignore”.
Consolatore sofferente
- “Andavamo con Mons. Bosa su e giù spesso dal Patriarca e dicevamo: ‘Eminenza, non stia a prendersi tanto da fare con questi preti che fanno...’. Lui aveva sospeso la FUCI perché accettavano il divorzio. E lui non voleva accettare le nostre... Voleva tenersi nascosto, insomma. Così in modo che non avesse tanto peso, che non avesse tanta sofferenza. ‘Guardi, non tutti i preti sono così. Guardi, che noi la stimiamo, siamo pronti a fare i suoi desideri’. Una volta ho visto io, con i miei occhi, papà e mamma di un prete ch’è ancora vivo e che piangevano perché il prete faceva un po’ il balordo, insomma così. E invece ch’essere dispiaciuto il Patriarca di questo prete che era un po’ strambo, era lui che consolava i genitori: ‘Vedrà. È giovane’. Ero lì vicino e sentivo. Non si dica nome e cognome perché è ancora vivente. Io sono testimone”.
L’osteria dove i Patriarchi diventano Papi
- “È venuto in parrocchia da me - ero ancora parroco – e c’è stato un lascito di un appartamento vasto ad un’opera pia, adibito ad alloggio - anche adesso ancora – di persone sole, donne sole. Camere, cucina. E quando venne inaugurato questo nuovo reparto per persone anziane, è venuto il Patriarca in persona. Benedetti i locali, ha detto due parole e poi è sceso.quando è venuto, ho etto: ‘Eminenza’ – siccome non aveva offerto niente nessuno - ‘venga, venga! Di fronte xe un bar. Prende qualche cosa, un caffè, un bicchiere di vino?’ ‘No...’. ‘Senta, Eminenza, qui dentro ho accompagnato anche il Cardinal Patriarca Roncalli. È diventato Papa. Venga anche lei! Chissà non diventi Papa anche lei!’. Si è messo a ridere. Un goccino, un goccino così di vino ha preso”.
Alle prese con l’acqua alta
“Un’altra volta, appena venuto, c’è stata l’acqua alta e, in un certo momento, non passava più per tornare a casa a piedi attorno a San Marco e il segretario, corso avanti, cerca un paio di stivali e ho detto: ‘Eccellenza – non era ancora Cardinale - vede, a Venezia deve imparare a camminare. Imparerà anche lei a conoscere Venezia. Era fermo. Non poteva andare né avanti perché l’acqua cresceva”.
Il Patriarca studia per diventare Papa
- “Vede che ero molto vicino. Però quando lo hanno fatto Papa non sono andato ma avevo tanto da fare. Ma lasciamolo tranquillo. Andrò
di seguito”. Ma, che cosa ha sentito quando l’hanno nominato Papa? Lei, se l’aspettava? - “Per me non è stato un’improvvisata ma ho capito che era una persona degna, nella sua semplicità, ma ho capito che anche nella profondità di dottrina, capisce? E poi ero un po’ preparato perché io in parrocchia avevo una comunità di suore austriache e le suore venivano a Messa da me. Un giorno, due anni prima che diventasse Papa, la Madre Superiora mi dice: ’Don Gino, non veniamo più a Messa da lei perché il Patriarca ci ha pregato di andare a Messa da lui, in tedesco’. Imparava il tedesco. Poi, don Mario Senigaglia che era segretario, l’aveva fatto parroco assieme a me. Mi ha dato la rettoria di Santa Maria del Giglio e a lui la parrocchia vicina, Santo Stefano. È ancora parroco di Santo Stefano, perché ha assunto un sacerdote orionita che era a Londra e dicevano il breviario insieme, in inglese. Aveva detto: ‘Se avessi studiato tanto meno greco e l’ebraico e sapessi già un po’ le lingue moderne, a me sarebbero più utili adesso’. Poi è chiaro ma qualcuno gli ha detto: ‘Sei nella rosa, preparati!’. È impossibile ammettere, a studiare il tedesco e l’inglese contemporaneamente. Alcuni gruppi di cardinali, prevedendo la fine del Papa, abbiano già idea prima. Sembra impossibile che in una giornata tutti i cardinali del mondo votano e ne eleggono uno. E lui subito Papa, no?” Ma magari, penso, io studio delle lingue per i turisti, qua... - “No, no! Si sarebbe messo a studiare prima allora. Non un anno prima che muoia il Papa. Era già dal ’70 qua. Poi diceva: ’Io non sono curiale’. Non andava spesso a Roma. Non andava con la Curia Romana. Paolo VI una volta gli ha chiesto: ‘Eminenza, come mai non viene tanto a trovarmi?’.lui ha risposto: ‘Ho già abbastanza difficoltà. Vuole che venga a caricare Vostra Santità con le mie difficoltà?’
Nasce il Museo Diocesano d’Arte Sacra “Un altro incarico che mi ha dato il Patriarca Luciani è stato quello del Museo. Il Patriarca Urbani aveva già iniziato la raccolta di oggetti sacri, paramenti, argenteria sacra e aveva incaricato un sacerdote di andare per le chiese perché c’era, dopo il Concilio Vaticano Il, la riforma liturgica. Certi oggetti, certi paramenti non venivano più usati e capitava che qualche prete anche, diciamo la verità, poco a posto, vendeva: ’Non servono, vendiamo. Facciamo altre cose!’. Non dico che mettessero i soldi in tasca loro, per carità, ma non si può alienare i beni ecclesiastici senza un permesso sia, prima di tutto, dell’autorità ecclesiastica e poi il controllo dell’autorità statale per una legge del 1939 che controlla i beni ecclesiastici sacri e questo sacerdote è stato un pochettino sbrigativo si vede e aveva difficoltà di ricuperare questa roba e portarla in sagrestia di San Marco. Non c’era ancora un locale pronto e la roba era ferma lì. I preti brontolavano: ‘Come! Ho dovuto portarmi via il paramento e adesso è messo in un magazzino in San Marco!’. Allora hanno cambiato sacerdote e hanno incaricato me che ero Segretario della Commissione d’Arte Sacra e questo è stato Luciani. E Luciani poi, dato che la Procuratoria di San Marco aveva comprato dallo Stato questo e questo locale, ha voluto che parte fosse destinata a Museo d’Arte Sacra. È stata fatta una mostra dei cavalli di San Marco. Mi hanno dato a me le chiavi e mi hanno detto: ‘Basta, arrangiati!’. E perciò parroco, Direttore dell’Archivio, Direttore del Museo, Segretario della Commissione d’Arte Sacra e allora per questi motivi ero sempre assieme al Patriarca. Luciani amava molto l’arte e aveva molto favorito il lavoro. Mi apprezzava e anche mi sosteneva. E adesso io do le dimissioni quest’anno. Poi, Mons. Gino mi ha letto il Decreto per cui il Patriarca Luciani istituiva il Museo dopodiché aggiunse: “Questo è stato Luciani che mi ha incaricato con le buone maniere. Ho visitato tutte le chiese di Venezia e dicevo: ‘Non avete qualcosa in magazzino, nei cassetti?’. Dicendo così, i parroci mi hanno aiutato volentieri. E questo è stato compito del Patriarca Luciani che si è messo d’accordo con il Soprintendente d’allora che era suo amico perché era stato ispettore dell’arte statale della Soprintendenza a Belluno e si sono conosciuti a Belluno. Il Patriarca Luciani insegnava anche arte in seminario e con il quale si sono ritrovati a Venezia: uno Soprintendente e uno Patriarca e hanno continuato la collaborazione. Abbiamo lavorato con l’amicizia non con contratti. Sono passati trent’anni e sono ancora qua. Il Patriarca era anche abbastanza diplomatico. Il Cardinal Luciani, in data 30 agosto ’77, scriveva al primo Procuratore di San Marco, ingegnere Giovanni Favaretto Fisca, chiedendo che ‘d’accordo con il Soprintendente fossero destinate al Museo sufficienti locali nel nuovo complesso di Sant’Apollonia, sufficienti per la sua attuazione’, e aggiungeva: ‘e neppure per il decoro di Venezia e della Diocesi penso si possa ripiegare su un museo che sia semplice deposito’. I ‘desiderata’ del Patriarca venivano colti dalla Procuratoria perché non ha detto ‘voglio, comando’ ma ‘desiderata’. Desiderio ma però sottolineata la parola ‘desiderata’. Non era stupido. Mons. Gino continua con la lettura: ’Il 12 novembre 1977, finita la mostra di cavalli di San Marco allestita in Sant’Apollonia dalla Procuratoria, una commissione composta dal Segretario della Procuratoria, da membri del mondo artistico statale e cittadino si lievi i locali adatti. Il Cardinal Patriarca - sempre Luciani - in data 19 novembre, ringraziava la commissione ‘per la soluzione che sembra felice e pregava la Procuratoria di dar seguito a quanto di sua competenza’. S’interessava proprio in pieno anche per i beni artistici e quando aveva qualche prete così: ‘Don Gino, per piacere, va a vedere. Di’ che stiano tranquilli. Di’ che non stiano a toccare, che domandino i permessi competenti’. Perché l’autorità civile minacciava anche denunce, no? E un prete è stato denunciato, un parroco, e ha preso sei mesi con la condizionale, mezzo milione di multa. E i preti brontolavano perché il Patriarca non s’interessava. Non immaginava che fosse condannato, capisce? E allora incaricava me di andare di persona in giro per questi preti. Da San Marcuola riceveva una lettera: ’Sa, il parroco da via la roba antica’. E allora mi ha chiamato: ‘Don Gino, per piacere’. E sono andato lì. E il parroco: ‘Vede che bella scrivania, moderna’. ‘E quella vecchia?’. ‘È sconquassata. L’ho dovuta dar via! Quando ho detto al Patriarca: Senta, Eminenza, èun bravo prete ma d’arte non capisce niente!’. Bisogna compatire anche altre occasioni stesse, altri sacerdoti, altre chiese. Ho girato. Mi mandava di persona. Per questo avevo tanti contatti con Luciani”. Ancora il ’68 - “È stato un periodo molto difficile. Dopo il Concilio c’è stato un momento di sbandamento. Il ’68, capisce? l ’68 ainfluito anche n mezzo ai preti e continua ancora un pochettino”. Lo so, lo so perché mi ricordo l’anno scorso, pubblicata su ‘Il Gazzettino’ una lettera di un prete che si opponeva alla beatificazione di Papa Luciani. Quindi non mi sembra strano. - “E quel prete ha detto quando ha sentito che era diventato Papa: ‘Anche lo Spirito Santo sbaglia!’. E quando è morto ha detto questo prete: ‘Ah, lo Spirito Santo si è pentito!’. Pensi un po’!” Prima del congedo, Mons. Bortolan mi ha detto che aveva conosciuto otto Patriarchi ma il più santo per lui era Luciani.
Gloria Molinari

:::Era una vetrata trasparente:::

“Per me, don Luciani era una vetrata trasparente e non una vetrata colorata...”. Lo ha detto P. Roberto Busa, che è stato suo compagno in seminario a Belluno dal 1928 al 1933, anno in cui lasciò il seminario per farsi Gesuita. E spiega: “La luce è una realtà misteriosa, umile, che fa vedere non se stessa, ma tutto il resto...”. Mi piace questa affermazione di P. Busa: Luciani una “vetrata trasparente”. Sì, la sua figura diafana, la sua parola semplice e la sua umiltà hanno fatto “trasparire” netta la luce di Dio sulla Chiesa e sul mondo. E questa luce ha dato “colore” alla sua vita e anche alla vita della Chiesa. La “trasparenza” di Luciani nasceva dalla sua intimità con Dio e dall’esperienza del suo amore che lo portava sempre più in alto, attraverso la sua kenosis la sua umiltà, la sua obbedienza, il suo sacrificio fino alla morte. Così Luciani, scrive a Gesù (v. Illustrissimi): “Tu lo sai. Con te io mi sforzo di tenere un colloquio continuo... Scrivo trepidando, nelle condizioni di un povero sordomuto che si sforza di farsi capire. Non sono che un bambino, Signore, non so parlare”. Possiamo dire che Luciani, come Gesù, ha presentato al mondo un Dio di amore e di perdono, un Padre, con caratteristica di Madre. Con tutta la sua vita ha mostrato, non il Dio della legge, ma il Dio misericordioso, che sta al di sopra e oltre la legge. Ecco un piccolo episodio raccontato da don Raffaele Buttol. Da cappellano, mentre don Albino scendeva da Rif, una piccola frazione sopra Agordo, due ragazzi “monelli” lo insultarono e arrivato in canonica raccontò l’episodio all’arcidiacono don Luigi Cappello. Questi si rivolse subito ai carabinieri che, individuati i due ragazzi, li ripresero severamente. Luciani, saputo tutto questo, andò in casa dei ragazzi a scusarsi, dicendo che non avrebbe voluto questo intervento dei carabinieri e che lui perdonava volentieri. Fin da giovane prete, Luciani aveva capito che Dio ama senza misura, perché: “Egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi... Fa sorgere il sole sopra i buoni e i cattivi, fa piovere sopra i giusti e gli ingiusti” (Mt. 5-45). Luciani non era un semplice teologo che parlava di Dio, ma un pastore che faceva vedere e sentire la bontà di Dio, attraverso il suo modo di parlare e fare. Non era un burocrate, ma amava stare con la gente, in particolare con i ragazzi, i malati, i poveri. Sapeva che c’era un’unità profonda tra l’amore di Dio e del prossimo, come scrive S. Giovanni: “Se uno dicesse: io amo Dio, ma odiasse il suo fratello è un bugiardo... Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (Jo. 4-20). Ciò spiega la sua disponibilità e il suo totale abbandono alla volontà di Dio, anche se pesante, come pesante è accettare la missione di Pietro, il pontificato.Vita “trasparente” quella di Luciani, perché semplice e pronto ad obbedire. “Trasparente” anche perché il suo rapporto con la gente era umile, schietto e immediato. Sempre sorridente. Così questa “vetrata trasparente” che fu Luciani, ha permesso a tutti di vedere dentro la sua spiritualità e santità, fuori, le meraviglie che Dio ha compiuto nella sua Chiesa, con lui e per mezzo di lui. Penso che anche Luciani, in cielo, lodi Dio, con le stesse parole della Vergine Maria: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome” (Lc. 149).
Cesare Vazza

::: Luciani in preghiera in chiesa:::

Un giorno il vescovo Luciani desiderò fermarsi in una chiesa, lungo la strada di un paese di montagna, per fare la visita al Signore presente nell’Eucaristia. Vi entrò, si inginocchiò sul banco, si raccolse in preghiera, mettendo la testa fra le mani. Una signora entrò in chiesa con un bambino per mano: gli insegnò a fare il segno della croce, gli fece provare a fare la genuflessione e lo accompagnò davanti all’altare, sussurrandogli parole e indicando con la mano il tabernacolo. Poco dopo, Luciani e la signora si incontrarono nel vialetto che portava alla chiesa. - Brava Signora, che ha insegnato al suo bambino a entrare in chiesa e a fare una preghiera al Signore, presente nell’Eucaristia, custodita nel tabernacolo. - Ed io sono rimasta sorpresa di trovare due preti in chiesa, a questa ora, inginocchiati a pregare...a questi tempi non se ne vedono tanti... e mi ha fatto venire in mente quanto mi insegnava, a catechismo, il mio vecchio parroco, ora morto, ma del quale ricordo la sua grande fede. - Veda signora, stamattina sono andato a fare “quattro passi” tra queste belle montagne e ora sono ritornato dalla visita ad un sacerdote, mio compagno di scuola, che avevo saputo che non stava bene... sono andato a casa sua e mi sono fermato a fargli compagnia... a ricordare i tempi passati... a fare delle riflessioni sul tempo presente... Così, ritornando a casa, ho voluto entrare in questa vostra bella chiesa per salutare, visitare, pregare il Signore... Veda, signora, non è che il Signore si limiti a sfiorarci appena da vicino; no, ha piantato la sua casa in mezzo alle nostre case e riceve a tutte le ore e senza etichetta fissa. C’è chi lo ascolta soltanto; altri si confessano davanti a Lui in silenzio; altri lo studiano per imitarlo; altri parlano con lui nelle maniera più diverse... - Ma io quando vado in chiesa sono capace solo di uno sguardo, mormoro una breve preghiera e poi non so che cosa dire... mentre ho visto lei che era tutto preso dalla preghiera... - Senta, signora: ad un compleanno del papà e marito gli auguri li fecero così: il più piccino recitò una poesiola a memoria; suo fratello sfoderò addirittura un discorsetto; la sorella, già signorina, presentò un mazzo di garofani rossi e non parlò, ma il rossore del volto diceva l’affetto e il piacere; ultima la moglie, non portò nulla, non disse nulla; solo guardò suo marito che a sua volta lesse tutto in quello sguardo... Qualcosa di simile può succedere nelle nostre visite al Santissimo. La poesia a memoria sono le preghiere vocali, i Pater, le Ave, i Gloria. Il discorsetto rappresenta le nostre letture meditate o meditazioni. Il mazzo di fiori con il rossore è la preghiera affettiva, fatta tutta di atti di amore, di propositi santi. Il semplice sguardo è invece la cosiddetta “preghiera di semplicità” in cui l’anima si colloca davanti al suo Dio, senza tanti discorsi, ma in questo atteggiamento: “Signore sono qua, so che mi guardi, che mi capisci, ciò mi basta”. - Ma è proprio questo che capita a me... io Lo guardo e io credo che Lui mi vede... E ricordo che il mio parroco raccontava che ad Ars, in Francia, viveva un santo sacerdote e vedeva che ogni sera, un contadino, di ritorno dai campi, appoggiava fuori della chiesa i suoi attrezzi da lavoro, entrava e passava del tempo a pregare. E una volta il parroco gli domandò: - Vedo che lei ogni giorno entra in chiesa a pregare... mi potrebbe dire che cosa dice al Signore? Rispose: - Io non dico niente: io guardo Lui e sono sicuro che Lui guarda me, questo mi basta e torno a casa contento. - È vero, signora. Quel parroco buono era il Santo Curato di Ars. - Domenica sarà lei a celebrare la Messa nella nostra chiesa? - No, non posso. Io sono solo di passaggio e devo ritornare a Vittorio Veneto, perché devo andare in una parrocchia a celebrare la Cresima. - Ma allora lei è un vescovo... Sì, ma anche i vescovi e preti hanno da avere devozione e pregare in chiesa il Signore presente... come tutti i cristiani ed andare a Messa. - Io a Messa vado ogni domenica e porto anche questo mio figlio e dico a quello più grande che papà e mamma di domenica vanno a Messa... ma mi pare di capire poco della Messa e mio figlio grande dice che è noiosa... - Vede, signora: la Messa è l’offerta e morte volontaria di Gesù sulla croce... quello stesso fatto ripetuto, reso presente e visibile in ogni momento e in ogni punto della terra... Nella Messa c’è ancora Cristo con gli stessi sentimenti che aveva sulla croce. Di adorazione e di amore, con questa differenza; egli è invisibile e la sua morte si ripete in modo nuovo e misterioso. Alla morte di Gesù sul Calvario molti erano presenti, ma guardavano senza capir niente. Alla Messa non si tratta solo di guardare, sia pure con tanto rispetto, ma di partecipare. Una Messa non si ascolta, ma si vive attivamente. Non vi si assiste da spettatori, ma attori e protagonisti. Si guarda al celebrante ed è sottinteso che egli agisce e parla a nome nostro; si parla con Gesù e gli si dice: “Tu sei il nostro fratello maggiore, tu preghi e paghi per noi!”. Lei sa che il Signore Gesù ha detto: “chi mangia questo pane vivrà in eterno” (Gv 6,51) E se qualcuno non mangia? Non avrà mai la statura e la perfezione di un vero cristiano. Il Corpo di Cristo è per l’anima quello che per il corpo è il pane. Non si può fare a meno del pane. Questo poi è un pane straordinario, dice s. Agostino; entrando in te, ti dichiara netto: “Vengo a cambiarti; da qua in avanti, nuovi pensieri, nuovi affetti, virtù nuove; penserai come penso io, desidererai quello che desidero io!”. - Va bene, ma è tanto tempo che mi comunico, e mi pare di essere sempre quella, coi soliti difetti di sempre! – Per forza, perché noi siamo sempre poveri uomini e non angeli. La comunione non agisce miracolosamente, facendo scomparire di punto in bianco ogni imperfezione. Succede come quando lei manda i figli a scuola. Non è che dopo sei mesi la ignoranza sia tutta scomparsa e il ragazzo sappia tutte le lingue e tutte le scienze. Resta però che la scuola è un grande mezzo per l’acquisto del sapere. Resta che la comunione ben fatta è un grandissimo mezzo per l’acquisto delle virtù... Ricordo che la Comunione non è una specie di medaglia al valore perché sono stato buono, ma è Gesù stesso che viene in me per aiutarmi a diventare buono, migliore!”. - Ma qui il parroco viene solo alla domenica e una volta la settimana... ed io quando vengo a fare la spesa entro in chiesa e avrei piacere fare la Comunione, partecipare alla Messa... - Può capitare che non posso fare la Comunione sacramentale. Supplisco col desiderio. Sono a casa, per strada, al lavoro, in chiesa, al negozio col pensiero mi porto in chiesa, vedo i fedeli che si avvicinano alla balaustra: sempre col pensiero, mi intruppo con essi e mi sforzo di cavare dal cuore lo stesso amore, gli stessi propositi che sono solito esprimere nella comunione: “Sono qua, Signore, povero e bisognoso come sempre. Mi unisco a questi miei fratelli più bravi e fortunati di me. Dammi gli aiuti che dai a loro; fa che formiamo insieme una vera famiglia di gente che si vuol bene e che si sforza di amarti!”. Il Signore non sarà sordo e ci darà grazie notevoli in proporzione della nostra umiltà e del nostro fervore.
- Mia mamma diceva che al “Sanctus” della Messa si suonavano le campane per invitare quelli che non vi potevano partecipare, ad unirsi col pensiero alla celebrazione che si faceva in chiesa. - È vero. - Grazie, dia una benedizione alla mia famiglia, ai miei figli... che abbiamo tanta fede, speranza e gioia e si ricordi di noi nella Santa Messa.
don Francesco Taffarel

--- Strumento di pace ---

Eccoci di nuovo a far memoria di Papa Luciani nei suoi duplici anniversari: l’elezione alla Cattedra di Pietro (26 agosto), la morte improvvisa (28 settembre) nell’anno 1978, tanto che sono ormai trascorsi 26 anni. Il Beato Giovanni XXIII, nell’ultima udienza del suo pontificato, concessa al Card. Stefan Wyszynsky, Primate di Polonia con il seguito, il 20 maggio 1963, al porporato polacco che lo salutò con un augurale: “Arrivederci a settembre” (erano in corso le sessioni del Concilio Ecumenico Vaticano Il), iniziato nell’ottobre 1962, il buon Papa Roncalli quasi sorridendo, come nei momenti felici delle sue spontanee conversazioni, ebbe a replicare: “A settembre troverete o me o un altro papa. In un mese, sapete bene si fa tutto: funerali dell’uno ed elezione dell’altro”. Queste parole profetiche del Beato Papa Giovanni ben si addicono a Colui che si autodefinì “indegno” di essergli succeduto a Venezia e a Roma. Da 26 anni ormai nello spazio temporale, limitato a 33 giorni, è dato ricordare di questo Papa inizio e compimento del pontificato; ma è dato anche ricordare un Papa che, per arcana disposizione della Provvidenza, come tanti suoi predecessori e secondo quanto prega la Liturgia per i Sommi Pontefici defunti, anche Lui ha “confermato i fratelli ed è stato strumento di carità e di pace”. Questo si rivelò Albino Luciani, divenuto Successore di Pietro, con il nome di Giovanni Paolo I: “strumento di carità e di pace”, perciò, preghiamo il Cristo Signore, Buon Pastore, perché questo suo Vicario in terra raccolga il frutto del suo servizio apostolico nella gioia dei Santi. E questo Centro che a Lui si intitola nel continuare a farlo conoscere, a farlo amare in mezzo al popolo di Dio, ne curi con competenza e responsabilità, diligenza e dedizione la Causa che un giorno, per volere della Suprema Potestà della Chiesa, decorerà della corona della santità la sua immagine; ed ancor più, questa corona risplenda in tutti i battezzati che qui in terra, vivendo in conformità alle Beatitudini evangeliche, attendono alla loro santificazione, e anelano di conseguire, dopo il buon combattimento della fede, la stessa corona di gloria. Ringrazio vivamente se mi sarà inviata qualche immagine di Papa Giovanni Paolo I con “reliquia” e la preghiera per la Canonizzazione. Auguro una intensa e feconda attività pastorale e culturale al Centro.
Antonio Bartoloni

::: Il paio Chisciotte-Sancio :::

Li vedete sulla strada della Mancia, dell’Aragona, dell’Estremadura, nelle gole e nei boschi della Sierra Nevada? Padrone e servo; cavaliere e scudiere; sempre insieme, ma quanto diversi! Se l’uno è la quaresima, l’altro è il carnevale. L’uno è l’ideale, la poesia, lo spirito; l’altro è la realtà grassa, la prosa, la materia. Don Chisciotte a cavallo, Sancio sull’asino. Don Chisciotte alto, magro, fascio di ossa che sta in piedi per miracolo; Sancio, piccolo, grasso, denso di ciccia, con tesori di riserve adipose. Don Chisciotte colla lancia sempre in resta, strangolato notte e giorno dalla sua gorgiera, che non depone la sua corazza un minuto solo; Sancio che leva il gabbano, e trotta dietro il padrone in farsetto e maniche di camicia, sbuffando e asciugandosi il sudore. Don Chisciotte che brama indurirsi ai digiuni, agli stenti; e Sancio che versa lacrime silenziose sui pollastri che gli sorridevano già dalla marmitta e che non può più mangiare. Don Chisciotte intrepido; Sancio pauroso. Don Chisciotte sogna assalti da guidare, ingiurie da vendicare, ingiustizie da togliere, torti da raddrizzare... e getta il suo cavallo, il suo stesso corpo contro i leoni, contro i giganti, contro interi eserciti immaginari; Sancio non ha sogni, non getta niente... o meglio, sì, getta l’asino, nascondendosi dietro lui ogni volta che c’è odor di combattimenti... Ridevo tanto leggendo il Don Chisciotte da giovane. Adesso, rido meno. Ho visto che il paio Chisciotte- Sancio non va peregrinando solo sulle strade di Spagna, ma si trova in ognuno di noi. Non è solo fantasia di un grande scrittore; è realtà vivente, delle anime; soprattutto delle anime giovanili. * * * E difatti: “Adesso metto l’ali - dice il giovane - mi lancio anch’io verso gli azzurri, a respirare aria di altezze e di santità”. (È il Don Chisciotte... il canto dell’ideale...). “Ma che ali – risponde Sancio - bastano le zampe; non occorre volare, basta strisciare; si può vivere anche con quattro zampe in terra...”. “Sarò un uomo, un ‘vero’ uomo; che stringe e porta in pugno le sue passioni”. “E se invece tu ti lasciassi condurre da loro? È così comodo, così piacevole!”. “Sarò apostolo! Prenderò nelle mie mani le energie migliori della mia giovinezza, le lascerà cadere sui poveri, sugli ignoranti. E non mi importano i sacrifici: pur che arrivi diritto a Cristo, alle anime”. “Povero gramo! Mentre tutti corrono allcoppa del piacere, e bevono, e si inebriano... Guarda! Fa’ come loro...”. “Insomma, io voglio salire...”. “Ed io dico che è meglio discendere...”. Il cozzo Chisciotte- Sancio nel Cervantes fa sprizzare scintille di umorismo. Il cozzo Chisciotte- Sancio in noi provoca piuttosto il pianto. Lì, è commedia; qui, è tragedia. Sentire fremiti d’ali, lanciarsi... e poi avere chi ci trattiene a terra e sbarra il passo ad ogni momento... S. Paolo ne sapeva qualcosa; egli che, tormentato da questo contrasto, ha esclamato: “Infelice uomo ch’io sono!”. Ma sapete cosa ha fatto S. Paolo? Ha preso il suo Sancio (egli, veramente, non diceva il “mio Sancio”, mail “mio uomo vecchio”, il “mio corpo di morte, di peccato”... che è la stessa cosa); lo ha preso, te lo ha imbavagliato, fatto tacere a colpi di bastonate. “Castigo il mio corpo”... Così ha liberato il suo spirito, si è potuto dare all’apostolato ed ha fatto qualcosa di bello a questo mondo. Giovani! Un po’ di bastonate per Sancio, un po’ di rigore verso la concupiscenza. Se no, non vi aprirete mai la via verso gli azzurri; sarete sempre degli esitanti, dei mediocri, dei pavidi; non concluderete nulla di grande!
“L’Amico del Popolo”11 dicembre 1943. Opera Omnia 9, 406-407

::: Santità: traguardo per tutti:::

Mi piace, in questa seconda riflessione, mettere a fuoco - se non sono presuntuoso - la santità: per quanto mi sarà possibile, visto che anche la santità ha in sé una gran parte di mistero. Mi servo di alcune semplici e, come al solito, chiare affermazioni con le quali il Vescovo Albino Luciani cercava di far comprendere che cosa significa che Dio chiama tutti alla santità: Diceva Luciani nella solennità dell’Epifania 1962: “Chiamati da Dio, a che cosa? Quel che dico vi parrà forse nuovo, ma vi assicuro che è vecchio come il cristianesimo: noi siamo chiamati ad essere dei veri santi”. E ancora: “San Tommaso scriveva a sua sorella: per diventare santi basta una cosa sola: volere! Sapeva che occorre anche un’altra cosa, l’aiuto di Dio, ma egli era certissimo che quello viene offerto a tutti. Badiamo alle scelte e siamo uomini di buona volontà!”. Il 16 agosto 1974, in occasione della festa di San Rocco, all’omelia ebbe a dire con il suo consueto stile: ” So dirvi solo il meccanismo che funziona, di solito, nella formazione dei santi. È sempre Dio che comincia. Egli ci ama e, amandoci, ci invita a corrispondere al suo amore. Nel tempo stesso che ci invita – conoscendo le nostre difficoltà - egli ci attira, fate conto, come un pescatore: aspetta il pesce all’amo e lo attira con l’esca posta sull’amo. Dio, però, è un pescatore di eccezione, di un genere assolutamente introvabile tra noi: la meta, cui ci invita, è la bontà, la santità; ed è capace di attirarci con somma efficacia e, insieme, lasciando intatta la nostra libertà. Chi non vuole, può resistere e non andare, ma si carica di responsabilità. Chi vuole, va a Dio e può dire: è merito mio, ma, soprattutto, è dono suo!” Quindi la santità è la mèta che interessa tutti noi, a tutti accessibile, a tutti proposta nel pieno rispetto della libertà di ognuno e tenendo conto dei limiti di ciascuno, perché questo è l’agire di Dio nel chiamarci alla santità. Dunque i Santi, per quanto possa sembrare una battuta di spirito, siamo noi, chiamati ad esserlo comunque un giorno in maniera perfetta e compiuta in Dio. Siamo programmaticamente santi (la abbiamo nel nostro DNA spirituale): chi ha tolto la santità dai suoi piani di vita, è un uomo in un senso un po’ superficiale; almeno il tentativo merita di essere continuamente ripetuto. Siamo inizialmente santi: per quanto sbagliata sia la nostra condotta, ci sono nel nostro essere delle incancellabili venature di santità: il segno battesimale, indelebile, dell’appartenenza a Cristo; la fede - a volte fumosa e debole - più che altro un desiderio di fede, eppure vera, perché tutto sommato a questo mondo, se è faticoso credere, è anche più arduo e faticoso negare; e quel principio di amore che ogni tanto si fa luce nell’intrigo complicatissimo delle nostre intenzioni. Mi piace pensare, in questo senso, alla santità come a un “seme”: il segreto del seme è la sua nascosta forza vitale. Ogni seme racchiude nell’angustia del suo involucro il lussureggiare di una foresta. Ecco, il segreto dei santi è proprio l’amore: tutte le manifestazioni di religiosità, tutte le imprese apostoliche, tutte le opere di carità e di attenzione alle miserie umane che stupiscono nella vita di un santo e che poi si dispiegano nella storia per l’impulso della sua forte personalità soprannaturale, sono già germinalmente contenute nel suo cuore di innamorato di Dio. Tutto comincia dal cuore... la storia di ogni santo è sempre una storia d’amore. Come popolo di battezzati poi (battesimo - fede - amore) siamo anche un popolo santo cioè separato, incontaminato, trascendente la condizione profana. Santo perché ha in sé, germinalmente, la stessa santità di Dio. Un popolo di persone, cioè, che, quotidianamente, tentano di amare in un mondo dove tutto invita a barricarsi in sé stessi; che tentano di contemplare la realtà vera ed eterna, mentre tutti esortano a dissiparsi e a non pensare; che tentano di pregare, cioè di aprirsi in dialogo con il Padre, quando tutti stanno persuadendosi che il cielo è vuoto e il mondo un grande orfanotrofio. In tutti questi ripetuti tentativi, compiuti assieme, affinché il nostro poco coraggio si moltiplichi e i nostri scoraggiamenti non si sommino, noi cresciamo come “popolo di Dio”, un popolo “preso e messo a parte”; messo a parte non ad abbaiare contro il mondo o contro se stesso, per il puro piacere di sentire la propria voce, ma a cantare “le virtù di colui che ci ha chiamato alla sua luce ammirabile” (1Pt. 2,10): la santità, appunto.
Sac. Giorgio Lise, Vice Postulatore

::: Eucaristia e Incarnazione :::

Abbiamo da poco celebrato il Natale, festa che ricorda ai più distratti che il Dio cristiano è un “Diocon- noi”. Questo “Diocon- noi”, questo “Emmanuele” va continuamente, quotidianamente riscoperto nella vita di ogni giorno. E proprio per incontrarlo ancora una volta, per riconoscerlo; proprio per riscoprire colui che “ci ha dato il potere di diventare figli di Dio” e ci può salvare dalla radice di ogni male, proprio per questo noi ci siamo radunati a Natale a fare festa. Non in una piazza, non in un bar, non in una scuola, non sulla neve. O perlomeno, non solo in questi luoghi: prima di tutto e soprattutto i cristiani si sono radunati, insieme, in una Chiesa per la celebrazione eucaristica. Ecco: è importante che riflettiamo sul fatto che la festa cristiana è “Eucaristia”. Perché facciamo festa a Natale, ma anche ogni volta che celebriamo l’Eucaristia? Perché lì incontriamo il “Dio-con-noi”. Nell’Eucaristia noi scopriamo l’ultimo atto di un Dio che si è sempre rivelato come il Dio vicino: Jahvè, cioè - secondo il genuino significato di Es. 3,14 - “colui che c’è, che è presente”; e poi troviamo Isaia che continua parlandoci di un bambino che sarà chiamato Emmanuele, cioè Dio con noi (cf. Is 7,14); e finalmente avviene il fatto che realizza tutte queste promesse: “Il verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). La presenza di Dio che prima si manifestava in una nube o nella gloria, ora si manifesta in una carne visibile, palpabile, stabilmente tra noi: noi abbiamo udito, veduto, contemplato, toccato il Verbo della vita (cf 1 Gv 1,1). Mancava l’ultimo passo di questo Dio “vicino”, ed esso si realizza nell’Eucaristia. Non più solo un Dio visto, toccato, udito e contemplato, ma un Dio “mangiato”: “Prendete, mangiate...”; “chi mangia la mia carne, avrà la vita eterna”. La presenza di Dio si fa così interna e personale, in modo vero e reale. L’eucaristia è l’ultimo gradino nel lungo cammino della “discesa” di Dio verso l’uomo: creazione, rivelazione, incarnazione, eucaristia. Allora si comprende che ogni Eucaristia, ogni Messa, è un incontrare, un ritrovare Gesù, vivo, come lo hanno incontrato i pastori, come lo hanno saputo trovare i Magi. Purché l’Eucaristia non sia un atto chiuso in se stesso e staccato dai veri interessi della vita cristiana; purché non sia soltanto un gesto formale o una specie di debito a pagare alla consuetudine. Siamo infatti chiamati a fare in modo che ciascuna celebrazione eucaristica abbia risonanza nella nostra vita, si prolunghi nella vita quotidiana, diventi vita della nostra vita. Nella Messa ascoltiamo la parola di vita: poveri noi se questa parola non diventa, veramente, vita; non guida le nostre scelte; non illumina i nostri passi; non è il punto di riferimento per il cammino di ogni giorno. Nella Messa spezziamo il pane santo della famiglia di Dio; ma poveri noi se poi non ci ricordiamo per niente di coloro che non hanno, con sicurezza, il pane quotidiano. Nella Messa benediciamo Dio per gli alimenti che sono frutto del lavoro umano; ma poveri noi se poi in tutti i problemi, le pene, le ansie del mondo del lavoro, sempre più faticosamente in cerca di una giustizia serena e di una meglio riconosciuta dignità, non trova nessuna eco, nessuna partecipazione nei nostri cuori, nessuna condivisione, per quanto possibile concreta. Nella Messa parliamo di pace, ma poveri noi se poi non ricerchiamo davvero la pace con tutti e non ci adoperiamo per la concordia nelle famiglie, nei caseggiati, nelle scuole, negli ambienti di lavoro, nel mondo, nella comunità parrocchiale. E si potrebbe continuare. Perché è proprio così, portando l’amore e la condivisione - in una parola “la Carità” – nella realtà della nostra esistenza quotidiana, che dimostriamo i aver ricercato,accolto e riconosciuto l Figlio di Dio venuto tra la sua gente” e realmente presente in mezzo a noi, innanzitutto nel mistero Eucaristico. Ecco allora perché pregare e riunirsi per l’Eucaristia, non è tempo sottratto alla carità, come sovente si sente dire da qualche improvvisato profeta moderno: non è la contemplazione di Dio, non è il nostro culto, non è il tempo dato alla liturgia ad impedirci di esercitare la carità! E non è sostituendo ai già rari momenti di colloquio con il Padre un insistito attivismo di carità, che facciamo crescere l’amore! È invece nutrendoci previamente e primariamente della Parola del Signore, del suo Pane che poi troviamo la capacità, non tanto di fare qualche gesto di carità che “mette a posto” la coscienza, ma di fare della carità la struttura portante della nostra vita. Così e solo così la nostra carità diviene “cristiana”; diviene cioè atto con cui onoriamo, nei fratelli e con i fatti, l’unico Signore e Salvatore, Cristo Gesù.
don Giorgio

::: Conclusa la decima edizione degli incontri culturali :::
In via di definizione il programma del 2005

Gli incontri culturale al Centro Papa Luciani per il secondo semestre del 2004 sono ripresi in agosto con la presentazione del libro “L’esercito del Papa”. Oltre all’autore Gian Franco Svidercoschi, già vicedirettore de “L’Osservatore Romano”, è intervenuta l’attrice Elisabetta Gardini. I due relatori hanno parlato di quella schiera di uomini e di donne, organizzati in Ordini e Congregazioni religiose, che hanno segnato la storia della Chiesa. In settembre è stato proposto un incontro sul tema “Il ruolo della Chiesa e delle organizzazioni internazionali per la lotta alla fame” sul quale è intervenuto mons. Renato Volante, rappresentante della Santa Sede alla FAO. Sono 842milioni le persone che soffrono la fame e il loro numero è in costante aumento; bisogna imparare la solidarietà e il suo fondamento, il rispetto. Con don Luigi Negri, docente all’Università Cattolica di Milano, è stato presentato il suo libro “Vivere il cristianesimo”. In un mondo dove predomina l’egoismo, il cristianesimo insegna a trovare la via che porta dalla società dell’io alla capacità di vivere la solidarietà. Intenso anche il mese di ottobre. “Europa al bivio” è il libro che Piero Badaloni, corrispondente Rai da Berlino, ha presentato soffermandosi anche sull’attualità come ad esempio l’apertura alla Turchia, per la quale ci sono posizioni contrapposte anche tra i favorevoli. Ma la fase più delicata è quella di decidere se prendere la strada dell’Europa di grande mercato unico oppure di avviarsi verso una vera comunità europea. Una serata particolarmente significativa quella della presentazione del libro “Fede, verità, tolleranza” di S.E. Card. Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Introdotto dal giornalista Antonio Socci, il card. Ratzinger ha proposto una riflessione sull’essenza del cristianesimo e sugli atteggiamenti di fondo dell’uomo su cui poggiano il nostro presente e il nostro futuro. Non è mancata una riflessione sulla globalizzazione presentando il libro “Denaro e paradiso. L’economia globale e il mondo cattolico”: oltre ad uno degli autori, il giornalista Rino Cammilleri, vi è stato l’approfondimento di S.E. Mons. Bruno Bertagna, segretario del Pontificio Consiglio per i testi legislativi. La finanza e il mercato costruiscono ricchezza, benessere e progresso, ma devono essere eticamente orientati al servizio della persona umana. Nel mese di novembre è stata proposta una testimonianza su “Cinema e spiritualità”, tema non facile affrontato da Francesco Patierno. Nel corso del quale il regista di Raitre ha presentato il suo film “Pater familias” che è un forte grido di dolore per l’assenza o per la debolezza della famiglia nella vita dei più giovani. Altro appuntamento con Fabio Zavattaro, vaticanista del Tg1, che ha parlato del suo libro “I Santi e Karol”, ovvero la storia di questi ultimi venticinque anni attraverso le beatificazioni e canonizzazioni di Papa Wojtyla, che ha elevato agli onori degli altari più uomini e donne di quanto abbiano fatto tutti insieme i pontefici predecessori. All’incontro è intervenuto anche il segretario della congregazione per le cause dei santi S.E. Mons. Edward Nowak, che ha fatto riferimento ai santi e ai beati come a modelli pratici della nuova evangelizzazione. Infine a dicembre un incontro insolito: la presentazione del libro “La Bibbia ha quasisempre ragione” che il comico Gioele Dix ha presentato ai numerosi presenti. Per molti, ha detto il comico, la Bibbia è un testo misconosciuto, magari anche noioso; invece è pieno di racconti vivi, che parlano di noi. Io sono ebreo ed ho un legame viscerale con la Bibbia. Volevo raccontare con amore, ed anche con un sorriso sempre però rispettoso, un libro che per me è sacro. La Bibbia è un testo pieno di storie, di spunti, di scintille, di saggezza, di follie e di tante altre cose. È un libro complesso e contraddittorio che attrae e incuriosisce tutti. Gran finale per il ciclo di incontri culturali con il pilota Alex Zanardi. Un recupero straordinario, la voglia di reagire e tornare a una vita normale, senza mai perdere buonumore e ironia. Una vita intensa e spesso difficile, ricca di passione e forza di volontà. Ma anche di scherzi e battute in dialetto bolognese, senza prendersi troppo sul serio. La storia di un uomo che non ha mai mollato. Alla fine, una storia meravigliosa. Un sogno che si realizza dopo la lunga serie di sfide che Zanardi ha lanciato al proprio destino, con uno spirito e una determinazione straordinari. Prima il coma, l’amputazione delle gambe, poi un ritorno graduale alla vita.
Michelangelo De Donà


ultimo aggiornamento 17.07.2007
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