HUMILITAS - papa Luciani
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Anno XXVI - 2009- n. 1

Un popolo selante nelle opere

#2 Come il sale sulle vivande

#3 Natale e Pasqua si incontrano

#4 L'agire di un operatore invisibile

#5 Immagini del Gruppo Giovanile per ragazze...

#6 Il metro vecchio

#7 Le grandi vocazioni

#8Incontri culturali al Centro Papa Luciani

#9 Puebla e Papa Luciani

#10 Batte la sapienza umana

#11L'angolo del pellegrino

Tutti il Signore invita ed obbliga alla santità

La Chiesa... questa sconosciuta (5)

Giovanni Paolo I, la speranza che nasce dall'umiltà

 

 

LA SANTA CHIESA
Un popolo zelante
nelle opere

di Albino Luciani

 
Vittorio Veneto: statua di Giovanni Paolo I nella piazza della Cattedrale.   «... Ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formarsi un popolo puro, che gli appartenga, zelante nelle buone opere» (1 Tm 2,14).

Sono parole di S. Paolo. Cerco di spiegarvele.

    1. “Ha dato se stesso”. Lo stesso S. Paolo spiega se stesso nella lettera ai Filippesi. Cristo – scrive – era Dio, uguale a Dio e, tuttavia, «spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo...; apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte in croce» (Fil 2,6-8). La nostra tendenza sarebbe: salire, salire ancora, salire sempre, essere in vista, comandare. Lui, invece, è disceso, ha obbedito, s’è fatto piccolo, s’è nascosto. E proprio questo suo discendere e umiliarsi è stato il mezzo e il metodo scelto per aiutarci. Grande scuola; ad essa dovremmo essere scolari attenti per imparare la lezione e tradurla in vita vissuta.
    2. “...Per riscattarci da ogni iniquità”. Questa iniquità, da cui Cristo ci libera con la luce del suo Vangelo e la forza della sua grazia, sono i mali di questo mondo, ma, in prima linea, il peccato, male da cui provengono gli altri. Anche qui Paolo spiega. «Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io» (1 Tm 1,15).
Oggi tutti notano gli altri mali e li vorrebbero via: via la violenza, via l’ingiustizia, via il disordine, via la disoccupazione, via la fatica, via l’ingordigia, via la libidine del potere; e va bene, ma pochissimi fanno caso al peccato. Da questo, invece, bisognerebbe cominciare: fatta una volta la riforma interiore; diventati gli uomini amanti sul serio della giustizia, della fraternità, della pace; resi pronti a spogliare se stessi del superfluo per cederlo ai bisognosi, a scomodare sé per far star comodi gli altri, sarebbe molto più facile metter su delle riforme stabili, impiantando davvero una società su strutture nuove. Abbiamo seguito, trepidando, i mesi scorsi le complicate vicende della “Papa” di S. Donà di Piave; oggi, titolando “È legato a un filo il futuro della Montefibre”, i giornali ci mettono in timore anche per l’occupazione di tanti lavoratori di Marghera. Si dirà: «È l’emergenza, sono le ferree leggi dell’economia». Certo, è anche questo, ma se ci fosse più Vangelo vissuto e applicato, le leggi economiche potrebbero avere applicazioni diverse. Subito dopo che La Pira, a Firenze, s’era battuto strenuamente, perché non venisse chiusa la “Pignone” e fossero conservati ai lavoratori i posti di lavoro, a Vittorio Veneto, dov’ero vescovo, Franco Marinotti, responsabile della “Pignone”, mi fece leggere le lettere polemiche da lui inviate al sindaco di Firenze. «Quello lì – mi diceva – non capisce un’acca di questioni economiche».
   Ed io: «Commendatore, sarà vero; La Pira conosce però il Vangelo!». Sì, conosceva il Vangelo e, soprattutto, lo viveva e lo applicava a favore dei poveri a costo di gravi personali sacrifici, sfidando le leggi economiche e civili, sia pure in modo irripetibile.
    In altre occasioni egli non solo svolse la parte del samaritano, che soccorre il povero trattato male dai ladroni, ma cercò anche di fare in modo che altri poveri non incappassero in altri ladroni. Dice il proverbio: «Non basta dare un pesce all’affamato, ma bisogna insegnargli a pescare». Anche noi: non è sufficiente che aiutiamo i poveri in questa o quella occasione; dobbiamo collaborare per la formazione di una società più giusta, dove gli squilibri, gli scompensi, le crisi siano ridotte il più possibile.

    3. «...Per formarsi un popolo puro, che gli appartenga ». Questo “popolo puro” è la Chiesa. Essa è stata da sempre in cima ai pensieri di Cristo; per essa è morto sulla croce; in essa egli continua a svolgere la sua opera di salvezza attraverso i secoli. «Popolo puro» dice S. Paolo. “Chiesa santa” diciamo noi nel Credo. Santa, perché possiede tanti mezzi, usando i quali, chi ha buona volontà, può davvero farsi santo. Purtroppo c’è chi – lo sperimentiamo personalmente anche noi – di buona volontà ne ha poca, chi vuole solo a metà o saltuariamente, provocando lo spettacolo di una Chiesa con molti santi, ma anche con tanti cristiani mediocri e parecchi cristiani cattivi.
    È la profezia verificata dalla zizzania, che cresce in mezzo al buon grano, e dei pesci scarti in mezzo a quelli buoni (Mt 13). Questa chiesa santa, nonostante tutto, viene oggi, come sempre del resto, attaccata anche da chi, avendo studiato teologia, dovrebbe ricordare le parole famose di S. Agostino: «Fuori della chiesa – a meno non siano in buona fede – si può trovare tutto, tranne la salvezza. Si può avere onore, si possono avere sacramenti, si può cantare alleluja, si può rispondere amen, si può difendere il Vangelo, si può avere fede nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, e anche predicarla; ma se non si è nella chiesa cattolica, non si può trovare la salvezza».
    Se tornasse S. Agostino, troverebbe oggi il biblismo strano, che esisteva anche ai tempi suoi: si legge la Bibbia non per battere il proprio petto, ammettendo: «Scusa, Signore, ho sbagliato qui oppure ho sbagliato là»; la si legge per trovare motivo di puntare fieramente e implacabilmente il dito denunciatore verso la chiesa, indicando ed esagerando difetti umani e colpe storiche. Pio XII diceva invece: «Se nella chiesa alcuni membri soffrono malattie spirituali, non c’è motivo di diminuire il nostro amore per la chiesa, ma piuttosto di aumentare la nostra pietà verso le sue membra».
    Così si comportano i figli con le loro madri. Paolo VI, di recente, con Urs von Balthasar, ha parlato di un “complesso antiromano” che sta infierendo tra teologi cattolici; complesso, il quale disprezza e deride ciò che si fa a Roma, ciò che viene da Roma, ciò che tende verso Roma. Qualche eco arriva anche vicino a noi. «Lei se ne affligge?», m’è stato chiesto di recente. «Per me, personalmente, no e neppure per la chiesa nel suo insieme, ma per le anime sì.
    La chiesa resta, ma le anime dei fedeli possono venire danneggiate e rovinate». Georges Bernanos, laico, aveva sconfitto in sé quel complesso. Dopo aver ammesso che nella chiesa, divina e umana insieme, ci sono dei farisei, egli scrisse: «Diffido della mia indignazione... l’indignazione non ha mai redento nessuno... chi pretende riformare la chiesa con gli stessi mezzi che si usano per riformare una società temporale... infallibilmente finisce con il trovarsi fuori della chiesa soffrendo per lei».

O.O. 24.12.47, 344-345

 

--- Speranze autentiche ---

   È piacevole, oltre che doveroso, scambiarci gli auguri all’inizio dell’anno nuovo, anche se le vicende del mondo non sono nuove purtroppo e il 2009 sembra non promettere nulla di buono. Il nostro “don Albino” non si sarebbe introdotto così. Da Patriarca di Venezia, a capodanno 1971, scriveva ai suoi diocesani: «Il nuovo anno, vediamo di affrontarlo con ottimismo “Un’azione – diceva S. Francesco di Sales – avrà novantanove aspetti cattivi ed uno buono, ebbene io prenderò in considerazione quello buono”. “Qui in Bulgaria, in questo momento, sono un uccello in un boschetto di spine – scriveva Roncalli – ma non rinuncio a cantare”. “Due cose sono certe – diceva Enrico Susone – che Dio è onnipotente e che mi ama”. Rivestiamoci per il nuovo anno di questa serenità cristiana, liberi da ogni rancore e da ogni disfattismo, persuasi che la vita onesta e buona, pur con le sue difficoltà reali, testimonia a Dio che siamo contenti di lui e fa di ciascuno di noi, giorno su giorno, un “amen” cosciente, un alleluia vibrante!». A capodanno del 1977 ricordava “Il dialogo di un rivenditore di almanacchi” di Leopardi, dove il rivenditore ammetteva: «Se con l’anno nuovo potessi chiedere a Dio una vita nuova la chiederei così come Dio la manda, senz’altri patti». E precisava il Patriarca: «Io no. Facendomi quasi “venditore di almanacchi”, che venditore sarei se spacciassi solo pessimismo? Intendo vendere speranze autentiche, anche se velate dal necessario realismo». Speranze autentiche. Le compriamo volentieri da lui e ce le scambiamo fraternamente. Buon anno, a nome di tutta la Redazione di Humilitas. Buon anno amici lettori.

Mario Carlin

 

COME IL SALE SULLE VIVANDE

S. Paolo (pittura di T. Licini, 1946) che si trova in alto dell’abside della chiesa di La Valle Agordina.    Sto cercando ancora dei “fiori” nel giardino di S. Paolo, collezionati da Luciani nei suoi scritti e discorsi. Vedo che tra lui e l’apostolo c’era un forte “feeling” spirituale e pastorale. Luciani maneggiava le lettere di S. Paolo con vera passione e abilità, per dare “sostanza” al suo insegnamento e nutrire la nostra spiritualità.
Le sue citazioni sono innumerevoli, sia da giovane prete, quando scriveva articoli su “L’Amico del Popolo”, sia da Papa. Nel 1943, Luciani era insegnante in Seminario e già era un giornalista forbito che scriveva per “L’Amico del Popolo”, settimanale diocesano. Scrive: «Che farebbe S. Paolo, se vivesse ai nostri tempi?».
Si farebbe giornalista, aveva risposto il cardinal Mercier. Macché! Si metterebbe addirittura a capo di un agenzia di informazioni, risponde Pierre l’Ermite. E spiega: «L’apostolo era un uomo che il toro lo prendeva sempre per le corna».
In una lettera ai giovani, sempre nel 1943, Luciani racconta la storia fantasiosa di don Chisciotte e Sancio, del Cervantes, che “fa sprizzare scintille di umorismo”. Don Chisciotte intrepido, Sancio pauroso, indolente, senza ideali... Un povero gramo! Diceva: «Non occorre volare, basta strisciare».
S. Paolo - continua Luciani - ne sapeva qualcosa di questa lotta interiore e confessa: «Infelice uomo ch’io sono»... Ma sapete cosa ha fatto S. Paolo?... Ha preso il suo Sancio (l’uomo vecchio – il peccato) te lo ha imbavagliato, fatto tacere a colpi di bastonate. «Castigo il mio corpo», ha detto. Così ha liberato il suo spirito, si è dato all’apostolato e ha fatto qualcosa di bello e di grande a questo mondo. Nel 1944, Luciani scrive un interessante articolo: “Attacchi”, per difendere l’operato di Papa Pio XII, che “ci si ostina a dire che ha voluto la guerra”.
È chiaro – scrive Luciani – che il Papa deve essere al di sopra delle competizioni e degli odi. Come per S. Paolo, per lui «non c’è né giudeo né greco; né schiavo né libero; tutti sono suoi figli». Da Papa, Luciani ha continuato il suo stile di sempre e le citazioni di S. Paolo non mancano mai: “come il sale sopra ogni vivanda”.
Nel Radiomessaggio “Urbi et Orbi” del 27.08.1978, invocando l’aiuto di Maria santissima e degli apostoli dice: «S. Paolo ci guidi nello slancio apostolico dilatato verso tutti i popoli della terra». Nell’omelia alla Messa d’inizio del suo pontificato (3 settembre), ancora confuso e sorpreso che Dio l’abbia scelto ed elevato cosi in alto, cita S. Paolo: «O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie». (Rom. 11,33)
Il 4 settembre, ricevendo i Capi delle Missioni Speciali, esprime la sua gioia e riconoscenza e dice: «Questo omaggio di tante Nazioni è molto incoraggiante. Non che la nostra persona l’abbia meritato... Pensiamo spesso a questa frase dell’apostolo Paolo: “Questo tesoro lo portiamo in vasi d’argilla, perché si vede bene che questo straordinario potere appartiene a Dio e non proviene da noi”». (2 Cor. 4,7)
All’udienza generale del 13 settembre, papa Luciani, parlando della virtù della Fede, cita S. Paolo “che non aveva la fede, anzi perseguitava i fedeli. Dio lo aspetta sulla strada di Damasco: «Paolo – gli dice – non sognarti neanche di impennarti, di tirar calci, come un cavallo imbizzarrito.
Io sono quel Gesù che tu perseguiti. Ho disegni su di te. Bisogna che tu cambi!». Paolo si è arreso, ha cambiato, capovolgendo la propria vita. Ecco che cosa è la fede - conclude il Papa: arrendersi a Dio, trasformando la propria vita. Cosa non sempre facile. Il 20 settembre, all’udienza generale, papa Luciani parla della virtù della Speranza. E dice: «Le cose nella vita non vanno tutte diritte e sempre diritte...
Ma la speranza deve rimanere sempre ferma e incrollabile, come dice S. Paolo di Abramo: “Credette sperando conctro ogni speranza”. (Rm. 4,18) E ancora: “Le gioie della vita non vanno assolutizzate; sono qualcosa, non il tutto; servono come mezzo, non sono lo scopo supremo; non durano sempre, ma solo breve tempo, come scrive S. Paolo: “Di esse usino i cristiani, ma come non ne usassero, perché passa la scena di questo mondo”. (I Cor. 7,3 1)». Dopo questa carrellata di testi paolini, possiamo ben dire che Le lettere di S. Paolo costituiscono un vero patrimonio dell’umanità redenta da Cristo », come ha detto papa, Benedetto XVI.

Cesare Vazza


Natale e Pasqua s’incontrano


Momento di deserto di un gruppo di ragazzi, al Centro.    Caro Don Albino, con le feste natalizie alle spalle e la Pasqua in dirittura d’arrivo, si ha la sensazione che ci venga chiesta in tempi brevi una grande elasticità spirituale. Appena disfatto il presepio, già si entra nel tempo austero della quaresima e poi in quello che è alle radici della nostra fede e costituisce il memoriale della passione, morte e resurrezione di Gesù.
    
A sua tempo, preparando i catechisti e poi i ragazzi e gli adulti, ho tentato di collegare il Natale con la Pasqua attraverso dei piccoli segni che i testi evangelici e la buona memoria ci aiutano a mettere insieme. Maria che avvolge in fasce il Bambino e lo depone nella mangiatoia, ad esempio, può far pensare a Gesù quando, tolto dalla croce e avvolto in un lenzuolo, viene collocato nella tomba nuova che Giuseppe d’Arimatea aveva scavato nella roccia. Fasce, lenzuolo, ma anche grotta. Gli studiosi infatti dicono che questo signore aveva una cava di pietra e lì aveva predisposto la tomba per sé e per i suoi. Non avrebbe mai immaginato che quella grotta funeraria dovesse servire per poco tempo e che sarebbe diventata la culla della nostra fede. Poi la mangiatoia: le fasce di Gesù bambino, il lenzuolo del Crocefisso e la tovaglia dell’altare.
    
La Messa è il gesto di Gesù che dona la sua vita, facendosi nostro cibo e rimanendo presente nel tabernacolo in mezzo alle nostre case. I tempi liturgici, si sa, restringono i tempi e avvicinano gli eventi della salvezza, facendoli entrare tutti nell’arco di un solo anno. Quando nel tempo natalizio andai in una famiglia per visitare, benedire e fotografare il presepio, come sempre invitai Eleonora, 11 anni, a mettersi accanto alla natività che aveva realizzato con le sue mani; intervenne il papà, dicendo che forse non era necessaria la foto, visto che il presepio era più o meno quello dell’anno precedente. La ragazzina invece ci teneva ed ebbe una risposta pronta e intelligente: «Sì, il presepio è quello dell’anno scorso, ma io sono cresciuta e un po’ cambiata». Brava!
    
Con delicatezza aveva dato una piccola lezione al papà e anche a me faceva ricordare che la divina liturgia non si ripete mai se ci trova attenti e partecipi così come siamo: con i sogni, le delusioni, i progetti, le ansie, i fallimenti e le speranze del momento. In parallelo con l’anno liturgico c’è chi vorrebbe sovrapporre non solo quello civile, ma tutto un insieme di proposte consumistiche che nulla hanno a che fare con la crescita e la maturazione nella fede. Già all’indomani dell’Epifania c’è l’affanno per il carnevale, così come per i santi e i defunti si tenta di introdurre il mito delle ”zucche vuote». Viviamo nel mondo, sì, ma non vogliamo omologarci con l’andamento di questo mondo. Tu, che ne dici? Forse di tollerare là dove è possibile e di trasformare le usanze pagane in proposte e celebrazioni cristiane. Avvenne così per il Natale, che era la festa del dio Sole; qualcosa d’altro è di più è avvenuto per la Pasqua. Al centro ci sia sempre lui, Gesù, ieri, oggi e sempre. Con affetto.

Con affetto
D. Licio

 

1958 15-27 DICEMBRE 2008
50° anniversario dell’Elezione e dell’Ordinazione Episcopale
di Papa Giovanni Paolo I (Albino Luciani, 1912-1978)

L’agire di un operatore invisibile

L’abbraccio di papa Giovanni XXIII a mons. Luciani al termine del rito della sua consacrazione episcopale.  Il 28 ottobre 1958, a venti giorni esatti dalla morte del Servo di Dio, Papa Pio XII, veniva eletto al soglio pontificio il secondo Patriarca di Venezia nell’arco di un secolo, il Cardinale Angelo Giuseppe Roncalli, che assunse il nome di Giovanni XXIII. A distanza di 50 anni da quell’elezione sono ancora note le significative iniziative che il Beato Giovanni XXIII adottò subito dopo l’incoronazione del 4 novembre. Tra questi atti ci fu quello molto importante di indire il Concistoro per la creazione di un notevole numero di membri del Sacro Collegio, in modo da essere sempre più, con la varietà dei suoi componenti provenienti dai vari continenti del Mondo, espressione della universitalità della Chiesa Cattolica.
    
Tra i Presuli che vennero elevati alla porpora cardinalizia spiccavano l’Arcivescovo di Milano, mons. Giovanni Battista Montini e mons. Domenico Tardini, Segretario di Stato del Papa. A 15 giorni dalla sua elezione alla cattedra di Vescovo di Roma, Papa Giovanni, non volle lasciare “senza pastore” più di tanto la sede patriarcale di Lorenzo Giustiniani e di Giuseppe Sarto, divenuto Pio X all’inizio del secolo XX, nominando suo successore, il veneziano mons. Giovanni Urbani, Vescovo di Verona.
    
La nomina di mons. Urbani a Patriarca di Venezia aveva portato allo spostamento di qualche Vescovo in terra veneta, tanto che si era dovuto provvedere anche alla nomina del Vescovo di Vittorio Veneto, che venne fatta nella persona di mons. Albino Luciani, Vicario Generale della Diocesi di Belluno. La preconizzazione all’Episcopato di mons. Luciani avvenne nello stesso Concistoro del 15 dicembre al momento di nominare i nuovi Cardinali. Dopo la nomina, bisognava conferire la Ordinazione Episcopale.
    
Quale data più significativa per tale gesto e per un novello Papa di conferire lui stesso l’ordinazione ai nuovi eletti, fu scelto il giorno 27 dicembre 1958, festa dell’Apostolo prediletto dal Signore, l’Evangelista Teologo Giovanni, il cantore dell’amore cristiano. Nella stupenda cornice dell’Altare della Cattedra della Basilica Vaticana, quel 27 dicembre, con Albino Luciani furono ordinati Successori degli Apostoli lo stesso Segretario di Stato pontificio, Cardinale Tardini, il Sostituto della Segreteria di Stato, mons. Angelo Dell’Acqua, il nuovo Nunzio Apostolico in Italia, mons.
    
Carlo Grano ed altri Presuli di altre nazionalità, tra cui altri italiani, i quali erano stati nominati alla pienezza del Sacerdozio nel medesimo Concistoro del 15 dicembre. Stupenda e significativa, densa di emozione, è l’immagine impressa per sempre nella carta stampata dell’abbraccio tra il Papa consacrante e il Vescovo consacrato Luciani al momento dell’intronizzazione dei Vescovi, prima della conclusione del rito. Dobbiamo ricordare come nel XX secolo questa era la seconda volta che un un Papa conferiva l’Ordinazione Episcopale ad un suo “ignaro” successore. La prima volta, si era verificata il 13 maggio 1917, quando Papa Benedetto XV, nella Cappella Sistina, consacrò Arcivescovo mons. Eugenio Paccelli per inviarlo Nunzio Apostolico a Monaco di Baviera, poi a Berlino, nella Repubblica di Waimer, e ciò avveniva nell’ora in cui in una sperduta località del Portogallo, chiamata Fatima, la Madonna appariva a tre pastorelli, invintandoli alla recita del Rosario per chiedere a Dio la cessazione della “inutile strage” della prima guerra mondiale, la conversione dei cuori umani attraverso la penitenza, e il ritorno della pace in tutto il mondo.
    
Sappiamo come poi mons. Pacelli creato Cardinale da Pio XI e nominato nel 1930 suo Segretario di Stato, alla morte di Papa Ratti nel febbraio 1939, gli successe nel sommo pontificato con il nome di Pio XII. La seconda volta era questa del 27 dicembre 1958. Certamente non è dato sapere cosa si dissero Papa Giovanni e Albino Luciani al momento di scambiarsi quell’amplesso di pace che sanciva la consacrazione di quell’umile Sacerdote a Successore degli Apostoli. Nessuno dei due poteva assolutamente pensare che dopo venti anni quel Vescovo così minuto, che aveva scelto come motto episcopale quello stesso del grande Arcivescovo di Milano, San Carlo Borromeo, fatto della sola parola “humilitas”, sarebbe stato successore nel seggio e nel ministero petrino a chi aveva occupato il seggio patriarcale di Giuseppe Sarto, di Angelo G. Roncalli, e poi, di Giovanni Battista Montini, colui che per 15 anni, dopo essere stato successore di Ambrogio e Carlo a Milano, era stato Vescovo di Roma con il nome di Paolo VI. Va anche rilevato che esattamente tre mesi prima, il 28 settembre 1958, nella lontana Polonia, a Cracovia, nella Cattedrale del Wawel, era stato consacrato Vescovo Ausiliare dell’Arcidiocesi di Santo Stanislao, il Sacerdote Karol Wojtyla, che ne diverrà poi nel gennaio 1964 Arcivescovo, e sarà l’immediato successore di Giovanni Paolo I, ereditandone nome e missione, dopo appena 33 giorni di pontificato. Viene da porsi una domanda: «Chi era l’artefice di tutta quella ’operazione’ di successioni apostoliche messe in atto in venti anni, dall’ottobre 1958 all’ottobre 1978?».
    
Il pensiero corre immediato a quello “illustre Sconosciuto” che spesso si dice sia lo Spirito Santo, il quale, non vi è ombra di dubbio che egli sia la più ignorata delle tre Persone Divine, e tuttavia, agisce da “Operatore Invisibile”. Dobbiamo dire che dal suo aleggiare sulle acque nella creazione del mondo, fino al suo irrompere sul primo nucleo dei discepoli del Signore nel giorno di Pentecoste, lo Spirito, appare il protagonista della salvezza, colui che rende efficace l’azione di Dio nel mondo, tanto da portare, in ogni tempo, a compimento quella liberazione totale dell’uomo già iniziata nel mistero pasquale di Cristo Gesù.
    
Quel 27 dicembre 1958 di cinquant’anni or sono, questa Persona invisibile della SS.ma Trinità, faceva sì che con l’abbraccio tra il Beato Giovanni XXIII, da poco tempo eletto per fare da Vicario a Cristo Signore in mezzo agli uomini, si trasmettesse la successione apostolica ad un umile Vescovo, il quale, vent’anni dopo, seppure per un periodo relativamente breve avrebbe guidato la barca di Pietro, e questi, Giovanni Paolo I, l’avrebbe consegnata nelle mani di un nocchiero più intrepido, forte e coraggioso; un Vescovo “venuto da un paese lontano, ma sempre vicino alla Madre Chiesa”, che assunto il nome di Giovanni Paolo II, gli avrebbe fatto solcare i fluttuosi mari di fine secondo millennio, e condurla salda e sicura verso i lidi del Terzo Millennio, così che questa diletta Sposa del Signore potesse mostrarsi «tutta splendente di bellezza, senza macchia e senza ruga e alcunché di simile, santa ed immacolata, Madre e maestra, luce per tutte le genti, sacramento universale di salvezza per tutto il genere umano».

Antonio Bartoloni

Immagini
del gruppo giovanile per ragazze
sul tema “Gesù incontra le donne”

  È come andare in montagna e cercare la fonte pura, dissetante per fare il pieno di acqua limpida da attingere per sé e da portare ad altri. Così i nostri incontri... «Donna, dammi da bere», «Una sola è la cosa necessaria... ». Queste parole pronunciate da Gesù nel Vangelo sono state rivolte anche alle ragazze che finora hanno partecipato agli incontri proposti quest’anno dal Centro Papa Luciani dal titolo “Gesù incontra le donne”. Nell’approfondire queste figure abbiamo finora scoperto alcune provocazioni forti che Gesù rivolge anche a noi oggi. Capire chi siamo e qual è il tesoro posto in ciascuno per farne qualcosa di bello e grande. Nel momento di riflessione personale ognuna ha l’occasione di parlare con il Signore per comprendere quale posto Lui occupa nella propria vita e l’esperienza diventa bella e ricca quando durante la condivisione ognuna rende partecipe le altre di ciò che porta in cuore. Ogni incontro termina con una cena semplice in fraternità all’insegna della condivisione di ciò che ognuno porta. Questa serie di incontri diventa occasione per prendersi del tempo da dedicare a se stessi e al Signore. Un momento di ricarica per poi ripartire e donare ciò che si è attinto alla Sorgente.

Sr Manuela


IL METRO VECCHIO

Mons. Luciani, Vescovo di Vittorio Veneto, durante un pellegrinaggio a Lourdes, mentre aiuta un ammalato.    Ad un incontro con un gruppo di genitori dei ragazzi della Cresima, una signora si alzò e disse:
– Signor vescovo, spero che faccia presto... io sono venuta ad ascoltarlo perché dice cose che io riesco a capire e a ripetere ai miei di casa, ... io sono una sarta e devo preparare il vestito per la Cresima ad un mio nipote... e sono presa un po’ in ritardo sul tempo di lavoro...

E il Vescovo: – Ah! Lei fa la sarta... Mia madre diceva che prima di tagliare la stoffa bisogna misurare almeno due volte... per non sbagliare... Lei, signora, adopera il metro... quello che adopera ora è eguale a quello del passato, che adoperava sua madre che le ha insegnato il mestiere...
– Certo, che è eguale... Il metro è sempre quello non è fatto a fisarmonica...
– Brava vi è anche il metro che misura la durata della vita, che misura la qualità delle azioni, che misura anche la nostra coscienza, il metro vecchio, ma che non è cambiato, si chiama la fede, il timor di Dio: è una specie di metro per misurare se un popolo è fortunato o no, per sapere se avrà o non avrà prosperità e pace. Oggi per questo, però, pare che si usi un metro nuovo...

– Sì è vero: una volta si usava il metro della giustizia, oggi se non stai attento ti imbrogliano, fanno i loro interessi a spese di chi si fida troppo...
– Oggi si dice anche: «Le cose van bene, perché le strade sono asfaltate, il reddito aumenta, molti apparecchi televisivi si accendono, tante macchine corrono... Io, come Vescovo, dico: Tutte queste cose hanno una importanza relativa. Per misurare bene e giusto, occorre tornare al metro vecchio, quello che ci indica Dio nella Bibbia».
Sentite cosa è scritto: “Tu, o Signore salvi il popolo umile, soggetto a Dio” (Sal 18); “Felice il popolo che ha il Signore per suo Dio” (Sal. 144); “quando viene a mancare l’insegnamento religioso, il popolo è sfrenato!” (Prov 29). Se si perde il metro di Dio, della sua parola, tutto diventa possibile e anche le azioni peggiori e gli atti ingiusti diventano non solo possibili ma leciti.
– Ma perché questo... si può cambiare?
– Certo che si può cambiare: bisogna cambiare la mente, la volontà. Desiderare il bene, non basta; il buon desiderio è niente se da esso, non sprizza la scintilla delle decisione. La nave è carica di ogni ben di Dio. Cosa serve, se, ad un certo punto, non si toglie l’ancora e non la si fa partire? Il Paradiso è pieno di uomini che hanno voluto, deciso ed eseguito: si sono misurati su Dio; l’inferno è pieno di uomini, che hanno bensì desiderato, ma non si sono decisi per il bene...
– Sì, ma, non è facile...
– Ci sono volontà malate di paura: «Cosa diranno di me? Dove va il mio prestigio? Fanno tutti così! Le mie amiche mi prendono in giro se avrò altri bambini!». È una paura sciocca, come fu sciocca quella lepre, che morì sul colpo, solo a vedere un fucile scarico, ma spianato, contro di lei. Ci sono volontà malate di indecisione: il tentennare porta travaglio, scoraggiamento e stanchezza. E non si combina nulla.
– È vero, succede spesso anche a me...
– Ci sono volontà legate e la corda, che le tiene, è una abitudine cattiva, che si è formata piano piano. La prima volta uno dice: «Ancora una volta, poi mi cavo via da questa situazione! ». Invece, appena tenta di andarsene, si trova come l’uccello colla zampa legata allo spago. Si è formata in lui una necessità simile a quella dell’alcolizzato, nel quale il piacere del bere diventa sempre minore, ma il bisogno del bere sempre maggiore…
– Ma dicono che loro non vedono nulla di male... sono tranquilli in coscienza...
– Signora, cosa è la coscienza?... Lei vedo che ha al polso l’orologio... perché porta l’orologio?
– Perché mi segna l’ora... per regolarmi nei miei impegni.
– Brava, quando l’orologio segna l’ora giusta? quando sono sicura che l’orologio è affidabile e non sbaglio orario agli appuntamenti?
– Quando l’orologio segna l’ora giusta...
– Sì, ma quando? Tutti gli orologi segnano un’ora; ci sono orologi che segnano l’ora in ritardo e orologi che segnano l’ora in anticipo... solo chi è sincronizzato, sintonizzato con l’ora nazionale, quello è un orologio che segna l’ora giusta, che io devo osservare.
– Ho capito: Dio, la sua Parola è quella che segna l’ora giusta, la direzione giusta, della vita... è il metro che segna la misura vera della vita.
– Bisogna tornare ad obbedire alla Parola di Dio... dire di sì a Dio, con fiducia e con amore. Un papà mi ha detto: «La religione occorre, ma poco, appena una infarinatura». Gli ho risposto: «Una infarinatura riesce solo ad essere la caricatura della religione e talora una propaganda contro la religione per le crepe di incoerenza, che svela... Scienza e religione, tecnica e Dio non sono in antagonismo... vero invece che dell’uomo sono componenti necessarie tanto la scienza e la tecnica quanto la religione. La scienza è cresciuta, ingigantita, purificandosi di mille false teorie e ingenuità? Cresca e migliori anche la religione; e gli uomini religiosi purifichino la propria idea su Dio altissimo da qualche ingenuità o superstizione del passato: se la scienza da bambina si è fatta adulta, anche la religiosità si faccia adulta! A scienza purificata e progredita corrisponda religiosità purificata e perfezionata. L’uomo ben fatto è scienziato e religioso. Necessario allora usare il metro di Dio, oggi necessario come il pane e come il sole per vivere.

Taffarel don Francesco


LE GRANDI VOCAZIONI
Gastone de Ségur
dagli scritti giovanili di don Albino Luciani

Albino Luciani,giovane sacerdote.   Nel castello delle Nouttes la famiglia dei de Ségur era raccolta pel pasto della sera. La marchesa padrona di casa, seduta al solito posto d’onore, aveva di fronte a sé il suo primogenito Gastone, il prediletto, sacerdote, considerato come il santo e la benedizione della casa. La conversazione, iniziata dopo il primo silenzio, volgeva su argomenti vari, ma veniva avanti stentatamente. La marchesa non sentiva quella sera la solita allegria spontanea e vivace dei suoi figli.
   Pareva che fossero tutti presi da languore. Ed ecco, a metà cena, si accorge che Gastone si fa aiutare da una delle sorelle a tagliare la carne. Meravigliata, alza gli occhi: «Che vuol dire Gastone?». Ma non può aggiungere altro.
    Invece dello sguardo intelligente ed affettuoso del figlio ha incontrato due pupille in cui la cecità ha spento ogni luce. E sviene.
   Gastone de Ségur era diventato cieco a 34 anni; la mattina di quel giorno stesso aveva avvisato i fratelli della sua sventura, supplicando di ritardarne la notizia alla mamma, per poterla preparare un po’ alla volta. Ma con le mamme certe precauzioni tornano impossibili! Quando la marchesa tornò ai sensi, fu generale attorno a lei il pianto dei figli; uno solo non perdette la calma; il cieco.
   Dolce, sereno appare in mezzo ai suoi come un angelo, trovando parole di conforto per tutti, disponendo tutti ad adorare la volontà del Signore. Per conto suo, non solo adorava, ma ringraziava! Sette anni innanzi aveva celebrato la prima Messa. Ed ecco la grazia che aveva domandato al Signore: di essere colpito da una malattia dolorosissima, che però non gli impedisse di lavorare per le anime! Adesso, che la preghiera era stata esaudita, era ben lontano dal lamentarsi di essere stato preso troppo in parola, e scrivendo ad un amico vescovo, senz’altro lo invitava a ringraziar con lui il Signore per questi motivi: 1. la cecità mandava in fumo il cardinalato e la carica di gran elemosiniere di Francia che Pio IX e Napoleone III s’erano accordati di dargli;
   2. i peccatori timidi si sarebbero confessati senza timore da lui, sapendo ch’era cieco e che non sarebbero stati conosciuti mai; 3. avrebbe lasciato la corte e si sarebbe dato tutto agli operai, ai carcerati, ai giovani, come da tempo desiderava. Cominciò senza perdere tempo: confessava in casa sua uomini e giovani a qualunque ora; si faceva condurre per mano sui pulpiti e predicava con cuore infiammato d’amor di Dio e di bontà; dettava al suo segretario libri che poi correvano tutta la Francia e venivano talora tradotti in molte lingue. Il resto del tempo lo passava nella cappella domestica, inginocchiato davanti al Santissimo. Tutto questo per 27 anni. Ho riletto in questi giorni la vita del sacerdote cieco.
   Mi è parsa un poema di bontà e mitezza sacerdotale. Ma ciò che m’ha colpito maggiormente è la sua vocazione. Fino a diciassette anni, nulla che la facesse sospettare. Il primogenito di una delle prime famiglie di Francia in seminario! Da quando in qua? «Ne faremo il primo paladino della cristianità!», aveva detto il nonno materno, quando gliene avevano annunciato la nascita. Il padre fissava per lui la diplomazia e si dava per tempo le mani d’attorno, onde preparargli una splendida carriera.
   Da parte di Gastone, se qualche inclinazione speciale aveva dimostrato, era per la pittura. Aveva pel disegno una abilità veramente eccezionale.
   A scuola, i compagni facevano ressa attorno a lui: «Gastone, mi prepari uno schizzo? mi fai un ritratto? mi regali la caricatura? ». Anche i maestri pur lamentando la negligenza nello studio, rendevano giustizia al suo talento artistico e pronosticavano trionfi. Il pittore si vedeva dunque benissimo fin dai primi anni in lui: ma di vocazione sacerdotale, neppur ombra. Se ci fosse stata, quest’ombra, undici anni di permanenza in un collegio dal quale la religione era quasi bandita, sarebbero dovuti bastare, sembrava, a farla dileguare per sempre.
   Ebbene, no. La vocazione c’era e Dio la faceva fiorire in una maniera delicatissima e soave. Finito il collegio, durante le vacanze che precedettero la sua iscrizione all’università, Gastone trovò a casa la nonna contessa di Rostopchine venuta dalla Russia a passare alcuni mesi colla figlia ed i nipoti. Era una grande donna. Passata dalla chiesa ortodossa alla cattolica, aveva studiato la nostra religione colla passione del dotto e la viveva nelle virtù dei santi. Conosceva i padri, leggeva la Scrittura in ebraico, ma soprattutto era pia, dolce, caritatevole. Brillava per spirito, cultura ed arguzia. Gastone ne fu incantato.
   Sarebbe stato tutto il giorno a sentirla. Si lasciò guidare dalla nonna in tutto; tornò, dietro i suoi consigli, ai sacramenti che aveva abbandonato; si diede alle letture serie e dopo pochi mesi era così cambiato che i fratelli stupivano.
   Lui stesso però era ancora lontano dal pensare al sacerdozio. Cominciò a pensarvi due anni dopo. Frattanto si era recato all’ospedale a portare un po’ di conforto agli ammalati, come socio della S. Vincenzo. «Provi ad andare al n. 39 – gli disse la suora – è un tisico che non vivrà a lungo. Il cappellano, altre suore ed io abbiamo fatto di tutto per indurlo a confessarsi. Ci ha mandato tutti a spasso.
Manderà via anche lei. Ma provi. E sempre bene tentare, quando si tratta di un’anima». «Eh, madre, niente di male, per me, se mi manda via. Piuttosto, mentre vado, dica un’Ave Maria». E andò. Di letto in letto, dolcemente, arrivò al n. 39.
   Il cuore gli batteva forte, mentre si avvicinava al malato. Questi lo guardò senza dir parola. «Soffrite molto?», cominciò Gastone. Nessuna risposta. «Avete bisogno di qualche cosa? Potrei esservi utile?». Non mosse labbro; la fronte invece si corrugava in segno di irritazione. La posizione del giovane diveniva imbarazzante. Non si scoraggiò. Chinatosi sul malato: «Avete fatto una buona prima comunione? », gli sussurrò. L’infermo questa volta parve commosso e rispose: «Sì signore». «E non eravate contento quel giorno?». «Sì, signore», ed era commosso davvero. Gastone gli prese ambo le mani: «E non vi piacerebbe tornare come allora? Sentirvi ancora così buono, puro, amico di Dio?
   Si può! Basta che lo vogliate voi; il Signore vi vuole bene come una volta; anzi di più; perché siete sofferente, infelice... ». Il malato s’era messo a piangere dirottamente. «Non è vero – continuò Gastone – che voi volete confessarvi, mettere in pace la vostra anima?». «Sì» disse l’infermo. Ma questa volta con forza, e gettò a Gastone le braccia al collo.
    Il giovane rispose all’abbraccio, come si trattasse di un fratello; pianse con lui lacrime di gioia, poi andò in cerca del cappellano. Ma è impossibile provare le gioie dell’apostolato e poi sottrarsi alla loro malia. L’anno stesso Gastone vedeva premiato uno dei suoi quadri all’esposizione; poco dopo veniva fatto addetto d’ambasciata, nonostante avesse appena ventuno anni. Ma queste cose facevano su di lui poca impressione ormai. Più, ne faceva la voce del Signore che risuonava chiaramente nell’anima. Ed entrava nel seminario di S. Sulpizio a ventidue anni.

da “Amici del
Seminario Gregoriano”,
novembre-dicembre 1941, p. 3.



Incontri culturali
al Centro Papa Luciani
Conclusa la rassegna del 2008

ANDREA MELDOLLA detto “Schiavone” (Zara 1518 – Venezia 1563) - San Paolo - Chiesa di S. Pietro in Belluno.   Sono ripresi venerdì 5 settembre gli incontri culturali del 2008 presso il Centro Papa Luciani di Santa Giustina, sostenuti da Fondazione Cariverona, Comune di Santa Giustina, Provincia di Belluno e Consorzio Bim Piave. Ad aprire questa nuova edizione Magdi Cristiano Allam, vicedirettore ad personam del “Corriere della Sera”, che ha presentato di fronte ad un pubblico numeroso il suo libro “Grazie Gesù. La mia conversione dall’islam al cattolicesimo” (Mondadori). Grazie Gesù è il racconto, ispirato ed emozionante, di una conversione religiosa, è un grido d’allarme in difesa della sacralità della vita e della dignità e libertà della persona e, insieme, un forte messaggio di speranza per un’autentica cultura del dialogo e della pace. Una cultura che non può fondarsi sul relativismo etico e sul “politicamente corretto”, ma solo sulla condivisione dei valori inalienabili e inviolabili della nostra umanità.
   Al termine dell’incontro oltre due ore di fila per la firma copie e molte manifestazioni d’affetto nei confronti del dott. Allam, copione che si è ripetuto nella mattinata del 6 settembre presso la libreria “Campedel” di Belluno.

   Nell’ambito delle celebrazioni per il trentesimo anniversario della morte di Papa Albino Luciani, sabato 27 settembre è stata proposta una serata ricordo dal titolo “Da Papa Paolo VI a Papa Giovanni Paolo I”. Dopo una breve introduzione di Antonia Pillosio, regista e autrice, ha preso la parola S.E. Card. Giovanni Coppa, già nunzio apostolico a Praga, che si è concentrato in particolare su Paolo VI, definita “personalità eccezionale, che seppe conciliare il rispetto del passato col coraggio delle innovazioni necessarie”.
    Ha concluso l’incontro Giovanni Maria Vian, direttore del quotidiano “L’Osservatore Romano” che si è soffermato sulla scelta di Albino Luciani che per primo introdusse la serie papale del doppio nome, con l’intento di riassumere l’eredità giovannea e paolina. Giovanni Paolo I, ha concluso, fu “mostrato piuttosto che dato” alla Chiesa e al mondo, secondo una definizione che sintetizza il suo pontificato dal punto di vista storico e più ancora lo inserisce nel misterioso disegno di Dio. Mercoledì 8 ottobre, per organizzazione del nostro Centro, si è tenuta presso il Palazzo dei Servizi di Sedico la presentazione del libro “La sfida dell’islam all’Occidente” (San Paolo) di padre Piero Gheddo, direttore dell’Ufficio Storico del PIME di Milano. Il relatore ha trattato tre punti: – le differenze fra cristianesimo e islam; – per entrare nel mondo moderno, l’islam deve riformarsi dall’interno; – quale la sfida, la provocazione dell’islam a noi cristiani? Per l’“uomo della strada” europeo, tutte le religioni più o meno si equivalgono, ma per i cristiani la sfida oggi è l’incontro con l’islam.

    Domenica 12 ottobre a Col Cumano il magistrato Giuseppe Ayala ha parlato del suo libro “Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellino” (Mondadori). Nell’estate del 1992 due esplosioni di enorme potenza annientarono la vita di tre magistrati (Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, Paolo Borsellino) e di otto giovani che li scortavano, ribadendo al mondo intero cosa significa opporsi alla mafia siciliana. A Giuseppe Ayala quelle esplosioni strapparono tre amici carissimi, lasciando lo struggente ricordo di dieci anni di vita insieme e un rabbioso, mai sopito rimpianto. La storia di quegli anni, delle vittorie e dei fallimenti, dell’impegno di pochi e delle speranze deluse di molti, riporta al centro dell’attenzione di tutti noi la tremenda capacità di sopravvivenza della Piovra, che si nutre dei silenzi, delle complicità, delle disattenzioni e delle colpe di una Sicilia e di un’Italia che non sono, forse, abbastanza cambiate da allora.

    Venerdì 24 ottobre la presentazione del libro “La partita più importante” (Rizzoli), con gli interventi dei giornalisti del Tg1 Marco Franzelli e Donatella Scarnati, in collegamento telefonico Gianluca Pessotto, team manager della Juventus. Pessotto, uno fra i più amati calciatori italiani, è salvo per miracolo, e per la prima volta racconta la sua storia proprio a partire da quel 27 giugno 2006 che ha segnato tragicamente la sua vita. Pessotto rievoca in queste pagine l’avventura calcistica, le vittorie e le sconfitte con la Juventus e la Nazionale, la carriera di dirigente sportivo, i rapporti con la famiglia Agnelli, gli scandali di Calciopoli e del doping, la crisi personale, il terribile incidente. Infine, le tappe della rinascita: il risveglio dal coma, i tracolli e il lento recupero fisico, l’entusiasmo ritrovato giorno dopo giorno, la guarigione dall’incubo.

    A concludere l’anno, sabato 15 novembre un incontrotestimonianza con S.E. card. Vinko Puljic, Arcivescovo di Sarajevo e presidente della Conferenza episcopale di Bosnia-Erzegovina. L’alto prelato ha sottolineato come “ancor oggi l’Accordo di Dayton non è riuscito a portare la benché minima stabilità e il giusto benessere all’intera popolazione. Occorre che esso venga ripensato e adattato ai principi della giustizia”.

    Domenica 16 novembre il cardinale Puljic ha celebrato la Messa solenne nella chiesa arcipretale di Trichiana, accolto dal parroco don Brunone De Toffol, alla presenza delle autorità, delle rappresentanze del volontariato e di molti fedeli.

Michelangelo De Donà

 

Puebla e Papa Luciani

Il card. Lopez Trujillo al Centro nel 1999.    Trent’anni fa, dal 27 gennaio al 13 febbraio 1979, venne celebrata a Puebla, in Messico, la terza Conferenza generale dell’Episcopato Latinoamericano (CELAM). Uno dei protagonisti di questo evento di grande rilevanza, non solo ecclesiale, è stato il cardinale Alfonso Lopez Trujillo, scomparso nell’aprile scorso. L’alto prelato intervenne nel nostro Centro nel 1999 per parlare di “Famiglia, santuario della vita” e nel 2003 per presentare il “Lexicon” strumento prezioso su temi fondamentali di etica cristiana. Il card. Lopez Trujillo, ha ricordato Papa Luciani con queste parole, tratte dal mensile “30Giorni” di gennaio 2004: «Quando fu eletto pontefice, fui chiamato da lui per ciò che riguardava Puebla, il cui inizio era prossimo. Ebbi una lunga udienza su diversi aspetti della Conferenza. Gli interessavano specialmente varie questioni, come i ministeri laicali, alcuni problemi della Chiesa, i religiosi, la catechesi. Il papa Giovanni Paolo I nella sua cordialità voleva informazioni su distinti punti. Stava preparando il messaggio inaugurale televisivo della Conferenza, perché non pensava di partecipare personalmente. Aveva programmato la registrazione in due momenti, perché – ho saputo poi – non era solito parlare a lungo. Questo spiega il suo stile di interventi sintetici e luminosi, come quelli pubblicati in “Illustrissimi”, libro che avevo terminato di leggere.
    Era per lui faticoso parlare a lungo, poiché aveva avuto problemi polmonari. Colpiva il suo amore alla Chiesa e la sua semplicità, che aveva impressionato il mondo. Sono andato due volte a tenere conferenze al Centro istituito nella sua diocesi e che porta il suo nome».

mdd

Batte la sapienza umana

  

   Tutta la chiesa – gerarchia e laicato – è in possesso della parola di Dio, anche se l’ufficio di interpretarla autenticamente è affidato al solo magistero vivo. La “frequente lettura” della Bibbia è raccomandata “con ardore e insistenza a tutti i fedeli”; e vengono all’uopo suggerite tre vie: la “liturgia ricca di parole divine, la pia lettura, le iniziative ed i sussidi adatti”. “Liturgia”. È stato rilevato che, col lezionario del nuovo messale, ai fedeli viene offerto – nel ciclo di tre anni – in lettura liturgica il 90 per cento dell’intera Bibbia, fatto che non ha precedenti nella storia liturgica della chiesa, ma che – a lunga scadenza – influirà beneficamente sulla mentalità e la vita del popolo di Dio. Da sottolineare anche il modo delle letture bibliche nella “liturgia della parola”: precede un brano veterotestamentario; seguono due brani neotestamentari; in mezzo, tra il Vecchio e il Nuovo Testamento, proclamato dai lettori e dal diacono, c’è il Salmo responsoriale cantato o recitato dall’assemblea.
Questo modo è felice e significativo: da una parte, ricorda come i cattolici accettano tutta la Bibbia come “parola di Dio” e la amano inserita in un contesto di fede e di preghiera; dall’altra, educa al giusto dialogo, che infatti avviene così: Dio parla per primo all’uomo, lo invita a rispondere e, addirittura, gli prepara la risposta, quasi deponendo la sua parola sulle labbra dell’uomo. L’uomo, a sua volta, rispondendo a Dio, accetta di rispondere con la parola che viene da lui: i Salmi, appunto.
“Pia lettura” significa lettura “accompagnata dalla preghiera personale”: anche fuori della celebrazione liturgica, infatti, mentre si legge, deve svolgersi un colloquio tra Dio e noi: “Lui ascoltiamo, quando leggiamo gli oracoli divini”. Dobbiamo credere che, come il radio supera gli altri metalli, come la folgore vince gli altri fuochi, come il missile batte la freccia del selvaggio, così il contenuto della Bibbia batte qualunque sapienza umana.
Oltre che possedere e approfondire con la riflessione e lo studio la parola di Dio, i laici devono anche impegnarsi a trasmetterla. Anch’essi hanno “la grazia della parola”, devono cercare le occasioni per annunciare Cristo con un annuncio che “acquista una certa nota specifica e una particolare efficacia dal fatto che viene compiuto nelle comuni condizioni del secolo”. Compiuto cioè da laici, l’annuncio può apparire disinteressato, spontaneo, svestito di autoritarismo, riscaldato al calore dell’ambiente familiare e dell’amicizia, rivestito di linguaggio semplice ed essenziale, meglio adatto a determinate circostanze. Scriveva di se stesso Giuseppe De Maistre, laico che – ai suoi tempi – ha parlato efficacemente di cose religiose: «L’autore sarà meno sospettato di difendere la propria causa e otterrà più facilmente credito dal miscredente».

O.O. 5, 359-360

DA CANALE D’AGORDO - L’ANGOLO DEL PELLEGRINO
Le preghiere più belle scritte dai pellegrini in visita alla chiesa di papa Luciani di Canale d’Agordo
DAL 31 AGOSTO AL 16 NOVEMBRE 2008 (regg. nn. 43-44)


   
Iniziamo da questo numero la pubblicazione delle preghiere più significative scritte nel registro posto nella chiesa di Canale d’Agordo, di fronte alla statua di papa Luciani.
Anche in questi mesi di “bassa stagione” molte sono state le visite al paese natale di Albino Luciani e in particolare alla sua chiesa battesimale, divenuta dal 1978 il santuario della sua memoria.
Oltre che da tutta l’Italia, i pellegrini che hanno raggiunto Canale in questi due mesi e mezzo provengono da altri tredici paesi di vari continenti: Spagna, Belgio, Argentina, Australia, Polonia, Ucraina, Brasile, India, Argentina, Irlanda, Slovacchia, Paesi Bassi, Medio Oriente.
Molti di loro hanno lasciato ricordi affettuosi e vivi di papa Luciani:

01.09.2008 «La tua flebile voce è una carezza al cuore affaticato»”. Luciano da Monselice 03.09.2008 «Il sette agosto 1978 hai benedetto il nostro matrimonio, continua a benedire la nostra unione e i nostri bei figli Carlo e Mariangela». Francesco e Mariagrazia

«Sei stato Papa per poco, ma ci manchi tanto». Gabriella 04.09.2008 «A te la nostra Anna, mettile una mano sulle spalle perché sappia camminare nella strada giusta». Tina, Gian Carlo

«La tua umiltà sia d’esempio a tutti noi e alla santa Chiesa di Dio. Il tuo sorriso semplice rimanga sempre nei nostri cuori. La tua fiducia nella S. Provvidenza sia la nostra». B 06.09.2008.

«Non ti abbiamo conosciuto, ebbene è stato facile subito affezionarci a te ed amare la tua bontà e semplicità. Veglia su di noi nel cammino verso Dio. Grazie!». Famiglie Stefano, Flora, Mattia, Nicola, Sofia, Thomas 08.09.2008

«Accenderemo un lumicino per far sì che la fiamma della vita risplenda ancora in noi fino a che Dio vorrà. Caro papa Luciani, da Lecco siamo qui giunti nella tua chiesa natale io e Dario a pregare e forse anche ad attingere un po’ di quella gioia e un po’ di quella speranza che in vita tu come Papa ci hai donato. Siamo soli ora in questa tua chiesa e vorremmo parlare al tuo cuore nel silenzio. Ti vogliamo affidare le persone che a noi si raccomandano e ti vogliamo affidare il nostro futuro. Ma Dio già sa tutto. Lassù nel cielo salutaci anche i nostri cari defunti tanto amati. Altro non vogliamo aggiungere. Ritorneremo». Tere e Dario

«Caro papa Luciani, ti prego di proteggere me e la mia famiglia. Sei entrato nella mia (nostra) casa e con te ho fatto la santa Cresima; prega per noi. Grazie di essere stato con noi». Marica 12.09.2008 «Anche oggi siamo da te, o padre, per ringraziarti di averci dato quella salute da me tanto richiesta. Ti ringrazio tanto per questo; spero continuerai a proteggerci, papa Luciani! Prega per noi. Grazie». Paola

«Il tuo sorriso mi dà serenità. Mi sembra di averti conosciuto qui fra le tue montagne che sento un po’ anche mie. Grazie!». Licia 13.09.2008

«Ti ringrazio per la bimba in arrivo». Roberta 24.09.2008 «Sono felice di poter ringraziare questa comunità per avermi dato opportunità di farmi conoscere il giovane Luciani». Anita 27.09.2008

«Il 9 settembre sono venuto a chiederti protezione prima di partire per me e la mia famiglia. Durante il viaggio ho avuto un incidente. Un grosso autocarro mi ha urtato l’automobile con grave danno materiale. Io e mia moglie siamo rimasti miracolosamente illesi. Grazie. Ti prego, continua a proteggerci dal paradiso». Fantini Giuseppe, Comacchio, Via Marconi 107

«John Magee, vescovo di Cloyne, Irlanda». (segretario personale di papa Luciani dal 27 agosto al 28 settembre 1978)

«Caro papa Luciani, ti ringrazio per le tue intercessioni e per le grazie così ricevute». Alberto 11.10.2008

«Grazie alla tua intercessione, papa Luciani, sono guarita nell’anima ». Elena 18.10.2008

«Caro Papa papà! Vengo dall’Argentina, nonno mio era Bellunese emigrato da Feltre a Buenos Aires. Lui mi insegnò ad amarti e tu mi hai fatto una grazia. Chiedo a Gesù che anche tu sia santo subito perché, insieme alla Chiesa, sei esperto in umanità! T.V.B». Silvia Dall’Ò 19.10.2008

«Caro papa Luciani, io non ti conosco, ma mi sono sognata di te!! Chiedo che per tua intercessione possa sorridere a tanta gente come tu hai fatto a me e ancora per tua intercessione possa Gesù donare tanto bene e tanta pace a tutti. Grazie». Renato, Marco, Monica e fam. 21.10.2008

«Dear Papa Luciani, please pray for me, 4 immediate, 4 parish family. With love». Gerard Canybell (Armagh) - Ireland 08.11.2008

«Ti ringrazio per aver aiutato il mio papà». Paola

Loris Serafini

 

Tutti il Signore invita
ed obbliga alla santità

Luciani vescovo di Vittorio Veneto.   «Facciamo la nostra scelta responsabile e irreversibile, facciamoci santi». Così il vescovo Luciani, nell’Epifania del 1962, in Cattedrale a Vittorio Veneto, concludeva la sua omelia, dalla quale traiamo alcune preziose provocazioni. «Siamo chiamati da Dio ad essere dei veri santi. Qualcuno penserà: “Sta a vedere che il vescovo adesso si rivolge ai seminaristi o alle suore”. No, parlo a tutti. Tutti il Signore invita ed obbliga alla santità.

    “Ma io sono sposato” dirà qualcuno. Anche gli sposati sono chiamati. Il Sacramento del matrimonio non è un muro, ma scalino e aiuto alla santificazione dei coniugati. I santi sono venuti da tutti i cantoni del mondo: san Luigi Gonzaga, san Venceslao, san Canuto, sant’Edoardo dalle corti regali o principesche; santa Zita e santa Gemma Galgani dalle cucine; san Sebastiano e san Martino dall’esercito; sant’Isidoro e santa Maria Goretti dai campi. Perfino i commercianti hanno i loro santi come sant’Omobono da Cremona e gli avvocati, come sant’Ivo». «Non si tratta di puro invito, ma di obbligo.

    Dio deve aver fatto, pressappoco questo ragionamento: «Pigri e pesanti come sono, quelli là non si decideranno mai. Bisogna che mi imponga, che obblighi. Sono mezzo sordi e mezzo orbi, hanno bisogno di tuoni e lampi». Ed ha obbligato. Ha tuonato e lampeggiato. D’altra parte che figura avrebbe fatto se, Lui che vale più di tutti i tesori del mondo, avesse detto «Amatemi soltanto un pochettino ». No, ha detto forte l’unica cosa che doveva dire: «Amatemi con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze». Chi fa questo è già santo. Farlo, però è cosa ardua e il Signore si accontenta di uno sforzo sincero e quotidiano. Quando diciamo “Mio Dio ti amo, con tutto il cuore, sopra ogni cosa” è sottinteso che come minimo si dice: “Mio Dio voglio essere santo, mi sforzerò di essere santo”. «Ma, stiamo attenti, deve essere preghiera, non bugie!”.

    «Dio fa il pescatore nel bel mezzo della nostra anima, getta l’amo e vuol prenderci, ma niente succede se non ci tira». «Nessuno – ha detto Gesù – viene a me se il Padre non lo attira». Per questo Sant’Agostino ripeteva: «Signore, prima dammi di fare ciò che mi comandi poi comandami quello che vuoi». Resta tuttavia assolutamente necessaria la nostra decisione.
Dio ci facilita, ci accompagna e ci aiuta nello sforzo, ma se noi ci voltiamo dall’altra parte! Occhio dunque alle scelte. San Tommaso scriveva a sua sorella: «Per diventare santi? Basta una cosa sola: volere». Sapeva che occorre anche l’aiuto, ma era certissimo che veniva dato a chi fa la scelta “responsabile ed irreversibile”. Lui, il vescovo Luciani quella scelta l’aveva fatta e su di essa ha giocato la sua vita. Fino alla fine. E sarà bello davvero se la Chiesa lo presenterà al mondo così.

Mario Carlin

 

La Chiesa...
questa sconosciuta? (5)

   Soffermiamo la nostra attenzione, all’inizio di questa seconda parte dell’anno paolino, su una delle componenti decisive dell’attività di San Paolo e uno dei temi più importanti del suo pensiero: la realtà della Chiesa, di cui abbiamo visto in dettaglio, nelle precedenti riflessioni, alcune caratteristiche, desunte dagli scritti dell’Apostolo. Dobbiamo anzitutto constatare che il suo primo contatto con la persona di Gesù avvenne attraverso la testimonianza della comunità cristiana di Gerusalemme. Fu un contatto burrascoso. Conosciuto il nuovo gruppo di credenti, egli ne venne immediatamente un deciso persecutore. E il libro degli atti ricorda la sua presenza durante la lapidazione di Stefano, nonché l’approvazione da lui data alla condanna del diacono (cf. Atti 7,58 e 8,1).

   Questo ci dà modo di fare subito una prima osservazione: a Gesù si arriva normalmente, per accoglierlo o per rifiutarlo, attraverso la mediazione della comunità di credenti. Ciò è tanto vero che persino le notizie su Gesù forniteci dagli antichi autori pagani come Svetonio, Tacito, Plinio il Giovane, non sono il frutto di un interesse diretto per la persona di Gesù di Nazareth, ma provengono dal contatto con il gruppo dei credenti in lui. È dunque la vita della Chiesa a suscitare interesse o almeno qualche interrogativo su Gesù. In buona sostanza: a Gesù si giunge passando normalmente attraverso la Chiesa. Questo, dunque, si avverò per San Paolo il quale incontrò la Chiesa prima di incontrare Gesù.

   Questo incontro però, nel suo caso, non provocò l’adesione di Paolo alla Chiesa, ma un violento rifiuto. Per lui l’adesione alla Chiesa fu decisa da un intervento prodigioso del risorto. Grazie a quell’intervento egli si accorse che perseguitando la Chiesa, perseguitava Cristo stesso; così egli si convertì al tempo stesso, sia a Cristo che alla Chiesa. Di qui si comprende perché la Chiesa sia stata poi così presente nei pensieri, nel cuore e nell’attività di Paolo; di qui si comprende anche tutto l’amore, la sollecitudine che Paolo ebbe per le chiese da lui fondate, anche se alcune gli diedero non poche preoccupazioni e dispiaceri come le Chiese della Galazia; di qui si comprende anche il perché di un legame non freddo e burocratico con queste Chiese, ma intenso e appassionato (cf. Fil 4,1; 2Cor 3,2; Gal 4,19).

    Nelle sue lettere però Paolo ci mostra non solo l’amore e la preoccupazione che aveva per le sue Chiese, ma ci mostra anche la sua dottrina sulla Chiesa in quanto tale. Così è ben nota la sua originale definizione della Chiesa come corpo di Cristo, che non troviamo in altri autori cristiani del primo secolo (cf. 1Cor 12,27; Ef 4,12; 5,30; Col 1,24).

   La radice più profonda di questa designazione della Chiesa la troviamo nel sacramento del corpo di Cristo, l’Eucaristia. Paolo insomma ci fa capire che esiste non solo un’appartenenza della Chiesa a Cristo, ma anche una certa forma di immedesimazione della Chiesa con Cristo stesso; da qui nasce la grandezza e la nobiltà della Chiesa, cioè di tutti noi che ne facciamo parte: dall’essere noi membra di Cristo, quasi un prolungamento della presenza personale del figlio di Dio nel mondo. Da qui nasce anche il nostro dovere di vivere realmente e in conformità con Cristo; da qui nasce anche quanto Paolo dice a proposito dei carismi che sono, nella loro diversità e peculiarità, la vera ricchezza della Chiesa purché attraverso di essi si cooperi all’edificazione dell’unità e della comunità (cf. Ef 4,3-4).

   Ovviamente, sottolineare l’esigenza dell’unità non significa sostenere che si debba uniformare o appiattire la vita ecclesiale secondo un unico modo di operare. Infatti Paolo insegna a non spegnere lo spirito (1Ts 5,19), cioè a fare generosamente spazio al dinamismo delle manifestazioni dello spirito che è fonte di energia e di vitalità sempre nuova, purché tutto si faccia per l’edificazione del corpo di Cristo, che è appunto la Chiesa (cf. 1Cor 14,6).

    Tutto ciò però per Paolo deve concorrere a costruire ordinatamente il tessuto ecclesiale, non solo senza ristagni, ma anche senza fughe e senza strappi.

Don Giorgio (5 - continua)

 

 

Giovanni Paolo I
La speranza che nasce dall’umiltà

Il libro di mons. Giorgio LiseL’autore, mons. Giorgio Lise, che è Direttore del Centro Papa Luciani di Santa Giustina Bellunese e Vicepostulatore della Causa di Beatificazione del Servo di Dio, definisce il suo lavoro una “passeggiata sui sentieri percorsi da Papa Luciani”.
Non ci poteva essere una definizione più bella. Una passeggiata non è un viaggio, è il percorrere sentieri, ammirando le cose belle che li circondano. Così è l’agile libretto (Edizioni Velar di Bergamo) che presentiamo: quarantasette pagine, sei brevi capitoli uno per ognuno dei “sentieri” della vita di Luciani: fanciullo, sacerdote, vescovo, patriarca, Papa, oltre al sentiero più luminoso, che lo porterà (speriamo presto) all’onore degli Altari.
Davvero una boccata d’aria fresca come quella del paese dove «si formò umanamente e cristianamente il piccolo Albino». (pag. 4) Il libretto è arricchito da una opportuna cronologia ed è corredato da belle foto, alcune delle quali inedite, come inediti sono alcuni episodi della vicenda umana di Colui che passa alla storia con il nome di Giovanni Paolo I.
Concludendo la sua “fatica” particolarmente preziosa per chi non ha molta simpatia per i libri impegnativi e desidera conoscere in modo “veloce” la vita e la personalità del Papa del sorriso, l’autore scrive: «Credo che si possa convenire che il segreto della spiritualità di Papa Luciani stia nell’umiltà, messa a fondamento di tutto l’edificio spirituale». (pag. 46) Ed è un messaggio tonificante per tutti.

M.C.