HUMILITAS - papa Luciani
sommario
archivio
Anno XXVI - 2009- n. 2

Vangelo osservato, pace assicurata

#2 Nel “Filo di luce” anche Papa Luciani

#3 I suoi Vescovi

#4 Luciani, Vescovo del Concilio

#5 La forbice dei poveri

#6 Due futuri Papi (Luciani e Ratzinger)
in visita al santuario del Covolo

#7 Il premio internazionale
Bonifacio VIII di Anagni a Canale d’Agordo

#8L’angolo del PELLEGRINO

#9 Un mattino privilegiato

#10 Le parole significative
di Giovanni Paolo II

#11La Chiesa... questa sconosciuta? (6)

Ripresa l’attività degli incontri
culturali al Centro Papa Luciani

Luciani, la povere del Signore

 

 

Un augurio di Buona Pasqua
Vangelo osservato,
pace assicurata

di Albino Luciani

 
Papa Luciani   Miei fratelli, prendo la penna per inviare a tutti - autorità, sacerdoti, religiosi e fedeli del patriarcato - i consueti auguri per la S. Pasqua. In questi momenti, però, riesce difficile formularli; troppo vicini siamo al fatto efferato di Roma e all’assassinio in Venezia di Battagliarin, che vanno collegati con una catena ormai lunga di delitti eseguiti con lucida, fredda e cinica barbarie.
     La violenza di gente senza scrupoli e piena di odio ha portato Cristo sulla via crucis e sulla croce. Una nuova violenza di gente sciagurata, fa percorrere la dura via crucis del terrorismo anche al nostro paese. Penso alle famiglie delle povere innocenti vittime. Penso alla paura volutamente diffusa, che incombe su tante persone, le quali vanno chiedendosi con angoscia: «A chi toccherà adesso?».
    Penso ai pericolosissimi stati d’animo che, pur in mezzo a tanti segni di solidale compattezza, trapelano dai giornali. I legittimi tribunali dello stato sono chiamati “farsa” dagli assassini che rivendicano invece solo per sé l’autorità e la dignità di “tribunale del popolo” parlando apertamente di dichiarata “guerra civile”.
   Tra coloro che gridavano ieri contro il “terrorismo di stato” e la “polizia omicida” c’è chi, pur pentendosi, con strana contraddizione, grida all’inefficienza dello stato e della polizia, ma c’è anche chi mette sullo stesso piano terrorismo dei brigatisti e terrorismo di stato. In altre parole, via crucis è anche questa: che una situazione tanto abnorme, invece che unire - come dovrebbe - tutti gli animi senza eccezione, sia per alcuni pretesto ad acuire divisioni, rinfocolare odi antichi e venga strumentalizzata per interessi di parte. La via crucis di Cristo, che parve finire sulla croce, è invece sboccata nella risurrezione, capovolgendo la situazione. Possiamo sperare che avvenga qualcosa di simile per la via crucis nostra? È il mio augurio di Pasqua. «Dio - disse s. Pietro - ha suscitato Cristo dai morti” (At 3,15). È Dio - diciamo noi - che può operare la nuova resurrezione, ma bisogna pregarlo. Si sono fatti tanti cortei e discorsi in questi giorni; speriamo che giovino. Più gioverà l’umile, ardente preghiera e la penitenza.
    Il venerdì santo consacrato da secoli al digiuno e alla preghiera, sia quest’anno dedicato nel patriarcato a impetrare dal Signore la fine del terribile flagello, che si chiama terrorismo. Ed alla preghiera aggiungiamo la fattiva collaborazione. Venticinque anni fa, entrando a Venezia e rifacendosi a s. Marco, il patriarca Roncalli proponeva questo programma: «Evangelium et pax», quasi a dire: «Volete la pace e l’ordine? Osservate il Vangelo», il Vangelo condanna l’odio, la vendetta e ogni genere di violenza; impone l’amore, il perdono e presenta Gesù come agnello, che si lascia condurre al supplizio.
    Il Vangelo fustiga a sangue i farisei, che cercano i primi posti e suonano la tromba se appena fanno un po’ di elemosina; propone, invece, ad esempio Gesù “mite e umile di cuore”, il quale fugge la folla che vuole farlo re e spesso impone ai suoi miracolati di non rivelare a nessuno il miracolo avvenuto. Oggi tanti reclamano solo diritti, soldi, posti e dimenticano i doveri; confondono il diritto allo studio, che è di tutti, con il diritto al titolo, che va soltanto a chi se l’è meritato; molti si misurano con gli altri in gara sfrenata per arrivare con mezzi non giusti più in alto degli altri oppure per essere ed avere di più senza la giusta moderazione, oppure calpestano addirittura i poveri.
    Il Vangelo invece ammonisce: «Quando avete fatto tutto quanto vi è stato ordinato, dite: Siamo poveri servi. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare»; «Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi?»; «Perché osservi la pagliuzza nell’occhio di tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio?»; «Non accumulatevi tesori sulla terra dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo»; «Mi ha mandato per annunciare ai poveri un lieto messaggio». Vangelo bene osservato, dunque, equivale a pace assicurata.
    A patto che sia osservato intero e da tutti. Quel tale, che una sera rubò in una casa milioni in contanti e il giorno dopo fece scrivere sul giornale amplissime lodi del ladro ignoto per il bel motivo che - pur potendolo fare - non aveva rubato le pellicce della signora, i quadri d’autore e le argenterie che erano nella casa, è un simbolo vivo di oggi. Tanti, infatti, fanno una selezione come quel ladro: «del Vangelo - dicono - questo e questo l’osservo; non osservo quest’altro; merito dunque la patente di cristiano ».
     Oh, no. Cristo ha condannato «chi trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi» (Mt 5,19).
     Buona Pasqua, dunque. Ma ricordiamo che la «la buona pasqua» suona «evangelium et pax».

O.O. 8, pg. 456-58

 

--- Una parentesi di cielo ---

   Un insegnante, nei giorni scorsi, scrisse sulla lavagna l’Angelus e poi ne discusse con i ragazzi di terza Media. “Analizzammo - asseriva - parola per parola quella preghiera e ne restammo affascinati, concludendo che lì c’è tutto il Vangelo”. Ne era convinto anche don Albino.
     Quando era Vicario Generale a Belluno, mi trovai nel suo studio in Curia a discutere con lui su un problema diocesano che mi coinvolgeva in prima persona. Non eravamo in sintonia. Mi ascoltava con pazienza ma poi contestava amabilmente il mio pensiero. Ad un certo punto udimmo suonare la campana della Cattedrale. Don Albino si alzò e disse semplicemente.
    “Preghiamo un pochettino”. E recitammo l’Angelus, alla cui conclusione commentò: “Se il Signore mandò un Angelo a Maria adesso lo manda anche a noi per chiarirci le idee”. Non ne fui convinto ma poi, a distanza di anni, credo di dargli ragione. Da Patriarca di Venezia, in un suo invito per il mese di maggio del 1974, scriveva: “Spero che si reciti ancora l’Angelus. Scriveva Carducci: “Quando su l’aure corre l’umil saluto i piccioli mortali scoprono il capo, curvano la fronte Dante ed Aroldo”: Se Dante, se Aroldo, se Byron, perché non anche noi? Interrompere il lavoro per l’Angelus è aprire una parentesi di cielo, è fare un volo nell’azzurro dello spirito per ritornare alla terra più rasserenati”.
    Può essere invito ed augurio che arriva anche a noi e non solo per il mese di Maggio?

Mario Carlin

 

 

Nel “Filo di luce”
anche Papa Luciani

Copertina del libro "Filo di luce"    Edito da SBC edizioni di Ravenna, ci è pervenuto un libro di Dino Dazzani di Imola, dal titolo suggestivo di Filo di Luce. Si tratta di un romanzo dove il protagonista, dopo un incontro con Gesù, riceve una vita lunga, che attraversa i secoli e lo porta ad incontrare uomini di Dio che hanno lasciato un segno profondo nella storia umana.
     Fra questi (sono 16) l’autore annovera anche Albino Luciani - Giovanni Paolo I, con un breve accenno alla “sua luminosa vita” ed al “suo splendente insegnamento”.
     Di se stesso il Dazzani ci scrive: “Sono un ammiratore di Papa Luciani fin da quel famoso giorno che, dal balcone di piazza San Pietro, esordì con “Ieri” subito interrotto dagli applausi.
    Nello stesso periodo, la lettura di “Illustrissimi” ha completato questo percorso di ammirazione”. Aggiunge in fine: “Humilitas è una rivista che leggo sempre con piacere e mi dà notevoli spunti di riflessione”.
    Auguriamo “buona strada” al suo libro e lo ringraziamo di avercelo fatto conoscere.


Catarossi, Bortignon e Muccin
I SUOI VESCOVI


Vico Calabrò, Don Albino in preghiera nella cappella del seminario     “I Presbiteri venerino nei loro Vescovi l’autorità di Cristo supremo Pastore. Siano uniti al loro Vescovo in sincera carità e obbedienza... pervasa dallo spirito di collaborazione”.
     Così scrive il Decreto Conciliare “Presbyterorum Ordinis”. (n.7) È interessante vedere il rapporto filiale che don Albino Luciani aveva con i suoi Vescovi: Cattarossi, Bortignon e Muccin.
   Un rapporto di vera stima,fiducia e affetto vicendevoli. Del vescovo Cattarossi. Luciani ricorda e ammira la sua parola calda e suasiva.
    Dice, ad un incontro di sacerdoti nel 1965: ”Io ho avuto un santo vescovo, mons.Cattarossi Non diceva nulla di straordinario, anzi cose molto comuni, che si trovano in tutti i catechismi di questo mondo, e per di più si ripeteva molto... E neppure aveva uno stile scelto, c erano anche degli sbagli di grammatica a volte... Quando andava sul pulpito non aveva grande ricchezza di idee, ma aveva il cuore pieno di calore. Stando dietro a lui, sul pulpito, come chierico di bugia o di pastorale, guardando in basso vedevo uomini anche dei professionisti, attentissimi e qualche volta commossi, con le lacrime agli occhi. Diceva cose per nulla straordinarie, ma si sentiva un cuore veramente ardente che riscaldava gli altri cuori... La bella predica è quella che riscalda”.
    Del vescovo Bortignon, Luciani ha molti ricordi che tralascia, per la sua umiltà... Da lui è stato nominato nel 1947 cancelliere Vescovile e poi segretario del Sinodo diocesano. L’anno dopo, viene nominato provicario generale e direttore dell’Ufficio Catechistico.
    Poi sarà sempre il vescovo Bortignon che lo proporrà a Vescovo di Vittorio Veneto. Così Luciani svela questo segreto, il 15 marzo 1978: ”Fatto Papa il partriarca di Venezia, card. Roncalli, egli disse a mons. Bortignon: Urbani lo mandiamo a Venezia; a Verona inviamo mons. Carraro; lei resta a Padova, ma ci deve indicare una bravo sacerdote padovano da mandare a Vittorio Veneto. Mons. Bortignon ringraziò per l’onore fatto a Padova, ma si permise di suggerire il mio nome per Vittorio Veneto. E papa Giovanni non solo accettò, ma mi consacrò lui stesso Vescovo. Questo è stato un atto di delicata attenzione non a me, ma ai vescovi del Veneto”. Il vescovo Muccin nel 1954 nominò Luciani Vicario Generale della diocesi e nel 1956 Canonico della cattedrale. In attesa di altri eventi che verranno dall’alto...
     Nel 1974, presentando gli scritti di mons. Muccin, Luciani scrive: ” Credo di aver letto interamente o quasi le lettere pastorali e gli scritti occasionali, a mano a mano che mons. Muccin li veniva pubblicando.
    Ogni volta è stata una festa per il mio spirito. Così sapido e a volte genialissimo; così fine per stile e per felici richiami scritturali e letterari. Ma, soprattutto, così pastorale e pratico nei confronti dei fedeli, così pieno di delicata comprensione verso i sacerdoti e i loro problemi! E continua, riportando una frase “sapida” di Muccin: ”Che il sacerdote sia sacerdote sempre e in ogni luogo non dispiace a nessuno; a molti invece dispiace quando avviene il contrario. Il senso sacerdotale, affermato in ogni circostanza, diventa per il sacerdote un’arma di difesa e di conquista: difesa di sè, conquista di altri”.
     Lo stesso Saragat, vicepresidente del Consiglio, avendo udito il discorso di Muccin ai “Vincitori del K2”, in cattedrale di Belluno, disse a Luciani: ”È stato un discorso magnifico”. Conclude Luciani: ”Per tutti questi motivi, trovo felice l’idea di raccogliere in due volumi gli scritti di mons. Muccin, in occasione del suo venticinquesimo episcopale.
    È un onore reso al Vescovo, è un aiuto ai fedeli ma specialmente ai sacerdoti”.

Cesare Vazza

 

CONVEGNO A VITTORIO VENETO
Luciani, Vescovo del Concilio

I partecipanti al Convegno di Vittorio Veneto  La Diocesi di Vittorio Veneto con un Convegno, programmato dal vescovo Corrado Pizziolo dal 16 al 18 gennaio 2009, ha voluto fare memoria di: “Luciani, vescovo del Concilio”.
    Si desiderava ricordare i 50 anni della sua consacrazione episcopale per le mani di Papa Giovanni XXIII il 27 dicembre 1958 a San Pietro, il suo ingresso in Diocesi il giorno 11 gennaio 1959 e i 30 anni dalla sua elezione a Sommo Pontefice il 26 agosto 1978 e della sua improvvisa morte il 28 settembre 1978.
     Il Convegno iniziò il 16 gennaio 2009 con la solenne concelebrazione presieduta dal vescovo Corrado in Cattedrale nella festa anche del Patrono San Tiziano.     Il vescovo Pizziolo ha sottolineato: “Luciani custode della fede e uomo della carità”: custode della fede, maestro e servitore. Della fede si è sempre custodi e servitori, mai padroni o “inventori”... Luciani partecipò al Concilio Vaticano II e lo fece conoscere a tutta la diocesi con grande impegno e assiduità. La leale assunzione delle novità conciliari aiutano a capire che custodire e servire la fede non significa pura e semplice conservazione, significa piuttosto essere animati dalla convinzione che la fede, vissuta con grande fedeltà, è capace di illuminarci e guidarci nelle nuove e a volte difficili situazioni in cui il Signore pone a vivere la sua Chiesa. Luciani uomo di carità, e uomo di carità proprio perché custode della fede, e custode della fede perché uomo di carità.
    L’esperienza di voler bene agli altri ci fa diventare più credenti: rinforza e custodisce la nostra fede... ci permette di trasmetterla agli altri. Luciani ritenne che proprio l’amore dovesse essere il sigillo consapevole di questo. Nel pomeriggio del 17 gennaio il Convegno si svolse in tre relazioni. La testimonianza personale del Dott. Nicola Scopelliti, redattore capo de «Il Gazzettino» di Treviso.
      Egli descrisse la sua umiltà, la sua semplicità ricordando la propria testimonianza personale di un incontro indimenticabile e di quanto Luciani scrisse in un articolo che lui stesso titolò: “Si diventa santi a patto che si svolga il proprio lavoro con competenza, per amor di Dio, lietamente in modo che il lavoro quotidiano diventi non “il tragico quotidiano”, ma un “sorriso quotidiano”.
      Il Dott. Scopelliti fece emergere come Luciani era molto sensibile alle problematiche legate al mondo del lavoro, che “le notizie giunte dal settore economico-sociale” “particolarmente” lo “preoccupavano”, e gli facevano pensare che “in momenti delicati come questi l’egoismo deve essere messo da parte”. “Parlando con me mi colpì molto il tono semplice e umile, mi colpì soprattutto la gioiosa serenità che irradiava il suo sorriso. La sua parola, buona e incisiva e la sua testimonianza di vita continuano, a distanza a suscitare nell’animo di innumerevoli persone sentimenti di commossa ammirazione e propositi di generosa imitazione. Luciani mi parlò anche del ruolo che deve avere un giornalista.
      Disse che a lui piaceva scrivere: che era la sua passione, che aveva iniziato a scrivere molto giovane sul bollettino della parrocchia e che spesso però, noi giornalisti, scriviamo in modo poco comprensibile... è indispensabile che i giornalisti scrivano in maniera accessibile e soprattutto portando rispetto alle persone. Il giornale è un servizio sociale. La gente stando a casa desidera essere informata e contemporaneamente formata.
     Luciani non era un furbo; non ebbe mai beni terreni su cui contare. Eppure Dio gli consegnò la fede, la fede da amministrare per la salvezza dei suoi fratelli, un Vescovo santo, non un ingenuo, ma un uomo forte nella fede, vicino alla gente semplice, ma con una sicurezza di fede e di azione. L’incontro con quel sacerdote ha cambiato molte cose, ma soprattutto il modo di pormi nella vita: il lavoro, gli amici, il tempo libero... Albino Luciani non è passato invano: ha aperto una porta, ha mostrato il volto paterno e materno di Dio e della Chiesa. Egli fu un messaggero e testimone di bontà, di amore e di speranza”. Don Francesco Taffarel presentò la relazione: “Luciani, vescovo del Concilio”, ripercorrendo la strada con le riflessioni stesse di Luciani. “L’idea di papa Giovanni, scrisse Luciani, che più ha colpito il mio spirito, è questa: “Ecclesia Christi, Lumen Gentium!”. La Chiesa deve far chiaro non solo ai cattolici, ma a tutti... bisogna cercare di avvicinarla a tutti... gettare ponti verso il mondo. Il Concilio è uno di questi ponti”! All’apertura del Concilio Luciani aveva 50 anni e da quattro era Vescovo di Vittorio Veneto. Disse: “Guardate a Roma, all’Aula conciliare. Seguite, interessatevi ed aiutate con la preghiera e la penitenza”. Al concilio non rimase spettatore, ma presente fin dall’inizio come “Padre Conciliare”.
     Visse il Concilio con vigore intellettuale, con sapienza ecclesiale, con fiducia nel destino della Chiesa sempre guidata dallo Spirito Santo. Presentò un proprio intervento scritto su “Primato e collegialità nella SEGUE A PAGINA 5 La sala del Covegno, gremita di partecipanti. papa Luciani - humilitas 5 Chiesa”. Si considerò anche un “inviato speciale al Concilio” e da Roma fece recapitare alla diocesi la sua “Corrispondenza”, facendosi egli stesso “Postino del Concilio”.
    “Le lettere dal Concilio” sono 59. Esortò “i cristiani di quassù a mettersi in cammino insieme ai Vescovi di laggiù: sono vicende di famiglia, sono vicende della Chiesa, fanno bene a tutti”. Tra una sessione a l’altra del Concilio Luciani completò la prima Visita Pastorale (1959-1964) e nel 1964 iniziò la seconda Visita che si fermò al 15 dicembre 1969, con la sua nomina a Patriarca di Venezia. Incontrò genitori, laici, sacerdoti ed educatori, giovani e adulti, professionisti, istituzioni, operai e studenti e a tutti parlava del Concilio. Luciani considerò il Concilio, che si concluse l’8 dicembre 1965, “il punto di partenza e di riferimento, stella polare della Chiesa, “sorgente di rinnovamento”.
     Negli anni 1966-69 i temi trattati e divulgati furono circa 38 per 394 pagine scritte. In Diocesi di Vittorio Veneto gli “incontri” di Luciani sui temi del Concilio furono quasi un centinaio, compiuti anche più volte e in varie occasioni, in parrocchie, istituti, a sacerdoti e ai laici, con giornate di studio. Fuori Diocesi Luciani partecipò come relatore a 30 incontri, più due alla CEI a Roma ed alcuni alla conferenza Episcopale Triveneta. Invitato, fu presente nelle Diocesi di Belluno-Feltre, Pordenone, Chioggia, Treviso, Verona, Firenze, Milano, Bergamo, Vicenza, Padova, Trento, Trieste. I Temi prevalenti furono: la Chiesa, L’Eucarestia, i Laici, la Famiglia, il Sacerdote, la Liturgia. il Dott. Marco Vergottini, professore alla Facoltà Teologica della Italia settentrionale di Milano, ha illustrato il tema “La teologia conciliare del popolo di Dio”.
    Con il testo del Concilio alla mano, egli ha sottolineato la “rivoluzione copernicana” del Vaticano II, passando dalla concezione di Chiesa “piramidale” alla Chiesa comunione, “Popolo di Dio”. Le immagini che rivelano l’intima natura della Chiesa: ovile, campo, edificio, famiglia, tempio, sposa,....manifestano il “mistero della Chiesa”, come popolo di Dio nella sua costituzione gerarchica, per costruire la vita dei cristiani su Cristo, e delineano la fisionomia del nuovo popolo di Dio, nella sua cattolicità che si incarna nelle istituzioni valorizzando le “tessere” delle varie realtà di Chiesa, nella missionarietà, come esperienza nativa del popolo di Dio. Vescovi, Presbiteri e popolazione davanti al monumento di Papa Luciani.Quello che conta è l’essere di Cristo, essere “Cristifideles”, discepoli di Cristo, salvati nel Figlio di Dio. Nella serata il “Coro Castel di Conegliano” ha accompagnato la lettura di testi e di riflessioni dello stesso Luciani, iniziando dal suo paese di Canale d’Agordo, le sue montagne, l’emigrazione, la mamma, poi il suo passare a Vittorio Veneto, a Venezia e infine a Roma. Nella circostanza venne fatto omaggio del libro “La polvere del Signore”, scritto da Scopelliti e Taffarel, con varie testimonianze di quanti hanno conosciuto Lucìam. La domenica 18 gennaio il Card. Giovanni Battista Re, prefetto della Congregazione dei Vescovi, ha presieduto una solenne concelebrazione con i vescovi Pizziolo, l’arcivescovo Stella, i vescovi Poletto, Ravignani, Magarotto, e sacerdoti con la partecipazione delle autorità cittadine.
     Il Cardinale ha ricordato Luciani, ne evidenziò la solida preparazione spirituale, culturale e pastorale, e caratterizzandosi per una rigorosa modestia, con uno stile semplice e diretto, affabile e dolce, unito ad una forte consapevolezza del suo dovere di pastore, il suo motto episcopale fu “Humilitas”, che voleva significare la virtù indispensabile di chi nella chiesa è chiamato a svolgere un servizio. “Luciani non amava il fasto esteriore, ma le anime e indicò a tutti la via del cielo, con una predicazione che andava diritta all’essenziale. Le sue omelie non erano certamente noiose, conversava con scioltezza e umorismo. La parrocchia aveva per lui un ruolo centrale, come lo aveva anche il mondo del lavoro. Le porte della sua casa erano sempre aperte e in ogni occasione cercò un contatto diretto con i sacerdoti e la popolazione. Verso tutti nutriva bontà e comprensione, ma nello stesso tempo era fermo nei principi e nella disciplina. Non esitò a prendere chiare decisioni, anche impopolari, quando percepì minacciato il bene della Chiesa. Con passione partecipò ai lavori del Concilio Vaticano il e ne spiegò gli insegnamenti e le direttive con le lettere che inviava dal Concilio alla diocesi e poi a viva voce in ogni occasione, insistendo sul bisogno di rinnovarsi anzitutto nell’anima. Luciani visse poi il fenomeno della contestazione che investì la vita ecclesiale nelle sua svariate manifestazioni con la serietà che gli veniva dall’amore alla Chiesa e da una profonda formazione teologica. A tutti domandò ciò che il Vangelo, la legge di Dio e la disciplina della Chiesa chiedevano, con forza e con umiltà. Aperto a quanto si innestava sul tronco della tradizione, richiamò i principi di sempre, insegnò a leggere dall’Alto la realtà della Chiesa e mantenne la rotta indicata dal Vaticano II, tra chi rimaneva al Vaticano II, fedele a Cristo, a qualunque costo. Il suo tratto paterno non può essere confuso con una interpretazione sociologica della pastorale: al centro per lui c’è stato sempre Cristo, e l’attenzione all’uomo redento da Cristo.
    Il suo tratto semplice non era ingenuo ottimismo ma frutto di chiarezza di pensiero e di apertura a Dio. Il Cardinale poi ha ricordato una coincidenza. Papa Luciani fu eletto il 26 agosto festa della Madonna di Czestochowa e il cardinale Wojtyla nella sua lettera pastorale del 6 settembre vide nell’evento una relazione tra la Madre della Chiesa e della Polonia e quel filo si saldò il 16 ottobre con la elezione di Giovanni Paolo II.

Taffarel don Francesco

La forbice dei poveri

Luciani, sacerdote novello, tra i minatori della Valle Imperina (Belluno) nel 1936.   Caro don Albino, sai bene anche tu che, dovendo scrivere con delle scadenze precise, ci si trova all’ultimo momento a consumare molto più tempo nello scegliere l’argomento che non nel trattarlo. Questa volta invece c’è qualcosa che aleggia, invade, dilaga, incombe e preoccupa talmente da costringermi a parlarne anche con te, sensibile come sei sempre stato di fronte ai deboli, ai piccoli, ai poveri e quindi a chi si trova nel disagio e nella sofferenza. Mi riferisco alla crisi finanziaria globale che, partita dall’America, sta penalizzando l’economia di tutte le nazioni e le cui conseguenze si stanno riflettendo negativamente sulle condizioni delle famiglie e delle persone meno protette. Così la “forbice” che ha sempre diviso i ricchi dai poveri si allarga e il dramma di chi perde il lavoro, come la tragedia dei giovani che non riescono a trovarlo, proiettano ombre inquietanti sul futuro delle nostre comunità. Si fa un gran parlare delle vecchie e delle nuove povertà: dalla solitudine degli anziani alle famiglie in difficoltà per motivi economici, di salute ed emarginazione, ai casi di dipendenza da alcool, droga, gioco d’azzardo e bullismo. Non basta parlarne; serve intervenire con rispetto, delicatezza e vicinanza discreta. Un consumato e sempre valido consiglio suggerisce di offrire al povero affamato non un pesce, ma possibilmente una canna per pescarselo. Una parola! Don Primo Mazzolari, il noto parroco di Bozzolo (Mantova) che sapeva rapportarsi come pochi con i poveri e gli operai, diceva che i poveri sono poveri e basta! Cioè, che se aspettiamo ad aiutare quelli che lo meritano, troveremo sempre un motivo per non farlo. Oltre che dai suoi scritti, don Primo l’ho conosciuto soltanto per telefono, quando si scusava nel dover rinunciare ad una predicazione a Lendinara (Rovigo), perché gli era stato vietato di parlare in pubblico fuori dalla sua parrocchia. Papa Giovanni poi lo riabiliterà definendolo “la tromba dello Spirito Santo”. Nelle scorse settimane ho visitato all’incirca 250 famiglie e altrettante ne vorrei visitare al più presto, nelle due parrocchie del mio paese. Oltre a dover riconoscere la commovente cordialità di tutti e la devozione che mettono al momento della preghiera di benedizione, riconosco anche l’imbarazzo che si prova di fronte a quella inaccettabile “forbice” che tende ad allargarsi perfino negli ambienti dove tutti si conoscono. Anzi, credo proprio che sia per questo che molti preferiscono aiutare le varie iniziative della ricerca e le popolazioni disagiate delle diverse parti del mondo. Del vicino di casa o del compaesano invece è sempre possibile dire che è un lavativo, che non si sa organizzare, che tanti ne prende e altrettanti ne butta, che si è provato di tutto e non è servito a niente... Ma i poveri sono poveri e basta; perché il povero non è né bravo, né ordinato, né comodo: è però quel Gesù difficile da riconoscere che istintivamente siamo portati a chiudere fuori dalla porta. Peccato, perché solo su questo tema saremo giudicati alla fine.

Con affetto. Don Licio


Due futuri Papi
(Luciani e Ratzinger)
in visita al santuario del Covolo

Il patriarca Albino Luciani in visita al Covolo il 21 aprile 1977.    Sono stati diversi i Papi che o dalla “cattedra di Pietro” o prima di salirvi hanno manifestato interesse per il santuario del Covolo. Primo fra tutti va ricordato papa Sarto, che al Covolo c’è sicuramente stato, non solo perché Riese non è lontano da Crespano, ma soprattutto perché quand’era patriarca di Venezia trascorreva nel paese situato ai piedi del Grappa alcuni giorni di riposo durante il periodo estivo. In una lettera inviata a Pio X nel 1912 l’allora rettore del santuario diceva: “V.S, che fu più volte a Crespano, ben conosce il nostro antico e venerato santuario della Madonna del Covolo”.
    il Papa rispose con una lettera autografa con la quale concedeva, tra le altre cose, l’indulgenza plenaria ai pellegrini che, visitando il tempio, vi avessero recitato il Rosario. È da aggiungere che già nel 1534 il papa Clemente VII concedeva particolari diritti ai membri della “Scuola della B. V. del Covolo”. Successivamente i papi Benedetto XIV e Pio VII concessero altre indulgenze agl’iscritti alla Confraternita ed ai pellegrini che si recavano al Covolo. Il 21 aprile 1977, cioè nemmeno un anno e mezzo prima di essere eletto Papa, fece visita al santuario il card. Albino Luciani.
    Era il giovedì tra la domenica “in Albis” e la solennità di S. Marco. Il Patriarca era assieme ad una ventina di sacerdoti della diocesi di Venezia. Il successore di Luciani, card. Marco Cè, ha fatto visita al santuario la prima volta il 18-XI-’81. Egli è stato più volte al Covolo: ospite della Casa “S. Maria del Covolo”, tenuta dalle suore Serve di Maria Addolorata di Chioggia. Vi si è recato per tenere corsi di aggiornamento per sacerdoti e diaconi permanenti.
   È stato in una di tali circostanze (30- VI-1997) che il patriarca Cè ha benedetto quell’opera bella ed originale che è la “Via Matris”. Si tratta d’una grande croce marmorea, opera di uno scultore italo-americano, nella quale sono raffigurati alcuni momenti drammatici della vita del Cristo e di sua Madre (la quale ha condiviso la Passione del Figlio). È da ricordare ancora che nel 1923 l’allora patriarca di Venezia, card. Pietro La Fontaine, assistito dai vescovi di Treviso e Belluno-Feltre, nel corso di una solenne cerimonia ha incoronato la statua della Madonna col Bambino. Come si vede, i patriarchi veneziani hanno avuto un rapporto privilegiato col santuario del Covolo. Secondo poi la testimonianza dell’attuale Superiora della Casa di spiritualità, fu in visita al santuario di Crespano anche il futuro Benedetto XVI, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Tale visita avvenne attorno al 1990.
    In effetti, il card. J. Ratzinger l’11.03.89 ha tenuto presso la Scuola di Cultura Cattolica di Bassano del Grappa una conferenza sul tema “Che cosa significa credere”. Sono dunque ben sei i Papi (o futuri tali) che si sono interessati dell’antico Santuario che sorge ai piedi del Grappa. Se il Covolo ha avuto visite così illustri, ciò dipende anche dal fatto che le popolazioni della Pedemontana sono molto attaccate a quella che potremmo chiamare “la piccola Lourdes di casa nostra”. Un particolare attaccamento al Covolo aveva anche il grande Antonio Canova, tanto che si era iscritto alla “Confraternita della B.V, del Covolo” (tra l’altro, la madre del Canova era una crespanese). È noto che il progetto dell’attuale tempio è di colui che il poeta Giacomo Zanella ha definito “l’italico Fidia”. Il santuario di Crespano non è che un modello in piccolo del grande tempio costruito dal Canova, a sue spese, a Possagno.
    Ci si potrebbe chiedere: come mai tanto attaccamento delle Genti venete per il Covolo? Secondo la tradizione, attorno al 1200 (all’incirca ai tempi del feroce Ezzelino da Romano) la Madonna apparve ad una pastorella sordomuta, che stava pregando all’interno d’una grande grotta (covo, da cui Covolo). Le chiese di andare in paese a dire alle autorità che voleva fosse costruita una chiesetta in suo onore proprio in quel luogo (che si affaccia su di un ripidissimo pendio).
    La bambina, che nel frattempo ebbe in dono l’udito e la parola, trasmise il messaggio ricevuto. Così quel luogo divenne la meta di moltitudini di fedeli che colà si sono recati nei secoli - e continuano a farlo - per chiedere le grazie che la Vergine promise a quanti avessero invocato il suo aiuto.

Gilberto Campana


Il premio internazionale Bonifacio VIII di Anagni
a Canale d’Agordo

Albino Luciani,giovane sacerdote.   In occasione della VI edizione del Premio Internazionale Bonifacio VIII, organizzato dall’Accademia Bonifaciana di Anagni, sono giunte nella Città dei Papi, in via davvero eccezionale la veste, la mozzetta e la stola pontificale del Servo di Dio Giovanni Paolo I, al secolo Albino Luciani, in occasione del trentennale della elezione e morte del “Papa del sorriso”, grazie alla disponibilità della Diocesi di Belluno-Feltre, del sindaco di Canale d’Agordo dottor Rinaldo De Rocco, del Consigliere Comunale Andrea Del Fabbro e del parroco della stessa comunità don Mariano Baldovin. A fare gli onori di casa, il prefetto della Provincia di Frosinone S.E. dottor Piero Cesari, il commissario straordinario della città di Anagni dottor Ernesto Raio e il presidente dell’Accademia Bonifaciana cav. Dottor Sante De Angelis, il quale ha salutato e ringraziato i presenti nella cerimonia di apertura ricordando tutte le iniziative svolte dall’Accademia a favore della pace e della fratellanza tra i popoli di tutto il mondo ed in particolare la sua visita al Comando Unifil. La presenza di queste preziosissime “reliquie”, è dovuta al conferimento del Premio Internazionale Bonifacio VIII al Comune e alla Parrocchia che ha visto nascere, crescere e formare come buon cristiano, seminarista, sacerdote, vescovo, cardinale e Papa, il servo di Dio Albino Luciani. “Tutti ricordano - ha detto il Presidente dell’Accademia Bonifaciana Sante De Angelis - quella sera del 26 agosto 1978 che fece salire agli onori della cronaca un paesino di montagna che ebbe la sorte di dare i natali a Giovanni Paolo I. La semplicità, la cordialità, la simpatia, l’umiltà, il senso dell’umorismo, la battuta pronta, tra l’altro, sono gli elementi distintivi degli abitanti di Canale d’Agordo e sono state caratteristiche particolari anche della personalità di Giovanni Paolo I. Radio, televisione, reporters di ogni lingua, giornalisti, fotografi, personalità e tanta gente hanno invaso quel tranquillo paesetto della Pieve fino a quel momento rimasto quasi sconosciuto, abitato da una popolazione onesta e laboriosa, attaccata a vecchie usanze, ed amante del silenzio. Per questi motivi, già quando nell’agosto scorso venni a Canale per il trentennale dell’elezione - continua il Presidente - proposi al Primo Cittadino questo conferimento e se c’era la possibilità in occasione di questa solenne Cerimonia l’esposizione speciale ad Anagni (Fr) presso il palazzo Comunale, degli abiti pontificali del Servo di Dio Giovanni Paolo I, che si conservano nel museo della Parrocchia. Ricevetti, un’accoglienza straordinaria ed affettuosa da parte delle Autorità del posto e del Vescovo diocesano mons. Giuseppe Andrich, senza dimenticare il Sindaco di Canale Rinaldo De Rocco ed il Consigliere Comunale Andrea Del Fabbro, delegato per i gemellaggi, a cui ho proposto di fare qualche iniziativa insieme in quanto le nostre città sono tutte e due papali. L’occasione che ha avuto l’Accademia Bonifaciana di avere per questa edizione del Conferimento - aggiunge il Presidente - l’onore di poter esporre nella nostra città gli abiti pontificali di Papa Albino Luciani con la famosa stola che Paolo VI nel 1972, mise sulle spalle dell’allora patriarca e che è conservata nel museo allestito nella canonica di Canale, è stato un grande e suggestivo evento spirituale, che ha visto la partecipazione di molti devoti del Papa del sorriso affluire ad Anagni e l’intera stessa città, una manifestazione a cui il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha disposto l’invio dell’ambita targa d’argento e un suo messaggio”. La città dei Papi ha difatti accolto durante l’intera giornata della VI edizione del Premio Bonifacio, una cospicua Delegazione degli Ambasciatori accreditati presso la Santa Sede (ben diciotto), con a capo il Decano Sua Eccellenza Alejandro Emilio Valladeres Lanza. Nel tardo pomeriggio si è poi svolto il raduno delle delegazioni comunali e del corteo storico presso il piazzale antistante Porta Cerere accompagnate dalla Banda della Brigata Meccanizzata dei Granatieri di Sardegna diretta dal maestro Domenico Morlungo, per l’accoglienza della “Bulla Indulgentiarum” proveniente dalla Diocesi dei Marsi, concessa dal vescovo mons. Pietro Santoro. Tanti gli insigniti che si sono alternati nel ritirare il prestigioso premio - oltre ai già citati Sindaco e Parroco di Canale d’Agordo - rappresentato da un’opera scultorea del maestro Egidio Ambrosetti: l’Eminentissimo Cardinale Giovanni Lajolo, Presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano; il senatore Nicola Mancino, Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura; S.E. Rev.ma mons. Andrea Gemma, vescovo di Isernia- Venafro; padre Ciro Benedettini, Vice Direttore della Sala della Santa Sede; il senatore Giuseppe Ciarrapico; S.E. Silvano Pedrollo, Ambasciatore del Sovrano Militare Ordine di Malta; l’On. Irene Pivetti ed i Generali Daniele Caprino (Guardia di Finanza) e Paolo Ruggiero (Esercito Italiano). È giusto ricordare, che proprio nella prima edizione del Premio Internazionale Bonifacio VIII, nel 2003, venne conferito alla “memoria” del Papa del Sorriso, Giovanni Paolo I, il riconoscimento e venne ritirato dalla nipote prof.ssa Pia Luciani.



L’ANGOLO DEL PELLEGRINO
Le preghiere più belle scritte dai pellegrini in visita
alla chiesa di Papa Luciani di Canale d’Agordo
dal 17 novembre 2008 al 2 marzo 2009 (reg. n. 45)

  Continuiamo la pubblicazione delle preghiere più significative scritte nel registro posto nella chiesa di Canale d’Agordo, di fronte alla statua di Papa Luciani. Durante tutta la stagione invernale varie sono state le visite al paese natale di Albino Luciani e in particolare alla sua chiesa battesimale, divenuta dal 1978 il santuario della sua memoria e della sua presenza. Oltre che da tutta l’Italia, i pellegrini che hanno raggiunto Canale in questi due mesi e mezzo provengono da altri sette paesi di vari continenti: Spagna, Argentina, Polonia, Ucraina, Uganda, Tanzania, Germania (Dortmund). Molti di loro hanno lasciato ricordi affettuosi e vivi di Papa Luciani:

Dai Paesi di tutto il mondo:
01.01.2009. “Sono ucraina e ringrazio a Dio, che mi ha dato posibilita a visitare questo luogo santo”. Maria S. 02.01.2009.

“Un piacere visitare la sua città natalizia! Prega sempre per noi e specialmente per le vocazioni!! Sem. L. Joseph (Uganda). Pontificio Collegio Urbano De Propaganda Fide. Vatican, Roma”.

“Visito tu iglesia pidiendote el don de benececir mi familia unida ca da ver mas a llenarla de alegria tambien por la familia de Ana Iris e de Antonio. E se qaeda lugarcito por Luciano cue lo ano nuevo. Gracias. Amen. Cavadina”. 17.01.2009.

“Autr ota mi son lugà da Santa Maria d’Olo (Bages-Catalunya), pre che lontan ma vicin de la vostra inmesità. !7 digner 2009. F. J.”. 21.01.2009.

“Marta i Rafael z Polski byli tutaj. Grazie”. 25.01.2009.

“Bendice nuestra familia. Republica Argentina”. 30.01.2009.

“Francisco Daniel Torres de Argentina, seminarista del Redentoris Mater en Africa, Tanzania (Dar es Salaam) 22.02.2009

“Lieber Gott, laß mich bitte gesund werden, und Alex auch. Das wir zusammen kommen. Dortmund. T.”. (Caro Dio, fammi diventare sano, ed anche Alex. Per questo ti preghiamo).

Dall’Italia:
Le frasi più belle 27.12.2008. “Valeggio in Verona. Ho sentito una voce che mi ha detto: “Passa dalla chiesa di Papa Giovanni Paolo I. Sono qui per ringraziarti e ti chiedo di seguire passo passo la nostra vita. Grazie di cuore. Gabriele, Luigina, Diego, Stefania, Alessandro e Maria”. 03.01.2009.

“Aiutaci nella nostra vita insieme a diventare portatori di vita. Massimo e Manuela”. 05.01.2009.

“Tutte le volte che vengo in montagna ti vengo a trovare. Elena T.”. 06.02.2009.

“Insegnare moltissimo in un tempo brevissimo è prerogativa solo per pochi eletti grandi maestri; e tali rimarranno per l’eternità nel ricordo di tutti. Luigi C.”. 18.02.2009.

“Grazie per essere stato il mio insegnante. Prega per tutti noi. Angela”. Richiesta di grazie. 04.12.2008.

“Giovanni Paolo I, fai il miracolo nei confronti di mio fratello Raffaele e mio nipote Marco, aiutali a capire il valore del corpo e dell’anima. Ti chiedo la grazia di guarire mio fratello dalla malattia e fagli capire che la fede in Cristo è necessaria per poter apprezzare il valore del ringraziamento verso il nostro Creatore, Dio. Proteggi anche la mi famiglia dalle insidie della vita quotidiana e dammi la forza sempre di viverla nella Fede. Roberta P.”.

“Caro don Albino, aiuta a far capire a mia figlia l’importanza dell’anima e del corpo per poter guarire dalla sua malattia. Confido in te e nella grazia del Signore. Paola”.

“Caro Papa Luciani, ti ringrazio di tutto quello che ho, ma ti chiedo un grande favore: metti una mano su Francesca, è giovane ed è troppo presto per salire in cielo. Io ho la salute e riesco a combattere tutto, proteggo e lotto per le mie figlie, ma lei non può. Aiutala. Grazie. Grazie. Alice. Giuseppe G.”. 08.12.2008.

“Caro Papa Luciani, aiutaci ad esaudire il nostro desiderio di avere un figlio, proteggi sempre noi e le nostre famiglie. Grazie per tutto quello che abbiamo. Silvia e Stefano”. 27.12.2008.

“Grazie di tutto, padre. Vorrei avere un figlio! Se puoi! D.”. 04.01.2009.

“Caro papa, fai guarire la mia nonna Mariuccia. Piacenza. Luca T.”. 06.01.2009.

“Caro Papa, la mia preghiera è per la mia amica Angelina, che possa presto avere un bambino. Grazie. Maria Antonietta”. 07.01.2009.

“Papa Luciani, aiutami nel cammino che ho iniziato, proteggi ogni mio giorno. Per questa grazia prego per la tua intercessione ogni giorno e prometto di venire in tua visita ogni anno. Grazie di cuore. Sei la nostra luce. Andrea. Asti”. 11.01.2009.

“Proteggi le nostre vite, aiuta i miei figli a scegliere la vita vera ed aiutami nella malattia. Dammi la forza necessaria, quando la paura mi assale e la fede vacilla. Grazie. Luanella”. 07.02.2009.

“Aiuta a guarire presto mio papà. Grazie. Giorgia”. 15.02.2009.

“Intercedi, caro Papa Luciani, per la guarigione di Francesca, sostieni lei e i suoi genitori in questo difficile momento di prova. Sorreggi anche Maria, Agnese e tutti i loro amici nello studio. L.”. 23.02.2009.

“Caro papa Luciani, grazie per tutto quello che ci dai quotidianamente, ma in particolar modo di Anna, che per noi è una gioia immensa. Aiutaci ad essere dei bravi genitori e sostienici in tutte le cose belle e cattive. Ti preghiamo per tutto questo, ma in particolar modo chiediamo la tua benedizione per dare ad Anna una sorellina od un fratellino. Aiutaci con la fede in un progetto che è la vita, la cosa più bella al mondo. Grazie di tutto. Mirco, Francesca e Anna”. Grazie ricevute. 20.11.2008.

“Sono venuta per la terza volta a trovarti e dirti grazie per la gioia immensa che mi hai dato. Ti prego, amico, fratello e papa santo, non abbandonarmi in questa battaglia con il diavolo, sostienimi con il sorriso, con il tuo grande amore, proteggi mio figlio, Daniela, Denise, Consuelo e tutti i miei nipoti: Grazia, Enzino, Giada, Gimmi, Alcisa. Ti voglio bene. C.”. 07.12.2008.

“Grazie di averci aiutato in tutti questi anni. Sei e sarai sempre un buon Papa. Sara M.”. 08.12.2009.

“Ti ringraziamo per aver esaudito il nostro desiderio e per esserci stato vicino durante questo periodo. Ti chiediamo inoltre di continuare a vegliare su di noi e sulle nostre famiglie affinché tutto proceda bene e il nostro bimbo possa crescere forte e sano. Grazie infinitamente ancora. F.”. 29.12.2008.

“Signore Gesù, per intercessione del Santo Padre ti ringrazio della grazia ricevuta. Proteggi la mia famiglia e tutti i nipoti. Grazie. A.”. 31.12.2008.

“Ringrazio papa Luciani per l’aiuto concesso a mio figlio Roberto, operato due volte al femore per un tumore benigno e ora guarito. Lo preghiamo sempre. Grazie. Bepi e Maria S.”. 01.01.2009.

“Grazie per avermi ascoltata. Marisa”. “Grazie per l’aiuto ricevuto nel 2008. Ti affido la mia famiglia perché tutti sentano il tuo amore. La Luce del Signore ci illumini sempre per la tua intercessione e le grazie a noi necessarie giungano a noi tutti. Carla.

Loris Serafini

 

UN MATTINO PRIVILEGIATO

Il card. Lopez Trujillo al Centro nel 1999.    Il vescovo Luciani teneva sul tavolo dello studio, sempre a portata di mano, la Bibbia e nell’inginocchiatoio della cappella meditava su un grosso “Commentario alla Scrittura”.      Talvolta anche lo faceva notare alle persone che andavano a parlare con Lui.
     Luciani dava la precedenza all’ascolto della Parola di Dio e stimolava a formarsi all’ascolto. “La Chiesa, scriveva, non è un museo da conservare, ma un giardino da coltivare purchè sia in grado di assicurare in ogni epoca un efficiente annuncio di Cristo. La diocesi sì è storia, geografia, ma soprattutto è “organizzazione per salvare anime, viste con l’occhio di Dio”.
    Durante il “grande viaggio” dello sbarco dell’uomo sulla luna, Luciani rimase sveglio tutta la notte del 24 luglio 1969 per assistere a quel grande avvenimento. Scrisse: “Quanto mi è piaciuto che Aldrin abbia nominato Dio nel mettere il piede sulla luna dopo Armstrong... È bello, infatti, che l’uomo con un prodigio di ingegno e di tecnica metta sulla luna il suo piede conquistatore, ma chi l’ha fatta, quella luna? Chi ha dato all’uomo la forza di dominarla? Chi, se non Uno, che era prima della luna e prima dell’uomo? Uno che essendo invisibilmente dappertutto, era anche là, quel mattino, da secoli e in modo tale che i due, là passeggiando, in Lui vivevano e si muovevano? Va però anche sommessamente ricordato che, quel mattino come sempre, Dio era anche più in là della luna... era sul sole, sulla stella a noi più vicina... era in tutta la nostra galassia, la sconfinata città di stelle... era su altre galassie e più in là ancora, unico vero Grande, l’Immenso.
     E concedeva all’uomo, piccolissimo ma da Lui dotato di meraviglioso ingegno, di essere accanto a Sé, a visitare, a osservare, ad armonizzare in sintesi intelligente quei vari lembi del vastissimo creato, a cominciarne la conquista. Mattino veramente privilegiato nella storia umana, che fa risaltare la gloria di Dio e onora l’uomo, che fa capire all’uomo quanto è grande unito a Dio e quanto è piccolo separato da Dio! Come fa piacere vedere l’uomo avanzare rapido e intrepido alla conquista del mondo. Ma manca qualcosa. La fisica ha aumentato la nostra conoscenza sul “come” delle cose, ha, però, ingrandito la nostra ignoranza sui “perché” delle cose. La cosmologia ci ha detto molto sulla evoluzione del mondo, ma nulla di nuovo ci ha detto sulla sua origine. Mentre con gli strumenti astronomici siamo in grado di calcolare le orbite di tutti i satelliti di Giove, non abbiamo un mezzo sicuro per sapere chi scegliere per nostro coniuge e per nostro primo ministro. Si suppone che scienza e fede, tecnica e Dio siano in antagonismo. È vero, invece, che dell’uomo sono componenti necessarie tanto la scienza e la tecnica quanto la religione.
    La scienza è cresciuta, ingigantita, purificandosi da mille false teorie e ingenuità che la inceppavano? Cresca e migliori anche la religione; e gli uomini religiosi purifichino la propria idea su Dio altissimo da qualche ingenuità o superstizione del passato; non pensino più - ad esempio - di poter affidare a Dio soltanto il compito di intervenire continuamente a riparare i piccoli guasti della macchina mondana e umana! Conclusione da tirare, semmai, è questa: se la scienza da bambina si è fatta adulta, anche la religiosità si faccia adulta!
    A scienza purificata e progredita corrisponda religiosità purificata e perfezionata! Non si dica: l’uomo o è religioso o è tecnico-scienziato, ma: l’uomo ben fatto è e scienziato e religioso e quand’anche giganteggi nella scienza, Dio gli rimane necessario come il pane e come il sole. Manca dunque qualcosa. Tecnica e scienza non ci dicono né chi siamo, né donde siamo, né dove andiamo.
    Chi ce lo dirà? Chi se non Dio, che, avendoci creati, ha intera la misura del nostro essere? E in qual luogo privilegiato ce lo dirà Dio, se non nella sua Chiesa, che è Cristo continuato nei secoli che mi parla?”.

Taffarel don Francesco

Le parole significative
di Giovanni Paolo II

  

   Ho “ripescato” alcune espressioni di Papa Giovanni Paolo II, pronunciate durante l’omelia della Messa celebrata a Canale d’Agordo, il 26 agosto 1979. Rileggerle, a distanza di tanti anni e nel pieno sviluppo della Causa di canonizzazione di Albino Lucani, acquistano un sapore diverso e sembrano essere un implicito incoraggiamento ad iniziare l’iter verso la canonizzazione, voluto nel 2002 dal Vescovo Vincenzo Savio di cui in questi giorni ricorre il quinto anniversario della morte.
      Tutti ricordiamo ancora con intatta emozione - e specialmente il Papa che vi parla e i Cardinali che parteciparono a quel Conclave durato poco più di un giorno - tutti ricordiamo lo straordinario fenomeno che sono stati la elezione, il pontificato, la morte di quel Papa; tutti ne conserviamo in cuore la figura e il sorriso; tutti abbiamo scolpito nell’anima il ricordo degli insegnamenti, che egli moltiplicò con instancabile zelo e amabilissima arte pastorale nei brevi trentatré giorni del suo ministero universale; e tutti sentiamo ancora in cuore la sorpresa e lo sgomento della sua fine inaspettata, che improvvisamente lo tolse alla Chiesa e al mondo, dando termine ad un pontificato che aveva già conquistato tutti i cuori. Il Signore ce lo ha donato come per mostrarci l’immagine del Buon Pastore, che egli si è sempre sforzato di realizzare seguendo la dottrina e gli esempi del suo prediletto modello e maestro, Papa San Gregorio Magno; e nel sottrarlo al nostro sguardo, ma non certo al nostro amore, ha voluto darci una grande lezione di abbandono e di fiducia in lui solo, che guida e regge la Chiesa pur nel mutare degli uomini e nel seguito talora incomprensibile degli eventi terreni. Come Sacerdote, come Vescovo, come Patriarca, come Papa, egli non ha fatto altro che questo: dedicare tutto se stesso alla Chiesa, fino all’estremo respiro: la morte lo ha colto così, come sugli spalti di un vero e proprio servizio insonne; così egli è vissuto, così è morto, dedicandosi tutto alla Chiesa con una semplicità disarmante, ma anche con una fermezza incrollabile, che non aveva timori perché fondata sulla lucidità della sua fede e sulla promessa indefettibile, fatta da Cristo a Pietro e ai suoi Successori.
     La mia presenza qui, oggi, non dice soltanto il mio sincero amore per voi, ma è il segno anche pubblico e solenne di questo mio impegno e vuole testimoniare davanti al mondo che la missione e l’apostolato del mio Predecessore continuano a brillare come luce chiarissima nella Chiesa, con una presenza che la morte non ha potuto troncare. Essa le ha dato anzi un impulso e una continuità che non tramonteranno mai.
    Non sono forse parole che illuminano aspetti di santità presenti in Albino Luciani? Chi è infatti - sostanzialmente - il santo, se non colui che con la sua vita mostra l’immagine del Signore ai fratelli? Chi è se non colui che vive di fede incrollabile? Chi è se non colui che suscita nel tempo il desiderio di imitarlo nelle virtù? Mi pare che tutto questo, appaia in maniera straordinaria nelle parole di Giovanni Paolo II, rilette a trent’anni di distanza. Questo ci fa attendere il giudizio della Chiesa sul “nostro” don Albino con fiducia, ma anche con tanta libertà di cuore in quanto per tutti Egli è certamente un santo.

Sac. Giorgio Lise

 

***

Intitolazione del Seminario Diocesano
di Cassano dell’Ionio a Giovanni Paolo

    Un sorriso, dal 29 Settembre 2008, permea di gioia e di speranza la storia della Diocesi, ed in particolare quella del Seminario Diocesano. E questo sorriso ha i lineamenti ed il commovente ricordo di papa Albino Luciani, Giovanni Paolo I, che ha riempito i cuori e le speranze di coloro che si sono fatti coinvolgere dal suo essere umile e lieto. “Giovanni Paolo I” è l’intestazione, infatti, che il Vescovo Vincenzo Bertolone, ha pensato e voluto per il suo seminario.
      Sulla scia di quelle che possono essere state le ragioni proprie e profonde che hanno condotto il Vescovo a tale scelta, è sembrato, senza sproporzioni fuori tema, che l’evento abbia riflesso, nei visi dei partecipanti, nuove speranze e sicuro entusiasmo, volti verso un futuro che si riconosce “custodito nel cuore di Dio”. S.E. Mons. Vincenzo Bertolone ha iniziato la cerimonia di intitolazione all’ingresso del portone centrale del seminario; sacerdoti e numerosi fedeli della Diocesi, hanno riempito la strada prospiciente l’ingresso, in atteggiamento di commosso raccoglimento, ed hanno seguito, poi, il Vescovo nei locali interni, dove è stato scoperto un suggestivo ritratto di papa Luciani, posto in prossimità dell’ingresso della cappella.

 


La Chiesa... questa sconosciuta? (6)


   Nella prima lettera di Paolo ai Corinti si legge: ”Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voli annunziate la morte del Signore finché egli venga” (1Cor 11,26). Il riferimento è evidentemente all’eucaristia : e se è vero che l’eucaristia fa la Chiesa, è altrettanto vero che la Chiesa fa l’eucaristia. Dunque all’interno della Chiesa che celebra l’Eucarestia viene “annunciata” la morte del Signore. Non è però una delle celebrazioni che, commemorando, danno una vita illusoria a persone o fatti estinti, ma in essa si rende realmente presente Cristo Salvatore e viene riproposto il suo Sacrificio per la salvezza del mondo.
    Per la verità si annuncia sia la morte che la resurrezione. Tuttavia il testo di Paolo parla solo di morte, quasi a richiamarci la severità del gesto sul pane e sul vino che non può essere compiuto o vissuto con leggerezza. Anzi ci ricorda che il figlio di Dio si è assimilato a noi fino a condividere la nostra sorte mortale in quanto egli non ha assunto una umanità astratta ma è entrato realmente nella famiglia umana. L’annuncio della morte del Signore viene così per noi inteso come un ricordarci a vicenda la necessità della croce. Non è possibile eliminare la croce dal Vangelo e neppure lasciarla troppo a lungo nascosta.
    Il rito eucaristico celebrato dalla Chiesa ce lo richiama quotidianamente. Potremmo rivestire le nostre celebrazioni di quanto ci appare più bello, più piacevole e più conforme ai gusti nostri e del tempo in cui viviamo; però il richiamo eucaristico alla sofferenza, alla rinuncia e alla croce rimarrà sempre. Tuttavia l’eucaristia non è un banchetto funebre: subito dopo, Paolo ci ricorda infatti che noi annunziamo la morte del Signore “finché Egli venga”. È la cena del Signore. In essa noi siamo ospiti del Cristo risorto, che ci rende partecipi della sua vita e della sua gioia; oltre a essere un ricordo di colui che è stato sacrificato, è un incontro con Colui che è vivo e che verrà alla fine dei tempi.
     C’è quindi in ogni Messa il desiderio sempre più grande dell’incontro e c’è anche il vigore necessario perché questo desiderio non si riduca a pura nostalgia. Perciò la Chiesa (il Popolo di Dio), che è nata dal sacrificio salvifico di Gesù ed è incamminata verso il Regno, si ritrova nel rito del pane e del vino e vi ravvisa la propria immagine e il segreto della sua perseveranza nel pellegrinaggio incontro al Signore. Sta qui tutta l’importanza e tutta la necessità dell’Eucaristia nella vita della Chiesa e di ogni cristiano: fare esperienza di Cristo vivo e presente nel suo Popolo.. E noi crediamo sul serio a questa promessa di Gesù: ”Io sono con voi”; ora, dire che Gesù è in mezzo a noi non è un’espressione retorica come quando diciamo che gli eroi della patria o delle lotte sociali vivono in eterno in mezzo al loro popolo: in fondo questo è un modo gentile per dire che sono morti.
     Tali tentativi di illusione non fanno parte dell’agire del Signore, il quale invece è realmente con noi e la percezione di questa presenza vera e personale non ci lascia come prima: ci sconvolge e ci interroga. Gesù è sempre con noi: questo è il fondamento della nostra fiducia. Gesù è sempre con noi, ma non è detto che noi siamo sempre con lui.
     Dobbiamo pensare con serietà alla cruciale domanda che Gesù stesso un giorno ha posto ai suoi ascoltatori: “Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà ancora fede sulla terra?” (Lc 18,8). Allora: non dimentichiamo: solo nell’Eucaristia troveremo la forza per non smarrire quella fede nel Cristo risorto, che un giorno abbiamo ricevuto in dono nel Battesimo e di cui siamo chiamati a diventare testimoni. Ogni giorno.

Don Giorgio
6 - continua

 

Ripresa l’attività degli incontri
culturali al Centro Papa Luciani

Conferenza sulla sindone del porf. Giulio Fanti.   Dopo alcuni mesi di pausa riparte l’attività culturale del Centro Papa Luciani di Santa Giustina. Il primo appuntamento si è tenuto il 23 gennaio sul tema “Fede e ragione”.
     A parlarne padre Massimo Cenci, sacerdote del Pime, sotto-segretario della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, e Angelo Rinaldi, vicedirettore del quotidiano “La Repubblica”. Padre Cenci ha fatto riferimento alla lezione tenuta dal Santo Padre a Ratisbona: “Benedetto XVI ha riassunto la testimonianza della Chiesa cristiana delle origini in questo modo: Dio è Logos, la stessa ragione creatrice. Così non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio”.
    Da parte sua Rinaldi ha ribadito che non si può vivere nel mimetismo del proprio cuore ma bisogna usare la ragione per distinguere tra i principi veri che fanno al felicità e le posizioni opportunistiche del momento. Il 28 marzo è stata proposta al pubblico la presentazione del libro “Senza diplomazia: Il cardinale Zen, vescovo di Hong Kong, e la Cina comunista”. Insomma gli ultimi cinquant’anni in Cina raccontati da un testimone diretto.
    Con la ruvida franchezza che molti gli riconoscono e che rifugge da ogni prudenza diplomatica, Zen dipinge la situazione attuale dei 12 milioni di cattolici cinesi, ancora stretti nella morsa del ferreo controllo del Partito comunista, ma sempre più desiderosi di vivere con libertà e apertura la propria fede cattolica. Consigliere di Benedetto XVI sulla questione cinese, appassionato difensore dei diritti umani in Cina, il cardinale Joseph Zen, arcivescovo dell’ex colonia inglese, per la prima volta in questo libro-intervista racconta la sua storia.
    Assieme all’alto prelato interverrà regista e autrice Antonia Pillosio. “La Sindone, una sfida alla scienza moderna” è il titolo della conferenza del 3 aprile con il prof. Giulio Fanti, docente di misure meccaniche e termiche dell’Università di Padova.
    Fanti, autore di un libro di “portata enciclopedica”, un testo scientifico alla portata di tutti, è pervenuto a una conclusione sensazionale: questa raffigurazione della Sindone di Torino è il risultato di un effetto energetico speciale, connesso a una emissione di elettroni. La sfida per la scienza diventa tanto più affascinante quanto laboriosa quando incrocia le verità della fede: la Sindone è uno degli esempi più eclatanti del rapporto scienda-fede. “Perché dobbiamo dirci cristiani.
     Il liberalismo, l’Europa, l’etica” è il titolo del libro che l’autore, il sen. Marcello Pera, già presidente del Senato, ha presentato il 6 aprile. Nel volume, che contiene una lettera introduttiva di Papa Benedetto XVI, Pera da laico e liberale si rivolge al cristianesimo per chiedergli le ragioni della speranza.
    Non per esibire conversioni o illuminazioni o ravvedimenti, ma per indicare come si possa coltivare una fede (altra espressione appropriata non c’è) in valori e principi che caratterizzano la nostra civiltà, e riaffermare i capisaldi di una tradizione della quale siamo figli, con la quale siamo cresciuti, e senza la quale saremmo tutti più poveri.

***

Un ricordo del cardinale Laghi

Il card. Pio Laghi al Centro con mons. Andrich allora Vicario Generale
È scomparso nel gennaio scorso il cardinale Pio Laghi, intervenuto nel 2000 presso il nostro Centro con una relazione sul tema della solidarietà. L’alto prelato, 87 anni, è stato prefetto della congregazione per l’educazione cattolica, ha ricoperto importanti incarichi in diplomazia: in Terra Santa, in Argentina e negli Stati Uniti. Giovanni Paolo II lo aveva nominato suo inviato speciale presso il presidente degli Stati Uniti G.W. Bush alla vigilia del conflitto iracheno.

Michelangelo De Donà

 

LUCIANI
la polvere del Signore

La copertina del libro   Quaranta testimonianze di gente che lo ha conosciuto e la prefazione del vescovo di Vittorio Veneto: questo il contenuto di un libro che “trascina” il lettore dentro il quotidiano di Albino Luciani, nel tempo del suo “primo amore”,la diocesi vittoriose.
     Riportiamo,come un assaggio,il discorsetto alla FUCI del Nordest, nell’aprile 1965 (pag. 119 e 120) ed auguriamo una buona riuscita alla nuova “fatica” dei validissimi autori. «Cari Fucini del Nord Est, benvenuti a Vittorio Veneto»! La città della Vittoria vi saluta. E dice: “Quella volta, qui, i soldati d’Italia se la cavarono bene e si fecero onore; auguro che onore si facciano i Fucini del Nord Est: oggi, qui, al loro Convegno di primavera; domani, negli esami, nella professione, nella vita!” Anche il vecchio Castello di S. Martino vi saluta. E dice: “Sono secoli che sui miei selciati non risuona lo zoccolare e lo scalpitare dei cavalli, e tra le mie mura lo squassar di scudi e di corazze, d’alabarde, di spade e draghinasse; ma, mancomale!, un po’ di fracasso me lo sentirò di nuovo nei giorni del Convegno Fucino!
     Sono secoli che nei miei cortili non s’odono corni di caccia e di guerra, piatti e gran cassa, trombe e tromboni! Fortuna!, ci vengono adesso i Fucini del Nord Est, e con poche fisarmoniche e chitarre, con fischietti di latta e trombe di carta, con zufoli e tam-tam improvvisati, mi faranno sentire più musica di quanta ho udito in tutto il Medio Evo! La mia vecchia sala d’armi è vuota; in tutto il Castello non c’è un casco, un elmo piumato, una celata, una barbuta, neppure dipinti; ma, coraggio! Ci saranno i multicolori berrettoni goliardici, carichi di medaglie e cianfrusaglie, colla tesa arrovesciata in avanti e prolungata come un gigantesco naso di Pinocchio!”. Infine vi saluta il Vescovo. E dice: “Mi sento abbastanza vicino agli anni di università per ricordare quanto verde speranzioso c’è nelle tasche dei poveri studenti e quanto di rosso entusiasmo nei cuori; quanto impegno nel lavoro e quanta intraprendente e birichina allegria nel “dopolavoro”! È da sapere, infatti, che neppure nei Vescovi le cure e l’età cancellano i ricordi e lo spirito universitario. Carlo Borromeo faceva l’arcivescovo di Milano; era dinamico, severo, santo; ma quando l’asinello portante le medicine, prescritte dai medici per l’Arcivescovo in viaggio, scivolò sui sassi del torrente, mandando il carico in acqua, si ricordò di essere stato universitario a Pavia e rise.
       “Tanto meglio per me, tanto peggio per i pesci”! Francesco di Sales, vescovo di Savoia ed ex alunno dell’università patavina, ha sprazzi frequenti di goliardia nei suoi scritti ed alla pia dama che, tutta compunta, chiede se, essendo una devota, ha lo stesso il diritto di incipriarsi i capelli secondo la moda di allora, risponde: “Eh! Dio mio, faccia pure, anche i fagiani si lustrano le penne per paura che vi si annidino i pidocchi”! Ma, i citati, erano Vescovi di una volta, di quando i problemi dell’Università non erano così grossi e non interessavano un numero stragrande di studenti. I Vescovi di adesso, sapendo degli enormi problemi dell’Università oggi in discussione, dicono: “È vero che la società deve fare ancora molto per l ’Università e per gli Universitari. Ma è vero che anche gli Universitari devono fare molto per la società, siano essi chiamati alla professione, agli incarichi universitari, o all’alta ricerca scientifica”. Molto. Ma quanto, ma come?
       L’imminente Convegno vostro dal suggestivo ed impegnativo tema “Intellettuali nella Cristianità Italiana oggi” dirà e aiuterà a capire e a fare. Lo auguro di cuore, con rinnovato, cordiale e benedicente benvenuto.