HUMILITAS - papa Luciani
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Anno XXIV - luglio 2008- n. 3

Così lo Spirito Santo ci guida

#2 Berto, maestro sempre

#3 Alla scuola di San Paolo

#4 Una conquista, la pace nel cuore

#5 La Chiesa

#6 Il card. Bernardin Gantin contentissimo dell'elezione di papa Luciani

#7 Carlo De Foucald

#8Firmato il decreto "de validitate" e nominato il relatore della "positio"

#9 Padre Venanzio: in Luciani, semplicità e sapienza

#10 La Chiesa, questa sconosciuta (3)

#11Io continuo a disturbare la gente

Come sarà ricordato 30 anni dopo

 

Così lo Spirito Santo ci guida
di Albino Luciani

 
Il comm. Francesco De Luca, recentemente scomparso, è stato sempre un grande benefattore del Centro Papa Luciani: a lui va la nostra grande riconoscenza.   Desidero, richiamare in modo elementare la dottrina sui doni, con i quali lo Spirito Santo ci guida.

1. C’è il dono della sapienza, gusto soprannaturale delle cose divine. In un certo periodo della sua vita, S. Teresa del Bambino Gesù, affermava di gustare la recita del Padre nostro. Bremond narra un caso simile. La madre de Ponc ¸onas - quando era ancora signorina - incontrò un giorno una ragazza, che custodiva le mucche. La prese in disparte per insegnarle qualcosa di religione. Quella, gratissima, con le lagrime abbondanti agli occhi, la pregò di spiegarle come poter terminare il Pater noster. «Perché - disse - non sono mai capace di arrivare fino in fondo. Sono già cinque anni che quando pronuncio la parola padre e che penso che egli sta lassù... e che è davvero mio padre, mi metto a piangere e sto tutto il giorno così, mentre bado alle mie mucche».

2. Il dono dell’intelletto, invece, consiste in una intuizione penetrante delle verità rivelate. Alcune di queste sono velate di mistero: più che vedere si possono intravedere: ciononostante, il potervi ficcare dentro un po’ lo sguardo reca molto vantaggio. Altre verità non sono oscure in sé, ma solo se ne spremiamo il succo profondo giovano all’anima. A volte è da una sola frase ben posseduta e abbracciata come programma di vita, che sono partiti decisi i santi per il loro viaggio verso la santità. La beata Maria dell’Incarnazione, che introdusse il Carmelo in Francia e che, una volta vedova, divenne carmelitana essa pure insieme a tre figliuole, a 16 anni, era stata data in sposa al visconte Pietro Acarie. Questi - pio a suo modo - un giorno trovò la giovanissima sposa intenta a leggere un romanzo, che un’amica le aveva prestato. «Non voglio - disse - che tu ti rovini coi romanzi » e corse immediatamente dall’abate Roussel, suo confessore, a consultarsi. Tornò a casa con una pila di libri devoti per la moglie. Questa li lesse presto e li restituì. Fu allora la volta dell’abate Roussel di venire a casa Acarie con una nuova pila di libri devoti. Il buon prete aveva, per di più, segnato a matita i passi salienti. Uno di questi diceva: troppo è avaro colui al quale Dio non basta. Per la giovane donna fu una rivelazione. Affetti, convinzioni, cuore, anima parvero in lei rovesciarsi d’improvviso. «Dio mi deve bastare, Dio vale più che tutto il resto«, fu il pensiero, che da allora dominò tutta la sua vita.

3. Il dono del consiglio ci aiuta a giudicare con pru- denza ciò che conviene fare, specie nei casi difficili. Noi siamo soliti invocare lo Spirito Santo «digitus paternae dexterae ». Esatto: è dito segnalatore che ci dice, al momento giusto: «Prendi questa strada, evita quell’altra ». A chi ha letto l’autobiografia e le lettere di s. Teresa d’Avila pare di toccar con mano la presenza di questo dito nell’attività dinamica e prudente insieme di questa grande santa. In lei le estasi si alternavano con le preoccupazioni materiali di ogni giorno: liti, processi minacciati, contestazioni di diritti, contrasti, contratti e divergenze coi genitori delle novizie per la loro dote, riscossione dei frutti dei campi, viaggi. Eppure essa si muove in mezzo a tutte queste vicende sicura e serena come un pesce nell’acqua. A un certo momento scoppia anche la battaglia: nientemeno che il nunzio la taccia da «femmina inquieta, vagabonda, disobbediente e contumace, che insegna cattive dottrine, che vuole farla da maestra». Teresa non si spaventa: sue lettere a Roma, suoi messi a Filippo II, suoi interventi presso principi e prelati riescono a sciogliere ogni matassa, ma essa è convinta per prima che tutto ciò sia dono. «Teresa da sola non vale nulla; Teresa e un centesimo valgono meno di nulla; Teresa, più un centesimo, più Dio, possono tutto!».

4. Il dono della fortezza permette alla nostra debole volontà di compiere cose grandi con intrepidezza e letizia, superando gli ostacoli, che in una maniera o nell’altra, tutti trovano sul loro cammino. Ho parlato di debolezza. Ahimé! Siamo tutti un po’ nella situazione di quel pigro descritto dalla Bibbia: «Il pigro dice: c’è un leone là fuori; sarei ucciso in mezzo alla strada« (Pro 22,13). È la pigrizia che ci fa vedere le difficoltà più grandi di quello che sono: un gatto di strada diventa un leone per l’immaginazione del pigro, che ha paura di ogni rischio. Nella vita spirituale ora le cose vanno diritte, ora storte; oggi c’è il fervore, domani il languore e l’apatia; oggi c’è gioia, luce ed entusiasmo, domani pena, oscurità e angoscia. «Quando la Madonna dà alla luce il suo Figlio, gli angeli annunciano la sua nascita, i pastori e i magi vengono ad adorarlo, chissà quanta grazia e consolazione hanno sentito Maria e Giuseppe. Ma ecco: passa poco tempo e l’angelo viene a dire in sogno a Giuseppe: “Prendi il figlio e la madre e fuggi in Egitto”. La gioia è convertita in dolore». La fortezza cristiana ci impone di conservare una amabile eguaglianza di spirito e di tirare diritto, nonostante ogni nostra variazione esterna ed interna. Dono dello Spirito. Questi però lavora anche con mezzi comuni. «Dobbiamo fare come due, che camminano su ghiaccio - dice Francesco di Sales -. Essi si prendono per mano o si tengono a braccio per sostenersi reciprocamente, se uno dei due scivolerà. In questa vita noi siamo come sul ghiaccio, perché ogni momento incontriamo occasioni propizie per farci incespicare». A chi, dunque, appoggiarci nella nostra debolezza? Ai superiori, intanto. Per me, è male grave l’uso di considerare i superiori quasi repressori della nostra personalità. Questa, pur ricca di mille doti, ha le sue lacune, i suoi momenti di scoraggiamento, di smarrimento e di debolezza. Appoggiarci a qualcuno - col confidarci e anche col solo obbedire - è grande aiuto. I superiori sono stati apposta messi per servire a noi.

5. Il dono della scienza ci fa conoscere le cose create in ordine a Dio. Il mondo è bello, lo si vede e ammira volentieri: fermarsi qui, però, non basta; dal mondo bisogna elevarsi a Dio; le bellezze di qui devono far pensare alle perfezioni molto più grandi di colui, che le produce. S. Francesco, vedendo una rupe, diceva: «Tu, Signore, sei la roccia, cui si appoggia la mia debolezza ». Vedendo i fiori del prato: «Tu, Signore, sei ancora più puro, bello e delicato dei fiori». Vedendo gli uccellini implumi: «Quanto sei tenero, Signore, per mandare il cibo a questi piccoli, poveri esseri!». Francesco seguiva la linea ascensionale; aveva il dono dello stupore, ma di uno stupore sacrale. Il russo, che, ritornato da un viaggio nello spazio, riferì di non avervi incontrato Dio, seguiva invece la via discensionale, dello stupore ormai secolarizzato. Molti lo seguono: innamorati soltanto del progresso umano, lodano le belle cose che l’uomo ha prodotto, usando l’ingegno avuto da Dio, per dire che non c’è bisogno di Dio. Non si accorgono quanto prodigiosa sia la terra voluta da Dio tutta carica e fremente di vita, in mezzo ad un universo di pianeti inerti e di stelle gassose. Uno che venisse da Sirio o da altra stella e vedesse questa nostra Terra così verde, così fiorita, così popolata di miliardi di viventi, direbbe: «Grazie, Signore, che mi concedi di poter vedere tutto questo». Senza venire da Siorio, abituiamoci a dire noi un continuo «grazie» a Dio col dono della scienza.

6. Il dono della pietà ci comunica l’affetto filiale verso Dio. Scriveva s. Paolo: «...voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma... uno spirito da figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre» (Rm 8,14), E non è solo sentimento; è anche impulso ad agire per piacere a Dio come suoi figli. Diceva Gesù: «Ego, quae placita sunt ei, facio semper« (Gv 8,29). Le cose, se siamo pieni di affetto e di tenerezza verso il Padre, ci appaiono diverse. La Bibbia diventa una lettera paterna, che Dio ha spedito proprio per me, per aiutarmi e salvarmi. Cristo diventa il mio fratello maggiore (Rm 8,29), accanto al quale - cioè sugli esempi del quale - io devo crescere e camminare. Le istituzioni della chiesa, le stesse regole sono aiuti messi a mia disposizione da una bontà paterna. È perditempo sognare castelli in Spagna, se devo vivere in Francia, diceva s. Francesco di Sales.

7. Il timore di Dio, più che altro, è timore di offendere Dio. L’anima dice: «Ti ho offeso anche troppo, Signore, nel passato; aiutami almeno a non offenderti nell’avvenire! ». Intendiamoci: evitare ogni mancanza a lungo, in questo povero mondo, non è possibile senza uno speciale privilegio di Dio. Sforzarsi di evitarla e rialzarsi immediatamente dopo eventuali cadute, è già molto. Benedetto XIV, non come papa ma come teologo privato ed esaminatore delle cause dei santi, diceva: «Quando io mi trovo davanti a un servo di Dio, che ha commesso peccati veniali, sono solito distinguere. I peccati sono alcuni, deliberati, ma subito ritrattati e con lo sforzo di migliorare? Io non blocco la causa: quel tale può meritare di essere proclamato santo. Invece: i peccati veniali risultano “multa, frequenter repetita” e non ritrattati con sufficiente penitenza? Allora, fermo la causa». Si tratta di un testo famoso, di specialista. Esso fa coraggio: fare di tutto per non offendere Dio; se qualche volta succede, rialzarsi subito e riprendere il cammino con coraggio umile e fiducioso.

O.O. 6,357-36

 

--- Da trent’anni una lezione indelebile ---

   “La sua incessante tensione ad essere una cosa sola con Cristo per il bene della Chiesa fu immediatamente ravvisata dal popolo cristiano sul volto di papa Luciani, nei brevi giorni del suo Pontificato. Forse, ma non solo, a partire dal suo sorriso. Tutti noi lo abbiamo ancora negli occhi come una lezione indelebile”. Così scrisse il card. Angelo Scola, Patriarca di Venezia, introducendo il libro di Scopelletti - Taffarel “Lo stupore di Dio”. Ne siamo fortunati te- stimoni: dopo trent’anni questa sua “lezione di vita” rimane davvero “indelebile”. Viene voglia di pensare a quando, di fronte alla sorpresa di essere fatto Vescovo, disse della scrittura che, pur tracciata sulla polvere, sarebbe “rimasta”, perché scritta da Dio. “Io - disse allora - sono la pura polvere sulla quale il Signore ha scritto”. Non polvere ma marmo, verrebbe da dire, se non fosse perché l’immagine dà la sensazione di freddo, mentre tutta la Sua vita fu “fuoco” - come direbbe Santa Caterina da Siena - un donarsi senza riserve in instancabile servizio di amore. Fino alla morte, che lo colse nel silenzio e nella solitudine della notte, all’alba appena del suo Pontificato. C’è un canto che conclude così: “Se con te, come vuoi mi consumo amando, sono nella pace”. È stato questo lo stile di Albino Luciani ed è luce che, a 30 anni di distanza, è più viva che mai. Una “lezione indelebile”, appunto.


Mario Carlin

 

Berto,
maestro sempre
dall’Omelia di don Sirio Da Corte, Arciprete
di Canale, ai funerali di Edoardo Luciani

Berto Luciani    Nel 2001, aveva scritto sul registro che avevamo appena messo sotto la statua del fratello: «Albino, aiutami a concludere! ». Ora che ha concluso la lunga stagione della sua vita terrena, il maestro Berto continua a vivere negli insegnamenti che ci ha lasciato... Sì, perché ho scoperto che quassù uno non fa il maestro ma è il maestro, lo rimane sempre, anche quando va in quiescenza, come si diceva un tempo.
    
Allora, che cosa ci insegna questo maestro Berto, alla luce della parola di Dio che abbiamo ascoltato?
    
La prima lettura ci assicura che le anime dei giusti sono nelle mani di Dio. Questo funerale viene celebrato nella solennità di S. Giuseppe che la liturgia definisce “uomo giusto”.
    
La giustizia è, prima di tutto, dare ad ognuno il suo ed in questo senso Berto fu un uomo giusto, giusto a tal punto da pagare di tasca propria per errori commessi da altri.
    
Un consenso unanime lo ha definito come maestro che non faceva preferenze; era giusto anche quando la giustizia poteva sembrare durezza di cuore. E forse Berto poteva essere esigente con gli altri perché prima di tutto era duro ed intransigente con se stesso.
    
Ma la giustizia biblica è molto di più che dare ad ognuno il suo: è dare a Dio il tuo, ciò che hai, ciò che sei. È riconoscere che siamo amati gratuitamente dal Signore e che la nostra risposta è fiducia nel suo amore, nella sua Provvidenza anche quando il dolore bussa ripetutamente alla nostra porta, anche quando, come ad Abramo, Dio domanda il sacrificio di quanto abbiamo di più prezioso e di più caro.
     
Sei il mio pastore, nulla mi mancherà: suo fratello Albino, diventato Papa, diceva: se Dio dà una croce dà anche la forza per portarla. E Berto, come Albino, si è affidato a Dio, ha confidato in Dio, si è fidato di Dio. E Dio, ora, lo ha stretto per sempre fra le sue braccia: «Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio... Felicità e grazia gli saranno compagne e abiterà nella casa del Signore per sempre».
     
Ho combattuto la buona battaglia, dice S. Paolo scrivendo al fedele discepolo Timoteo. Anche Berto è stato un buon combattente e non tanto perché ha vissuto in prima persona gli orrori della guerra e la lotta per la liberazione ma perché ha affrontato da uomo e da cristiano la battaglia della vita e la morte lo ha trovato vivo.
    
Ogni vita è una battaglia; ed anche la vita di Berto, come quella di ogni figlio d’uomo, è segnata da gioie (pensiamo alla sua gioia per la elezione a Papa del fratello) ma anche da tanti dolori: la perdita del figlio, la morte improvvisa del fratello Papa, la morte altrettanto inattesa della moglie, dopo 60 anni di serena vita coniugale. Ma da ogni batosta aveva saputo rialzarsi, come Gesù sulla via del calvario, con la forza della fede: «Ho combattuto la buona battaglia, ho conservato la fede.
    
E sono in attesa della corona che il Signore, nel suo amore, tiene in serbo non per chi non è mai caduto, ma per chi dopo ogni caduta si è rialzato ed ha saputo riprendere il cammino».

da “Il Celentone”
aprile 2008


Alla scuola
di San Paolo


San Paolo: imponente statuta che si trova davanti alla Basilica di San Paolo a Roma.    Si sa che il papa Benedetto XVI ha indetto l’Anno Paolino 2008-09, nel bimillenario della nascita del grande apostolo S. Paolo.
    
Il nostro vescovo Andrich ha detto che don Albino Luciani «fin da giovane attingeva con passione la Parola di Dio dalle lettere di S. Paolo.
     
Erano guida della sua vita e avevano forgiato la sua mentalità».
     
Mi sono presa il tempo e la briga di contare quante volte Luciani, vescovo di Vittorio Veneto, ha citato S. Paolo, in un corso di Esercizi spirituali ai sacerdoti nel 1965: ben 54 volte!
      
Parlando della santità dice: «È una santità di poveri uomini come siamo noi, che portiamo il peso della concupiscenza » e cita S. Paolo: «Nelle mie membra vedo un’altra legge, che, muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?». (Rm. 7-23)
     
E qui sta il bello - conclude Luciani - che noi con questa concupiscenza siamo chiamati ad essere santi. Parla poi della carità: «un viaggio bellissimo verso Dio, ma anche drammatico, perché vi sono forze avverse, contrarie al nostro viaggio», come dice S. Paolo: «Vi dico: camminate secondo lo spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; la carne infatti ha desideri contrari allo spirito e lo spirito ha desideri contrari alla carne... sicché voi non fate quello che vorreste». (Gal.5-16)
     
Parlando della speranza, Luciani dice che «il Paradiso ci attrae, ma per le nostre povere forze forse è troppo alto... ci vogliono le opere buone e le grazie necessarie», come dice S. Paolo: «Ho faticato più di tutti loro (gli apostoli), non io però, ma la grazia di Dio che è con me. La sua grazia in me non è stata vana». (I Cor. 15-10)
      
Parla anche del diavolo Luciani e dice: «Se l’è sempre trovato tra i piedi, Gesù Cristo, il diavolo. Non crediamo di poter avere noi una sorte diversa », come raccomanda S. Paolo: «Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i principati e le potestà; contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male». (Ef 6-11)
      
La morte. «Sulla morte il Signore - dice Luciani - ha avuto la bontà di darci i suoi salutari insegnamenti... Bisognava che il Cristo sopportasse le sue sofferenze per entrare nella gloria». E lo dice ancora meglio S. Paolo: «Cristo Gesù spogliò se stesso assumendo la condizione di servo, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce... Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra». (Fil.2-6).
      
Quindi Gesù è diventato «Signore», in grazia della sua passione e della sua morte. Le creature. «Le creature e le cose di questo mondo, il Signore le aveva destinate al nostro bene spirituale, ad aiutarci per andare in Paradiso - dice Luciani. Ma molte volte ci sono di ostacolo e anche loro ne soffrono», come dice S. Paolo: «Sappiamo che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto... e attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio» (Rm. 8-22).
      
Come usare bene le creature per farsi Santi? Risponde Luciani: «Usarne tantum quantum, cioè né più né meno. Lo aveva detto anche S. Paolo: «Fratelli, il tempo ormai si è fatto breve, d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero, quelli che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero perché passa la scena di questo mondo!». (I Cor. 7-29).
      
E conclude Luciani: «È un pensiero giustissimo. È un palcoscenico, un teatro il mondo, un teatro che dura poco. Bisogna chiudere baracca presto. Fate il piacere di non attaccarvi troppo alle cose, alle persone, ai luoghi, ai soldi!». Contro la superbia e l’ambizione, Luciani dice: «Attenti a non seguirla, a non accarezzarla, a non lasciarla crescere incontrastata... Fiaschi ne combiniamo tutti. Non farti meraviglia. Incomincia tutto da capo. Non pretendere che tutti siano in piazza a batterti le mani. Impossibile, nessuno riesce ad aver questo. Quindi non scoraggiarti, come dice S. Paolo: Non vi gonfiate d’orgoglio... Chi ti ha dato questo privilegio? Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto. E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto?». (I Cor. 4-7).

Cesare Vazza

Una conquista, la pace del cuore

Un numeroso gruppo di Piccole Suore della Sacra Famiglia ospiti in varie case di riposo dell’Istituto ha trascorso una giornata di fraternità presso il Centro Papa Luciani.  Caro Don Albino Ho appena ricevuto in dono un libretto simpatico con un titolo interessante: “La pace del Cuore”. Già mi sollecita quella maiuscola sulla parola cuore; il che potrebbe indicare qualcosa che va oltre l’affetto e l’amore umano, probabilmente coinvolgendo nella nostra riflessione quel progetto di Dio sulla vita dei suoi figli che in concreto fatichiamo così tanto a comprendere e a realizzare. La nostra è un’epoca di inquietudine a tutti i livelli e perfino la ricerca di Dio e di senso compiuto da dare all’esistenza rischia di lasciarsi prendere dall’ansia e dall’agitazione, mentre secondo lo spirito del Vangelo dovremmo muoverci ed organizzarci con quella fiduciosa tranquillità che è tipica dei bambini tra le braccia dei loro genitori.
    
Quel tuo santo amico che risponde al nome di Francesco di Sales (1567 - 1622) raccomandava ai suoi discepoli la tranquillità del cuore, in quanto l’amore può dimorare soltanto nella pace. I pensieri che procurano inquietudine e agitazione - diceva - non solo non vengono dal Signore che è il principe della pace, ma vanno considerati alla stregua delle tentazioni da ignorare o da scacciare immediatamente. Perfino la sofferenza fisica o morale va accettata tranquillamente; così come la gioia che non deve mai farci montare la testa. Facendo serenamente anche il bene, perché l’agitazione segnala una esagerata fiducia nelle nostre forze e ci fa commettere tutta una serie di errori riconducibili alla superbia. La stessa penitenza, come ogni rinuncia volontaria, ha bisogno di quel sigillo evangelico che è la tranquillità più discreta. Quando abbiamo fatto tutto quello che dipende da noi, si tratta di attendere tranquillamente, con pazienza e fiducia piena, che sia il Signore a fare la sua parte, perché nonostante le nostre infedeltà, lui rimane fedele alla promessa “Sono con voi tutti giorni, fino alla fine dei tempi!”.
    
Ma la pace nasce dall’umiltà. Infatti niente ci turba più dell’amor proprio e la stima che abbiamo di noi stessi, quando vengono messi in pericolo. Quei tre Giovanni citati su “Illustrissimi” quanto insegnano! Il primo rappresenta quello che noi pensiamo di essere, il secondo quello che ci ritengono gli altri, infine il terzo è quello che siamo veramente davanti al Signore: solo l’ultimo ci deve interessare e solo così la nostra pace sarà piena e incrollabile. Alessandro Manzoni, nelle “Osservazioni sulla morale cattolica”, dice che Dio non permette mai un male se non per ricavarne un bene più grande. E se questo vale per le sventure che ci colpiscono e per i peccati che ci abbattono, vale anche per le prove che quotidianamente dobbiamo affrontare con un prossimo non sempre amabile.
    
Sopportare gentilmente chi ci pugnala alle spalle anche solo a parole è un’impresa, una vera battaglia con se stessi, ma non deve diventare una guerra, anche se si sa che in genere nella storia la pace arriva dopo la guerra. Il tuo sorriso che ha scosso il mondo rifletteva una conquista alla scuola di Francesco di Sales: la pace del cuore. Con affetto,

Tuo aff.mo don Licio

La Chiesa

Foto di gruppo degli Accoliti del patriarcato di Venezia che hanno partecipato agli Esercizi Spirituali predicati dal Card. Marco Cè.   Durante i mesi estivi il vescovo Luciani incontrava i ragazzi che partecipavano ai vari “campi scuola”, disseminati in ogni angolo delle montagne della provincia di Belluno e di Trento. Ad un incontro con i ragazzi, seduti sull’erba e all’ombra degli abeti, accarezzati dal fruscio del vento e dal canto degli uccelli, Luciani disse: «Il Signore piantò in Palestina un seme, piccolo come un granello di senape. Dal seme, il giorno di Pentecoste, si è visto spuntare a Gerusalemme una piantina: la Chiesa. La piantina cresce, viene trapiantata a Roma, diventa albero; come uccelli, le anime vengono a posarsi sui suoi rami da tutte le parti del mondo. Ma attorno è tutta un’aria di avventura: chi con la zappa tenta di scalzare le radici; chi con la scure recide qualche ramo, chi col fucile spara contro gli uccelli; dentro intanto continua a scorrere, vigorosa, la linfa di Dio e la pianta cresce, si allarga. Crescerà sempre, si allargherà ancora, finché la sua chioma penetrerà nei cieli ed essa e i suoi uccelli diventeranno chiesa trionfante e immortale. In questa chiesa ci siete anche voi, di essa vi nutrite. Vi auguro che l’amore per la Chiesa non sia qualcosa che voi possedete, conoscete, sapete, ma qualcosa che vi possiede e vi lancia a nuovo impegno”.

Sì, ma ci sono anche dei difetti lungo i secoli...
    Anche nella Chiesa ci sono talora dei “Bastian contrario”. Cristo sì, Chiesa no, si dice. Cristo ha detto a Pietro: Su di te fonderò la mia chiesa. I Padri antichi insegnavano che non si può avere Dio per Padre, chi vuole avere la Chiesa per madre. Si dice anche Chiesa sì, Gerarchia no, perché oggi ogni società deve essere democratica, con potere che sale dalla base verso l’alto. La Chiesa però non è una società come le altre di questo mondo costruite dagli uomini. Nello stato i poteri vengono dal popolo; nella Chiesa vengono dall’alto, mediante la Ordinazione sacerdotale o episcopale. Ciò per volere di Cristo. È anche vero che papa, vescovi e sacerdoti non cessano di essere poveri uomini soggetti a sbagliare. I loro sbagli però non autorizzano i fedeli ad uscire dalla Chiesa, a dirne male o ad opporre alla Chiesa vera effimere chiese dissenzienti. Bernanos diceva: “Piuttosto che stare in una casa lussuosa di forestieri, preferisco abitare in quella della mia famiglia, anche se c’è qualche sedia rotta e qualche tavolo zoppicante”. Io penso allo stesso modo. Rimanervi e fare di tutto per rimediare a quella sedia e a quel tavolo”.

Ma allora? ...e la libertà?
     C’era in una piccola isola, ha scritto Chesterton, e i ragazzi vi andavano a giocare al pallone. Giocavano sereni e sicuri, perché il campo di gioco era cinto tutto intorno da un alto muro. Un giorno approdarono all’isoletta alcuni figuri e dissero: “Buttate giù quel muro; non vedete che vi limita e vi toglie spazio? Via, più aria, più libertà”. Furono ascoltati e il muro fu abbattuto. Ma, ora, se andate all’isola, trovate i ragazzi scontenti: non c’è più la sicurezza di prima, ogni tanto il pallone casca in mare, si perde tempo a ripescarlo, talora le onde lo portano con sé. “Via il Papa, dicono alcuni, esso vi limita! Più aria, più libertà!”. Le conseguenze stanno sotto i nostri occhi: senza il Papa, manca il punto certo di riferimento, si intrufolano altri a fare da papa e l’insicurezza, i dubbi, le confusioni diventano grandi.

Cosa succede quando uno sta allo specchio?
     Che scopre macchie e difetti sui capelli, sul viso, nel vestito e vi mette rimedio. Anche la Chiesa, confrontandosi nello specchio del Vangelo, scopre in sé difetti e deve rimediare. La concezione essenziale e le strutture fondamentali della Chiesa sono a posto. Su di esse ha vigilato il Signore stesso. Qui non sono necessarie e possibili riforme. Nelle persone invece, anche le più rappresentative della Chiesa, ci possono essere difetti e mancanze che vanno tolte, come vanno tolte certe sovrastrutture addossate alla Chiesa nei secoli passati; allora esse erano forse utili, oggi si svelano ingombranti. David si trovò impacciato e quasi penalizzato quando lo rivestirono della pesante armatura di Saul, se volle riavere la sua agilità e libertà di movimenti dovette deporre quella armatura.

E quale il nostro posto nella Chiesa?
     Ora vi racconto questa storiella, che però può avere un buon insegnamento. Qualche volta i vescovi, i parroci, dicono: Abbiamo bisogno che ci diate una mano, ci troviamo soli, aiutateci anche in cose che di per sé sarebbero di nostra competenza. Allora i laici hanno bisogno di una chiamata, di un mandato speciale, in qualche maniera. Invece molte altre volte, senza essere chiamati, i laici hanno già il loro compito preciso, che non è il nostro. Bisogna avere tanta fiducia nelle nostre prediche, però io non ne ho molta nelle mie. Quante volte predico, per esempio sui doveri del matrimonio, ma mi ascoltano poco. Invece ho visto in certe parrocchie dei giovani sposi, carichi di figlioli. Ma come fate? Rispondono: Abbiamo sì dieci pesi, ma abbiamo anche dieci figlioli. Allora vivete male? No, ho rinunciato anche alle sigarette, perché uno studia, l’altro vuole... Fa un’impressione enorme. Finché vado io a predicare, dicono: Lui mica è sposato. Cosa sa delle nostre cose? Ha un bel predicare! Ma quando vedono un laico, un giovane sposo affrontare tutti i sacrifici, anche le derisioni, perché ad ogni nuovo figlio che capita lo prendono in giro e lui tira avanti imperterrito... Quello fa una cosa che noi non potremo mai fare: è un buon esempio, è una testimonianza che noi mai potremo dare. L’anno in cui è morto il Card. Tardini - me lo ricordo perché sono andato ai funerali - sono morti anche il Card. Canali e il Card. Van Roey; tre cardinali uno dopo l’altro. Naturalmente ci hanno fatto la storiella. Sono arrivati in paradiso tutti e tre. S. Pietro era tutto preso: Eminenze di qua, Eminenze di là, prego, s’accomodino! Adesso non ho tempo, ma torno subito. Intanto, ecco, ci sono queste belle poltrone, si siedano qui. I tre cardinali si sono accomodati in paziente attesa. Aspetta, aspetta, ma non torna più questo benedetto San Pietro? Nel frattempo arriva una signorina, ossigenata, bellina, curata, di quelle moderne. Come per incanto riappare San Pietro, pronto, premuroso: Oh, signorina, prego, s’accomodi entri pure subito... il suo posto in paradiso è già pronto. La ragazza entra in paradiso senza fare neppure un istante di anticamera. Canali, Tardini e Van Roey si guardano perplessi: sembra che la porpora conti poco quassù. E tutte le prediche che abbiamo fatto, e tutto il resto? Qui fanno passare prima di noi una ragazza. Si sono alzati in piedi tutti e tre, anche un po’ agitati. Poi si sono detti: Pazienza, aspettiamo ancora... ma San Pietro dovrà darci delle spiegazioni. E infatti San Pietro arriva finalmente e comincia a occuparsi anche di loro: stiano calmi, per carità, adesso spiego tutto, è una cosa semplicissima. Voi avete predicato, avete scritto dei libri, ecc. Questa ragazza è figlia di un industriale: suo padre le ha comperato una Mercedes e così ha girato, ha scorrazzato per tutta l’Italia. Era un po’ pazza, tant’è vero che ha avuto un grosso incidente e c’è rimasta secca sul colpo. Vedendola passare velocissima, la gente si metteva lungo le siepi e poi vedendola morta, non vi dico che impressione ha avuto, quanto si sono spaventati. E voi non potete immaginare quanti atti di dolore e quanta paura dell’inferno ha suscitato: più di tutte le vostre prediche e dei vostri libri. Per questo ho dovuto darle la precedenza. Cari ragazzi, questa è una storiella, si capisce, ma bisogna aver fiducia anche in ciò che possono fare i laici. Anche loro, voi ragazzi, avete il vostro posto nella Chiesa. Amate la vostra comunità e stateci dentro volentieri, incominciando voi per primi ad assomigliare di più a Gesù Cristo».

Taffarel don Francesco


Autorevolissimo
riconoscimento

il vescovo emerito Maffeo Ducoli    Sabato 19 luglio u.s. nel salone di rappresentanza della Prefettura di Belluno, il Vescovo Emerito di Belluno-Feltre e fondatore del Centro Papa Luciani, è stato insignito dell’altissima onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine “Al Merito delle Repubblica Italiana”, conferitogli con decreto del Presidente della Repubblica il 27 dicembre 2007. È un autorevolissimo riconoscimento del vasto ed instancabile impegno sociale che ha caratterizzato e continua a caratterizzare il suo servizio pastorale. Vivissime ed affettuose congratulazioni.


Il cardinale Bernardin Gantin
contentissimo
dell’elezione di papa Luciani

Il cardinale Bernardin Gantin con don Brunone e lo zio mons. Aldo Roma davanti alla canonica e in una delle visite alla comunità come cittadino onorario di Piombino Dese.   L’ho sempre apprezzato come un grande testimone della Chiesa Africana, dotato di grande umanità, di spiccata umiltà e di intenso spessore spirituale. L’ho incontrato la prima volta il 3 dicembre 1978 a Piombino Dese (PD) dove è arciprete mio zio don Aldo Roma. Era venuto a sostituire il card.Albino Luciani che doveva essere a Piombino proprio nei giorni in cui è stato fatto papa a Roma. Originario del Benin, tutti lo pensavano come il possibile “papa nero” essendo già nel 1956 a 34 anni uno dei vescovi più giovani del mondo, nominato da Pio XII.
    
Nel 1971 aiutava Paolo VI nella Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, nel 1976 è presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace e sei mesi dopo è creato cardinale. Giovanni Paolo I lo nomina presidente del Consiglio Cor Unum, unica nomina del suo pontificato ed è uno degli ultimi cardinali a parlargli per circa 45 minuti il 28 settembre 1978. Di papa Luciani diceva: “È stato un uomo che merita di essere proposto come modello ed esempio di adesione totale alla volontà di Dio. La brevità non impedisce la fecondità”.
    
Gantin ha partecipato al Concilio Vaticano II dove ha conosciuto anche Giovanni Paolo II che nel 1994 lo nomina alla guida della Congregazione per i vescovi dove era sottosegretario mons. Silvio Padoin che consacrò lui stesso vescovo a Pozzuoli, come consacrò il nostro vescovo mons. Alfredo Magarotto a Chioggia.
     
Ricordo pure la domenica nella quale mons. Paolo Magnani vescovo di Treviso e mons. Eugenio Ravignani vescovo di Vittorio Veneto vennero a salutare il Cardinale in canonica a Piombino Dese dallo zio don Aldo in occasione della traslazione della salma di mons. Dal Colle, arciprete di Piombino nella tomba in chiesa. Non dimenticherò mai il giorno in cui a Negrisia di Ponte di Piave fu ospite dei miei nonni, ero appena stato consacrato diacono il 19 giugno del 1983 e cenai a tavola al suo fianco con trepidazione. Mi chiese di fargli pervenire l’invito della mia ordinazione sacerdotale e proprio in questi giorni ho ritrovato il biglietto augurale che mi spedì in occasione della mia consacrazione il 7 dicembre 1983 con queste belle parole:

Carissimo don Brunone, alla vigilia della Sua Ordinazione sacerdotale sono lietissimo di essere spiritualmente vicino a Lei con i miei affettuosi e fervidi auguri. Offrirò la S. Eucaristia per le sue intenzioni nel momento in cui, il 7 dicembre Lei riceverà il dono ineffabile della grazia e della dignità sacerdotale. Mi associo fin d’ora alla gioia e alla gratitudine della sua famiglia. Conservo un ricordo grato e fedele della mia visita e del nostro incontro a casa dei suoi nonni. La sua ordinazione è una benedizione per loro. Il mio grandissimo amico, don Aldo, suo zio, con cui parlerò al telefono prima del 7 dicembre, le dirà la mia profonda e spirituale comunione. Rinnovo, carissimo don Brunone i miei fervidi e cordiali auguri, “ad faustos et multos annos!”.

    Dal 24 maggio del 1981, il Cardinale è cittadino onorario di Piombino Dese. Un pregevole calice a lui regalato dalla Parrocchia di Piombino Dese e portato da lui stesso personalmente a Giovanni Paolo II, fu dal papa donato al card. Glemp di Varsavia per la chiesa di san Stanislao Kostka che fu parrocchia del martire polacco Padre Popieluszko.
    
Il cardinale Gantin l’ho incontrato anche a Col Cumano nel 10o anniversario della morte di papa Luciani nel 1988, quando ero cappellano a Lentiai e a Canale d’Agordo concelebrai con lui quando disse nell’omelia di aver conosciuto la bella terra veneta tramite mio zio don Aldo e la sua parrocchia. Al compimento degli 80 anni diventa il decano emerito del sacro Collegio, umilmente il dicembre 2002 era tornato nella sua terra africana in Benin e al suo posto, decano diviene il card. Joseph Ratzinger. Era presente ai funerali di Giovanni Paolo II nel 2005 e alle riunioni preparatorie del Conclave, non al Conclave per ragioni di età. Benedetto XVI l’aveva ricevuto nei primi giorni del suo Pontificato. Il Cardinale Gantin è morto a Parigi a 86 anni il 13 maggio, giorno della Madonna di Fatima e dell’attentato a Giovanni Paolo II. Riposerà nella sua terra del Benin.
    
Si sentiva spesso al telefono con mio zio don Aldo, l’ultima volta il giorno di Pasqua e ripetutamente aveva visitato Piombino. Ora in Paradiso, guarderà dalla finestra con Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II e veglierà sulla Chiesa che ha servito con un grande cuore missionario.

don Brunone



Carlo De Foucauld
dagli scritti giovanili di don Albino Lucinai

Carlo De Foucauld   Confessionale dell’abate Huvelin. A Parigi, ottobre 1887. Si presenta un giovane signore che non si inginocchia, ma si china soltanto e dice: «Signor abate, io sono senza fede; vengo perché m’istruiate».
    
L’abate lo guarda: «Mettetevi in ginocchio e confessatevi; crederete». «Ma io non sono venuto per questo». «In ginocchio!».
   
È dolce la voce dell’abate, e ferma. Il giovane sente che l’umiliarsi è per lui mezzo a ritrovare la fede. S’inginocchia e fa la confessione della sua vita. Quando si rialza per uscire, l’abate lo richiama: «Siete ancora digiuno?».
«Sì».
«Andate anche alla comunione ». Fu così che il visconte de Foucauld dopo tredici anni di incredulità ritornò alla fede e si incamminò al sacerdozio. Ma chi avrebbe mai pensato che tra le pieghe di quell’anima il Signore avesse deposto il seme di una vocazione ecclesiastica? Ricchissimo, privo di genitori a sei anni, con un nonno che cercava solo di accontentarlo in tutto, Carlo de Foucauld era venuto su senza controllo. A quattordici anni, l’età delle passioni, l’età che decide, egli era libero di gettarsi in una folla di letture e perdeva la fede. Uscendo dal liceo, oltre le impressioni delle sue letture, non portava con sé che due cose: una grande passione ai classici greci e latini e la volontà di godere la giovinezza e le ricchezze. Troppo poco per affrontare la vita a diciassette anni! Troppo poco anche per soddisfare alle esigenze dell’accademia militare di Saint-Cyr alla quale si iscrisse. Egli, intelligentissimo, in mezzo ai suoi compagni - ce n’erano che dovevano diventare famosi, come Pétain, Laperrine e altri - fa la figura dell’effeminato e del fannullone. «Intelligente - dicono i registri di scuola - ma trascurato; spirito poco militare; distinto, ma di testa leggera; non pensa che a divertirsi ». Difatti, conduceva la bella vita. A febbraio, non ha ancora tagliato le carte dei testi di scuola. Si fa allontanare dal collegio. Veste con estrema ricercatezza, fuma solo sigarette di alta marca, profonde mance da lord e gioca forti somme. Un consiglio di famiglia gli è imposto per sorvegliare le spese. Non cambia sistema neanche quando è inviato col suo reggimento ad Algeri, perché, poco dopo lo sbarco, un ordine del ministero della guerra lo radia dal quadro degli ufficiali pei seguenti motivi: indisciplina e cattiva condotta. Tutt’altro che vocazione ecclesiastica! Ma ecco un avvenimento: il marabutto Bou-Amanà predica la guerra santa contro i francesi e solleva mezza Algeria. Il reggimento di de Foucauld è tra i primi a fronteggiare l’insurrezione. E lui deve starsene inoperoso, mentre i suoi compagni si batteranno e copriranno di gloria! Non può sopportarlo, e per la prima volta si umilia, domandando di rientrare in servizio a qualunque condizione! È riammesso al grado. E allora si vede un de Foucauld nuovo, insospettato, impastato di coraggio, di sangue freddo, idolo dei suoi soldati, capace di sacrifici frequenti, fatti col sorriso sul labbro, col cuore in mano. L’ambiente eroico lo ha scosso e ha rivelato la sua natura ricca e generosa. Primo colpo di timone col quale Dio orienta al sacerdozio quell’anima. Il secondo colpo viene dopo. Il mondo arabo con cui la guerra lo ha messo a contatto, lo interessa fortemente. Chissà quali segreti e quali bellezze racchiude?
    
Lo attira specialmente il Marocco, dagli immensi piani allora inesplorati. Sente in sé la vocazione del viaggiatore. Non esita un istante: dà le dimissioni da ufficiale; si chiude nelle biblioteche passandovi giornate intere ad apprendere l’arabo e a fissare dei piani. Quando tutto è pronto, parte. Con un servo e due mule, vestito che sembra un giudeo del Marocco, dormendo il più delle volte all’aperto, passa di tribù in tribù, prendendo contatti coi capi, facendo osservazioni e appunti. Nessun pericolo lo intimidisce, nessuna difficoltà lo arresta. Dopo undici mesi è di nuovo ad Algeri e pubblica la relazione del suo viaggio, le sue note geografiche, militari e politiche, riempiendo la Francia di stupore e ammirazione. Mentre il suo nome è sulla bocca di tutti viene a Parigi. Ma l’aspetta qui il Signore. Solo sulle sabbie del Marocco, egli aveva riflettuto sulla religione. Adesso, poi, si sente inquieto; invidia coloro che hanno la fede; la desidera, la cerca, e la ritrova ai piedi del sacerdote.
    
E dopo pochi anni è sacerdote anche lui, e torna nel Marocco diventando missionario e martire là dove prima era passato esploratore. Ho sotto gli occhi due ritratti di de Foucauld: l’allievo ufficiale di Saint-Cyr e il missionario.
    
Il viso dell’ufficiale non dice quasi niente: rotondo, grasso, non ha un’espressione; gli occhi infossati nell’orbita, sembrano più piccoli causa il grasso che li preme; le labbra poco pronunciate, indolenti, sono labbra che gustano, ma che parlano poco e comandano niente. Sul viso del missionario, i tratti rivelano decisione ed energia; il sorriso esprime amor di Dio, gli occhi splendono.
    
Si pensa a s. Francesco d’Assisi e a s. Ignazio. Come si spiega che due ritratti così dissimili appartengano alla stessa persona? Si spiega così: la grazia della vocazione ha trasformato quella persona; ha impresso un sigillo sul suo volto, gli ha dato il significato di un vessillo, la potenza di un canto!
    
E quanti giovani diverrebbero vessillo e canto nella chiesa di Dio, se non lasciassero passare la voce del Signore che li chiama!

da “Amici del Seminario
Gregoriano”, giugno-ottobre
1941, pp. 3-4

 

Verso la Beatificazione
Firmato il decreto
“de validitate” e nominato
il relatore della “positio”

Padre Cristoforo Bove.    Il 27 giugno è stato firmato dalla Congregazione delle cause dei santi il decreto di validità sugli atti dell’inchiesta diocesana sulla beatificazione di papa Luciani (si tratta, secondo la terminologia canonica, del decretum de validitate, circa la validità degli atti dell’inchiesta diocesana).
    
L’inchiesta diocesana, svoltasi eccezionalmente a Belluno- Feltre anziché a Roma (di solito l’inchiesta si svolge nel luogo dove è morto il Servo di Dio) era stata in corso dal 2003 al 2006: erano stati ascoltati a Belluno, Venezia e Roma 170 testimoni in 203 sessioni.
     
La causa aveva comportato anche la nomina di un collegio di periti e teologi, che avevano espresso un parere sugli scritti editi del servo di Dio, e il lavoro di una commissione storica che ha reperito tutti i documenti inediti sulla vita e l’opera di papa Luciani e ha stilato un profilo spirituale e pastorale sulla sua vita. Contemporaneamente al decretum de validitate è stato nominato dalla Congregazione per le cause dei santi il relatore in questa fase del processo: il relatore è padre Cristoforo Bove, dell’ordine dei francescani minori conventuali. «Per usare un paragone, il relatore - dice il vicepostulatore della causa di Giovanni Paolo I, monsignor Giorgio Lise - ha in questo momento un compito simile al relatore di una tesi di laurea: seguire l’iter della preparazione della positio e quindi, di fronte alla plenaria della Congregazione delle cause dei santi, costituita da Cardinali e Vescovi e Officiali della Congregazione, presentare all’esame la stessa positio, uno studio critico di quanto è emerso dall’istruttoria e dalla commissione storica, da cui devono emergere le prove che il Servo di Dio ha esercitato in maniera eroica le virtù cristiane».
    
Nella nomina di padre Bove, firmata dal cardinale Saraiva Martins, è anche nominata esplicitamente la collaboratrice nella redazione della positio: è la dottoressa Stefania Falasca, di Roma, giornalista che collabora con il mensile “30 giorni”: è l’autrice del recente libro “Mio fratello Albino” intessuto sui ricordi di Antonia Luciani.
    
Padre Bove invece, classe 1948, è originario della provincia di Napoli: docente di storia della chiesa alla Pontificia università gregoriana e al Pontificio istituto antoniano, è stato il relatore della causa di beatificazione e canonizzazione di padre Pio da Pietrelcina e di altri servi di Dio, come il francescano cardinale Massaia, missionario in Africa.
    
Dal Vaticano giunge anche la notizia che il postulatore della causa, il salesiano don Enrico Dal Covolo, è stato invitato in Puglia alla chiusura del processo sul miracolo attribuito all’intercessione di papa Luciani: questo miracolo, come è noto, riguarda la guarigione da linfoma maligno di un fedele pugliese. «Il processo - racconta ancora monsignor Lise - si è chiuso in maggio nella diocesi di Altamura- Gravina-Acquaviva delle Fonti, dove risiede quest’uomo guarito dal cancro. Anche in questo caso sono stati molti i testimoni ascoltati, oltre ad esaminare la documentazione medica». Come si svolgerà la chiusura del processo sul miracolo?
«A settembre - risponde monsignor Lise - tutta la documentazione raccolta verrà sigillata di fronte al Vescovo di quella diocesi, monsignor Mario Paciello, e ai testimoni e quindi inviata a Roma.
    
La chiusura si svolgerà sulla falsariga di quanto si è svolto in Basilica Cattedrale di Belluno il 10 novembre 2006. Anche sul processo sul miracolo la Congregazione dovrà pronunciarsi circa la validità».

Padre Venanzio: in Luciani, semplicità e sapienza

  

Il Centro ha ospitato una serata musicale con la presenza della Schola Cantorum di Santa Giustina e del coro russo “I cosacchi del Don”.   È morto il 17 giugno scorso padre Venanzio Renier, quasi centenario, figura di spicco dei Padri Cappuccini veneti. Egli è stato per moltissimi anni collaboratore del card. Luciani nel Tribunale Ecclesiastico Regionale Triveneto. Mi è giunto un suo scritto che contiene alcuni ricordi del loro rapporto: mi pare bello renderne partecipi i lettori di Humilitas, per ché sono testimonianze che, ancora una volta, ci aiutano a comprendere la figura del nostro “Don Albino”.

Quando stavo a Venezia in veste di presidente del Tribunale ecclesiastico triveneto, per quasi cinque anni ebbi molte occasioni di parlare con lui. Ogni volta, la sua prima domanda era: “Cos’ha di bello da dirmi il padre?”. Replicavo: “Eminenza, le solite firme, perché lei è il supremo moderatore del Tribunale”. Seguivano colloqui di vario genere. Nel periodo in cui scriveva gli articoli dal titolo “Illustrissimi”, per il Messaggero di Sant’Antonio, gli facevo sincere congratulazioni perché mi piacevano molto. Il Patriarca si confidò: “La mia passione è scrivere. Se il Signore non mi avesse chiamato, avrei fatto il giornalista. Scrivo anche per tenermi allenato. Se non lo faccio per qualche mese la penna mi diventa pesante. Ho regalato tutti i miei libri alla biblioteca del Seminario Gregoriano di Belluno: quasi mi dispiace, perché in quelli avevo sottolineato tante cose che oggi mi sarebbero utili per gli articoli.

Qualcuno mi critica perché collaboro ad una rivista: ma il Messaggero è letto da milioni di persone. L’apostolato della stampa è vastissimo, più della predicazione”. Una volta mi azzardai di dirgli che alcuni veneziani non vedevano volentieri che il Patriarca si aggirasse in piazza San Marco, tra la gente e senza cappello. Lui sorrise divertito. E pensare che avrebbe portato quello stile di semplicità e democrazia anche in più alta sede! Soggiunse: “Quando nei primi mesi andavo all’Ospedale Civile o a Sacca Sessola per visitare gli ammalati, i medici e le suore sospendevano il lavoro per accompagnarmi. Dovetti dire: “Care suore e bravi medici, avete tanto lavoro, per favore ritornate al vostro posto; io so camminare da solo”. E continuava ad andar spessissimo a visitare gli infermi, specialmente sacerdoti. Più di qualche volta mi interrogava: “Come sta padre Liberale?”, (che nel frattempo era stato trasferito a Bassano del Grappa come formatore dei novizi cappuccini). Dimostrava tutto il suo affetto e riconoscenza per il suo vecchio padre spirituale.

Il Concilio Vaticano II
Una mattina, si parlava del Concilio: della ricchezza dei suoi insegnamenti e della meravigliosa convergenza dei Padri conciliari che, partendo talvolta da opinioni opposte, avevano finito con approvare i testi definitivi a larghissima maggioranza. Ciò per merito dei Papi Giovanni XXIII e Paolo VI ma, soprattutto, dello Spirito Santo che illumina e guida la sua Chiesa. Il Patriarca mi espresse la sua soddisfazione per aver trovato anche la conferma del suo insegnamento teologico-pastorale da giovane quando, molto spesso, aveva sostenuto che bisognava dare eguale importanza e, se necessario, anche maggiore, alla catechesi e istruzione che all’amministrazione dei sacramenti della Confessione e Comunione. “Qualcuno mi aveva giudicato innovatore (forse pericoloso), ma il Concilio, con la “Dei Verbum” mi dà ragione”. È la parola di Dio, ascoltata e assimilata, che genera e rafforza la fede; questa, a sua volta, rende efficace e fruttuoso il sacramento ricevuto e, inoltre, assicura la costanza. Se l’istruzione è scarsa e difettosa, si corre il pericolo di accostarsi ai sacramenti solo per consuetudine, quasi meccanicamente. Può succedere, anzi avviene, che più di qualcuno che nel proprio paese sembrava tanto pio, andando all’estero abbandoni ogni pratica religiosa.

Altrettanto avviene per l’assistenza alla santa Messa. La si apprezza e si ama solo con una buona evangelizzazione, e non ripetendo che si commette peccato per la trasgressione di un precetto della Chiesa.

Sac. Giorgio Lise
Vice Postulatore

La Chiesa...
questa sconosciuta? (3)


   Nell’anno paolino, mi piace offrire qualche spunto di riflessione sulla Chiesa partendo proprio da quanto ci dice l’Apostolo.
    
In particolare nella Lettera ai Galati. San Paolo raffronta la Gerusalemme storica alla “Gerusalemme dell’alto”, cioè alla Gerusalemme messianica, libera e universale, di cui aveva parlato il profeta Isaia: “Alla fine dei giorni il monte del tempio del Signore... sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti” (Is 2,2). In questa “Gerusalemme dell’alto” egli vede, contrapposto all’Israele secondo la carne, l’Israele di Dio, cioè la Chiesa; e di essa dice: “È la nostra madre” (Gal 4,26).
    
Questa frase costituisce il piccolo seme fecondo di un’idea che si andrà successivamente sviluppando nella coscienza cristiana, quello della “maternità” della Chiesa.
    
Già ho accennato a questa “maternità” della Chiesa nel primo articolo. Vorrei però ora approfondire la riflessione.
    
E mi chiedo: che cosa significa, di là dalla raffigurazione, che la Chiesa è madre? Un primo tentativo di dare un contenuto al termine “madre” è fatto dal Concilio Vaticano II, là dove parla di Maria come il “tipo” della Chiesa, e dice che la Chiesa, a somiglianza della Vergine, “diventa anch’essa madre: infatti con la predicazione e col battesimo genera a vita nuova e immortale i figli concepiti dallo Spirito Santo e nati da Dio” (LG 64).
    
Vale a dire: gli uomini diventano figli di Dio in virtù della divina parola accolta nella fede e nel rito battesimale; poiché è la Chiesa ad annunciare la parola e a battezzare, si istituisce un rapporto d’origine dell’uomo rigenerato dalla Chiesa rigenerante. Questa dottrina implica che la Chiesa non sia solo “serva” e custode della parola di Dio, ma che ne sia compenetrata, sicché la parola divenga qualcosa di veramente suo, e suppone anche che ci sia una vera azione della Chiesa nei sacramenti e non un rapporto puramente esterno. In secondo luogo, chiamare la Chiesa madre significa esprimere la convinzione che nessuno si mette in contatto col Salvatore senza la mediazione di una realtà di comunione tra gli uomini e in Cristo, che è preesistente a ogni singolo uomo. Sicché la stessa vita di fede, di speranza, di carità, non arrivano all’uomo singolo se non in quanto sono in antecedenza posseduti dalla Chiesa.
    
Cristo stesso è per me un essere vivo e operante - e non soltanto un importante e defunto personaggio della storia - solo in quanto è presente e attivo in questa comunione ecclesiale che mi precede e alla quale anch’io mi apro.
    
Nessun uomo trova la norma della propria fede e del proprio essere cristiano dentro di sé, ma nella fede e nella vita della Chiesa. Questo vale per tutti, dal papa al più oscuro dei credenti: nessuno è iniziatore del cristianesimo, ma ognuno è “erede”, “figlio” della vita cristiana già posseduta dalla Chiesa. Allo stesso modo nessun uomo rinnovato è estraneo all’opera di rinnovazione dei suoi fratelli e del mondo. Questo è un principio universale, che investe tutta la vita cristiana.
    
La mia fede è sorretta dalla fede dei miei fratelli e la sorregge; la mia speranza e la mia carità sono alimentate dalla speranza e dalla carità di tutto il popolo di Dio, e l’alimentano. La mia purificazione si avvale della sofferenza e della penitenza degli altri, così come “io completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24). Il discorso vale anche per l’azione sacramentale, che trova la sua massima espressione nell’eucaristia.
    
Se quanto s’è detto ha qualche valore, allora è chiaro quale sia l’ideale di ogni credente: quello di diventare sempre più “figlio” della Chiesa e quello di esprimere sempre più intensamente nella propria vita la maternità della Chiesa nei confronti dei fratelli. Potremmo anche dire che il nostro programma è, in una parola, di farci sempre più “Chiesa”, sia nel senso di lasciarci sempre più perfettamente avvolgere e compenetrare dall’azione rinnovatrice e santificatrice dello Spirito, sia nel senso di partecipare sempre più personalmente e decisamente al rinnovamento e alla santificazione di ogni uomo.

Don Giorgio
3 - continua

 

IO CONTINUO
A DISTURBARE LA GENTE

All’«Angelus» della sua ultima domenica. «L’amore sarà sempre vittorioso, l’amore può tutto».   Stamattina è la terza udienza, prima con quelli di Vittorio Veneto, poi quelli di Venezia, adesso quelli di Belluno, ma vi assicuro che questa è la volta in cui mi sento più commosso. Ringrazio il vescovo per le parole che ha detto; ringrazio voi per le offerte che mi fate per i poveri. Ho già dato un’occhiata a questa adunanza. Vedo i miei parenti; essi mi ricordano Canale, dove sono stato ragazzo: spero che i miei coetanei non vadano a far propaganda contraria al papa...! Ho visto che hanno dissepolto dalle soffitte perfino i miei compiti di quarta elementare... manco male, ma non per favore, i voti in condotta....
    
Farebbero poco onore a me ma anche a voialtri. È stato ricordato dai giornali, anche troppo forse, che la mia famiglia era povera. Posso confermarvi che durante l’anno dell’invasione ho patito veramente la fame, e anche dopo; almeno sarò capace di capire i problemi di chi ha fame! A Canale, oltre ai miei cari genitori, m’hanno aiutato molto i sacerdoti, specialmente il parroco. E io vedo qui parecchi parroci. Se avete notato, nel primo messaggio del nuovo papa c’è una riga espressamente per i parroci che sono in cura d’anime. I vescovi possono essere molto bravi, ma se non ci sono i parroci che aiutano i vescovi, non salta fuori niente. La chiesa ha bisogno soprattutto di bravi pastori d’anime, che abbiano buon senso, criterio, soprattutto che preghino. Noi abbiamo bisogno di preghiere. Se la gente vede che il sacerdote veramente prega, veramente aiuta il Signore, allora questa è una testimonianza che attira tanti altri.
    
Guardando sempre: c’è don Mario Carlin, c’è don Domenico; non siete con gli emigranti? Il bello è che il 10 settembre io dovevo andare con gli emigranti; pieno di buona volontà, ma come si fa? Il Signore mi ha incanalato per un’altra strada. È un problema che dura ancora nella diocesi di Belluno; partono ancora, quindi fate un po’ qualche pensiero, pregate per queste famiglie, che del resto si fanno molto onore. Quando ero al concilio parlavo con il vescovo svizzero di S. Gallo e diceva: “O se tutti gli emigranti, fossero come quelli della provincia di Belluno tutti andremmo molto bene, perché non sono tutti eguali”; diceva purtroppo. Questo vuol dire che vanno, lavorano, si fanno onore e fanno onore anche alla provincia, al paese da cui sono partiti. Vedo anche don Angelo là, vecchio collega dopo essere stato scolaro e scrive sui giornali del papa: “massa”. Don Angelo, mi hai fatto venire in mente quello che tu sai; a Belluno abbiamo avuto un altro papa, Gregorio XVI, che prima era stato monaco camaldolese a Venezia e aveva scritto un libro intitolato: “Trionfo della Santa Sede”, ai tempi di Napoleone; poi l’han fatto papa; allora hanno ristampato il libro e lui modestamente diceva: “Un libro di cui nessuno si era accorto; adesso che m’han fatto papa tutti parlano del libro”.
     
Qualcosa di questo genere tocca anche a me, indubbiamente. Non credete a tutte le lodi che mi fanno. Io sono stato a Belluno. Quando m’han fatto vescovo ho detto a mons. Muccin: “Non posso accettare, non ho voce, non sono predicatore”; difatti non predicavo quasi mai. Poi è bastato che mi facessero vescovo, sono andato a Vittorio Veneto, predicavo con la mitra in testa e “uh, che prediche fa questo vescovo!”. Anche oggi: “Sta’ attento, le lodi sono esagerate; per questo hai bisogno che preghino per te”. Questo è veramente una forza, un aiuto, più che le lodi sul giornale; il vero aiuto è la preghiera e veramente io credo all’aiuto del Signore. Si serve di poche persone umili; fa lui le cose grandi; noialtri, poveretti, possiamo far molto poco. Vedo il parroco del mio paese e quello di Falcade. Vecchi amici... son stato a predicare perfino in una piccola missione; voi tutti avete un po’ esagerato però, don Rinaldo! Vedo don Luigi De Cet: ma t’han fatto monsignore, però, adesso! Don Ottorino, rettore del seminario... io non son neanche arrivato a rettore, solo vicerettore...! Lui m’ha passato via.
    
Don Giuseppe Andrich: come sta il papà? Me lo saluti, e tutta la famiglia. Era chierichetto al mio paese; mai avrei immaginato che diventasse arciprete della cattedrale. Si vede che il Signore... Mons. Candeago, che abbiamo snidato da S. Stefano, è venuto giù in seminario non solo a fare il professore, ma l’economo; durante l’anno di guerra se abbiamo mangiato abbastanza bene in seminario, tutto il merito era suo; veramente: perfino ha portato un forno elettrico per fare il pane in casa; era in “fraude legis”, veramente...! Don Lorenzo è stato troppo bravo. Leggo sempre “L’Amico del Popolo”. Anche lì avete un po’ esagerato per me; troppo onore; non pagava la spesa... E dopo vedo i sindaci. Non so: quello di Canale?...
    
Ah ecco qua; anche lui l’ho visto ragazzino, piccolino piccolino; adesso è ingigantito, è diventato grande, rappresenta il paese. Son stato prima salutato dal sindaco di Venezia e m’ha dato, quello di Venezia, un diploma di buona condotta civile. Quello di Canale non può far altrettanto perché ormai non sono più cittadino. Vedo quello di Agordo, Da Roit, vecchio alpinista, ma io l’ho conosciuto quando ero cappellano; ma ci siam visti anche l’altro giorno per la chiesa, ci siamo visti in canonica. Gli altri non li conosco, penso che siate tutti sindaci dell’Agordino... Viva l’Agordino, una terra povera, ma però di buona gente; non perché io sono agordino, ma veramente gente onesta. Io avevo tanti villeggianti di Venezia che venivano su a Caviola, a Falcade e mi dicevano: “Ma che buona gente avete su di là”; dicevo: “Beh, sono contento che diciate così e son persuaso... ringraziamo il Signore”. Vedo Colleselli, con la signora, mi pare, saluti anche ai vostri figlioli, tutti quanti. Non posso salutare tutti; ma ecco Susanetto: sei ancora vivo?
    
Susanetto vuol dire Feltre; io devo pur leggere i giornali in questi giorni; non per curiosità e ho visto l’intervista di don Giulio Gaio: oh...; fate il piacere: portate la mia benedizione, i miei saluti; ha novanta anni e ancora si ricorda di me. Io posso dire che veramente m’ha incoraggiato; son stato nel seminario di Feltre cinque anni; ho avuto qualche lode, qualche castigo, però meritato, intendiamoci, meritato. Però quello che m’ha fatto più bene è stato l’incoraggiamento di don Gaio. Mi diceva: “Tu sai scrivere. Sforzati”. Ci faceva fare il giornalino di classe e dava a me la parte direzionale; così sono spuntato giornalista in quegli anni. Bisogna davvero dire che m’ha aiutato; essendo piuttosto timido di natura, se non c’era questa spinta, forse non avrei fatto un po’ di bene. E credo che questo sia un incoraggiamento per tutte le mamme qui presenti e per i papà.
    
Certo che una buona mamma, un papà devono correggere i loro bambini se sbagliano; ma anche coi piccoli giova molto incoraggiarli quando hanno fatto qualche cosa di bene. Mi ricordo di aver letto in un libro dei fratelli delle scuole cristiane che c’era un direttore di collegio, e una mattina era suonato il campanello; tutti erano entrati in classe, quando ha visto di corsa venire un ragazzetto che, veduto a terra un berretto, lo ha preso, l’ha messo sull’attaccapanni ed è entrato in classe. Il direttore: “Ragazzi, un minuto fa, fuori della porta, uno di voi ha preso il berretto e l’ha messo sull’attaccapanni. Chi è stato?”. Tutti si guardavano; lui è diventato rosso ed ha detto: “Sono stato io”, ed io ho chiesto: “Ma era tuo il berretto?”. “Signor direttore, non credevo di fare male”. Io ho detto: “Bravo, sei proprio un bravo ragazzo, io son venuto qua per dire apposta davanti a tutti che così mi piacciono i ragazzi”. Da quel giorno, aggiunge il direttore, se c’era un berretto a terra, c’eran venti ragazzi...
     
Questo per dire che la gente ha tanto bisogno di incoraggiamento. Io prima di essere papa ho avvicinato vescovi e cardinali. Sapete che anche tra i cardinali c’è gente che alle volte ha bisogno di sentirsi incoraggiare (“ho fatto bene, ho fatto male?”) di sentirsi dire: “Hai fatto bene”. Diteglielo! Non è superbia; c’è della gente che ha bisogno di un po’ d’incoraggiamento, specialmente i genitori, gli educatori. Adesso finisco, se no faccio una predica. Mi raccomando don Giulio, Susanetto, e anche don Virgilio; ho visto che anche lui ha voluto fare un “pitafio”, diciamo così; troppa lode! Io continuo a disturbar la gente in questa maniera! Portategli i saluti e la benedizione del nuovo papa. E a tutti i sacerdoti e le famiglie delle due diocesi; ho ricordato mons. Zanin che qui è molto ricordato essendo stato nunzio in Argentina. Auguri per le diocesi, il seminario, il vescovo, per tutti. E adesso vi do la benedizione.


 

 

Come sarà ricordato
trent’anni dopo

  

Papa LucianiA ROMA
Domenica 28 settembre alle ore 10,30 all’Altare della Cattedra, nella Basilica di San Pietro, il vescovo di Belluno-Feltre mons. Giuseppe Andrich celebrerà la S. Messa con numerosi pellegrini della Diocesi, nell’anniversario della improvvisa morte del “Papa del sorriso”.

A CANALE D’AGORDO
26 AGOSTO: nel trentennale della elezione di papa Luciani, la S. Messa solenne delle 16 verrà presieduta dal card. Angelo Scola, Patriarca di Venezia e concelebrata da tutti i Vescovi del Triverneto.

28 SETTEMBRE: la santa Messa di suffragio delle ore 18.30, nel trentesimo della morte, verrà presieduta dal vescovo Magee, vescovo di Cloyne in Irlanda che era nel 1978 segretario particolare di papa Luciani e fu il primo ad accertare l’amara sorpresa della improvvisa morte del Papa. Per ricordare il trentennale della elezione di papa Luciani ed il cinquantesimo anniversario della sua consacrazione episcopale, l’apposito Comitato ha deciso di realizzare un percorso di Via Crucis nel tratto che da piazza papa Luciani, attraverso via Cavallera, porta al vecchio campo sportivo, in direzione di Caviola. Scopo dell’iniziativa è ricordare un così importante anniversario e, nel nome di papa Luciani, offrire a tutti coloro che lo desiderano la possibilità di un percorso di preghiera e di meditazione in mezzo alla natura. Le varie stazioni (quindici in tutto) verranno realizzate da Franco Murer su formelle di bronzo, che verranno collocate su un masso di dolomia. Evidentemente, trattandosi di una realizzazione artistica, che farà onore al paese natale di papa Luciani, ha un costo piuttosto elevato e sarà effettuata solo se si riuscirà a trovare l’adeguato finanziamento. Chi desiderasse offrire una stazione (vi è anche la possibilità che più persone si possano associare per l’offerta), può fin d’ora contattare il parroco di Canale. Ci auguriamo che, con l’aiuto di tante persone generose delle nostre parrocchie e dei pellegrini che giungono fin quassù, possiamo lasciare alle future generazioni un segno tangibile che, in mezzo a questi boschi, è passato Lui, papa Albino Luciani.

Dal 24 al 26 settembre, a cura dell’Istituto per le ricerche storiche e religiose di Vicenza con l’alto patrocinio del Presidente della Repubblica, del Patriarcato di Venezia e della Regione Veneto si svolgerà un CONVEGNO ITINERANTE sulla figura di Papa Luciani con il tema: “Albino Luciani dal Veneto al mondo”. Si aprirà a Canale d’Agordo il 24 settembre alle 15,30 con il saluto delle autorità, ed un intervento di G. Fedalto su “Un ecclesiastico veneto tra Concilio e Postconcilio”. Seguirà una relazione di L. Serafini su “Preti e modelli di Prete nel bellunese negli anni di Luciani” mentre Patrizia Luciani relazionerà su “Il seminario e i maestri di don Albino”. Concluderà F. Ruozzi parlando di “Le fonti TV e il pontificato”. Il 25 settembre il Convegno continuerà a Vicenza con numerosi interventi su “Luciani e la Chiesa veneta” in varie ed interessanti variazioni come “Realtà e mito del prete veneto”, “Il vescovo di Vittorio Veneto”, “Momenti critici del governo pastorale di Luciani”, “Luciani e la CEI”, Luciani al Concilio” e “Luciani e la povertà”.

Il 26 settembre conclusione a Venezia sul tema “Luciani vescovo dell’aggiornamento” ancora con molti interventi su “Luciani e Montini”, “L’enigma Luciani ed il Conclave”, “Il pastore e lo scrittore” ed altri ancora. Concluderà il Cardinale Patriarca Angelo Scola.