HUMILITAS - papa Luciani
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Anno XXIV - aprile 2008- n. 2

Prima l'anima, poi il resto

#2 Luciani, il sorriso della Santità

#3 No ad una vita morbosamente attiva

#4 “Berto” Edoardo, maestro di vita

#5 Anche le briciole...

#6 Ha compiuto completamente la sua missione

#7 Luciani non fu un Papa programmato

#8Gustavo Ketteler

#9 Papa Luciani, la cometa sorridente della Chiesa

#10 La santità di Luciani parla ai semplici

#11La Chiesa... questa sconosciuta?

Incontri culturali

 

Vita di famiglia
Prima l’anima, poi il resto

di Albino Luciani

 
Un incontro al Centro Papa Luciani   
Gli studiosi di S. Marco hanno notato una cosa:unico tra gli evangelisti, egli racconta che ben tre volte, in circostanze diverse, Gesù preannuncia la propria pas-sione. Tre volte: e ogni voltai discepoli non vogliono capire; e ogni volta Gesù deve spiegare cosa vuol dire seguire Cristo e quale im-pegno comporti. Una prima volta, Pietro addirittura si permette di rimproverare Cristo, che pensa al patire. E Cristo a Pietro: «Lungi da me,satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». Rivolto poi alla folla e agli altri discepoli,continua: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rin-neghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua... Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?»(cf. Mc 8,31-38). La seconda volta, i discepoli capiscono così poco il discorso del patire che, per strada, di-scutono “chi di loro sia il più grande”. E Gesù: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti» (cf. Mc 9,30-37). Alla terza volta sono Giacomo e Giovanni che mostrano di non capirlo, perché chiedono a Gesù: «Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». E Gesù di nuovo:«... chi vuol essere grande tra voi sarà il servo di tutti, il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito,ma per servire» (cf. Mc10,32-45).-Cercare non di essere serviti, ma di servire e di servire tutti. Giudicare non secondo gli uomini, ma secondo Dio e prima di tutto, pensare a salvare l’anima. Seguire Cristo senza paura di sacrificarsi un po’. Sono tre pensieri di Cristo, S. Marco li ha ri-cordati in modo tutto suo. Un ottimo certificato Quanto al servizio vi pre-sento il caso tipico di un ser-vitore straordinario: S. Paolo. Egli comincia il suo servizio sulla via di Da-masco. Caduto a terra e rim-proverato da Cristo, si offre a lui con piena disponibilità:«Che devo fare, Signore?...» (At 22,10).Passano gli anni, ed egli può testimoniare di sé: «ho servito il Signore con tutta umiltà, tra lacrime e tra le prove... mai mi sono sot-tratto a ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e di istruirvi in pubblico e nelle vostre case... non ri-tengo tuttavia la mia vita meritevole di nulla, purché conduca a termine la mia corsa e il mio servizio, che mi fu affidato dal Signore Gesù» (At 20,20-24). Dichiara: «Pur essendo libero da tutti... mi sono fatto servo di tutti... tutto a tutti per salvare ad ogni costo qualcuno» (1Cor 9,19-22). E ancora: «Cinque volte dai giudei ho ricevuto i tren-tanove colpi, tre volte sono stato battuto con le verghe,una volta sono stato la-pidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balia delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pe-ricoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pe-ricoli dai pagani, pericoli nelle città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pe-ricoli da parte dei falsi fratelli: fatica e travaglio,veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. E, oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupa-zione per tutte le chiese» (2Cor 11,24-28). Siamo di fronte a un ottimo certificato di ser-vizio, tutto da imitare. An-che noi prima offriamoci,dicendo: Che devo fare, Si-gnore? Poi, facciamo sul serio: i tempi sono difficili, i bisogni e i campi di lavoro tanti: la chiesa, la famiglia, il paese, il prossimo aspet-tano: non limitiamoci a cri-ticare, a piangere sul latte versato, a suggerire piste di lavoro per gli altri: facciamo noi stessi, lasciamoci sco-modare e disturbare, non chiudiamoci nell’intimi-smo religioso. Gli scribi so-no stati svergognati da Cristo, perché dicevano, ma non facevano e neppure con un dito volevano muovere il peso della legge (cf. Mt23,3-4). Cristo ha chiamato“malvagio e infingardo” edegno del fuoco eterno ilservo dell’unico talento,perché? Non perché avessefatto del male, ma perchénon aveva fatto nessun bene(cf. Mt 25,14-30).Nello statuto dell’Azionecattolica è scritto che i socifanno una “scelta religio-sa”. Bene, ma che la frase - haspiegato il Papa - non signi-fichi disimpegno. Né disim-pegno “sotto le forme di unacerta indifferenza di fronteai doveri sociali, paga sol-tanto di adempiere quieta-mente i propri obblighi reli-giosi”; né disimpegno, che“diventi un liberismo incoe-rente di fronte alle preciseresponsabilità e scelte tem-porali”. Prima l’anima, il resto dopo! Ma quanto è accettato questo principio nell’at-tuale società? Essa si dice cristiana, in realtà è consu-mistica, i suoi valori trai-nanti sembrano: soldi, pia-ceri, onori, successo, carrie-ra, affermazioni sportive,letterarie, accademiche: fos-sero cercati con rettitudine e moderazione, questi valori,pazienza; invece c’è la corsa sfrenata, che non risparmia colpi, che non bada a mezzi e, pur di arrivare, capovolge oggi senza scrupoli e ver-gogna le alleanze di ieri. Pochi pensano al traguardo ultimo, al rendiconto finale,alla caducità delle cose umane. L’altro giorno un giornale magnificava la vin-citrice di un concorso di bel-lezza: per associazione di idee, mi venne in mente la gara, di cui parla Luciano in uno dei suoi Dialoghi. Nelregno dei morti conten-dono, per la bellezza ap-punto, Nireo e Tersite: il primo, cantato da Omero come il più bello fra i soldatidella guerra di Troia; il se-condo, noto per la testa rapata, aguzza e bitorzo-luta, il viso grinzoso, le membra deformi. Arbitro è Menippo, che, richiesto di giudicare i due, esdama: «Io vi trovo perfettamente eguali! Ossa spolpate e sbattacchianti in uno, ossa spol-pate e sbattacchianti nell’altro!». «Va’ un po’ a chie-dere a Omero – piagnucola Nireo - quanto io ero bello sotto le mura di Troia». «Allora, forse - risponde Menippo - ma adesso sei diverso: la morte vi ha fatto eguali tutti». Con autorità ben più grande una pa-rabola evangelica parla del gran ricco che, soddisfatto epieno di ogni ben di Dio,stava dicendosi: «riposati,mangia, bevi e datti alla gioia». Ma Dio gli disse:«Stolto, questa notte stessati sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?». «Così – conclude Cristo - è di chi accumula tesori per sé, e non arric-chisce davanti a Dio» (Lc12.16-21).La perla preziosa. Altre parabole evange-liche ci mandano a imparare un po’ di santa furbizia da-gli uomini d’affari di questo mondo! Tra questi è classico il caso di Nathan Roth-schild, fondatore della po-tenza economica della nota banca ebraica. il 18 giugno1815, a Waterloo, mescolato tra gli ufficiali dello stato maggiore del generalissimo Wellington, egli cerca di aver notizie sull’esito della battaglia. Appena si profilala sconfitta di Napoleone,inforca il primo cavallo che trova, e galoppa a spronbattuto verso la costa. Il 19giugno mattina è sul molo di Ostenda, ma il mare è in burrasca, nessuno osa affrontarlo. Rothschild offre allora duemila franchi: un marinaio accetta di correre il rischio. Qualche ora dopo Rothschild tocca la costa in-glese e si precipita alla borsa di Londra, dove, suppo-nendo tutti che Napoleone sia, come sempre, vincitore,le azioni inglesi sono derezzatissime. Rothschildne acquista quante più può. Arriva la notizia della vit-toria di Wellington, scatta immediato il rialzo, Rothschild guadagna di colpo trenta milioni, somma allora favolosa. Il fatto sto-rico traduce tale e quale la parabola di Cristo il quale dice: «Il regno dei cieli è simile a un mercante, che va in cerca di perle preziose;trovata una perla di gran valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra» (Mt13,43). Ma io mi chiedo: le fatiche, i sacrifici, le corse,gli arrembaggi, oggi, li fac-ciamo da cristiani in vista della perla preziosa del regno di Dio? Oppure li facciamo da ebrei in vista di vantaggi solo terreni? “Voglio, voglio, voglio”A proposito di sacrifici,contessiamolo, pochi vogliono sentirne parlare. Supponete, che io faccia la seguente predica: «Cari giovani, gli occhi sono le finestre della nostra anima. Dalle finestre si guarda,quando, fuori è bello, il sole splende e i prati ridono, non quando ci sono tenebre e tempeste. Ebbene, può succedere che ci siano film, riviste illustrate, persone procaci nell’atteggiamento e nel vestito, guardare le quali può portare qualche tempesta in anime, che tengono a restare pulite. Ve ne prego, accettate in questi casi un po’ di self-control e di autodisciplina!». Cosa capiterà dopo un discorso di questo genere? Ve lo dico subito: il malcapitato predicatore sarà sommerso sotto una valanga di insolenze: integrista, sorpassato e repressore saranno i titoli più leggeri. E gli verranno, magari,proprio da quelli, che invi-tano spesso la gente a confrontarsi con la parola di Dio. Ora, qual e, nel caso la parola di Dio? “Se il tuo occhio ti è occasione di pericolo, cavalo e gettalo via da te;è meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, che avere due occhi ed essere gettato nella Geenna del fuoco” (Mt 18,9). Non so se avranno il coraggio di chiamare integrista, sorpassato,oppressore anche Cristo. Il problema non è dei giovani soltanto; è di tutti,perché tutti abbiamo una sensibilità delicata, che rabbrividisce, si torce e indie-treggia di fronte al sacri-ficio, tende a ribellarsi ad ogni comando scomodo. E allora? La tattica di don Abbondio che diceva: «il coraggio uno non se lo può dare» non è degna di un cri-stiano. Resta la tattica evan-gelica del “domandate e vi sarà dato”. Permettete che consigli allora, alcune do-mande. Prima domanda:“Signore, dammi almeno il desiderio di essere coraggioso”. Desiderare è poco: però, i buoni desideri danno ali all’anima e possono sboccare nelle buone decisioni. Seconda domanda: “Signore, dammi la forza di volere sul serio”. S. Alfonso ha sparso un’infinità di pre-ghiere qua e là nelle sue opere. La parola, che più ricorre in queste preghiere è: “io voglio”. “Mio Dio, io voglio amarvi... voglio amarvi senza riserva... non voglio più separarmi da voi, voglio essere vostro per sempre... voglio essere tutto vostro”. “Voglio, voglio, voglio”; sapeva quello che scriveva: ha lasciato detto: “nulla re-siste a una volontà decisa... il demonio teme le anime risolute”. Se poi l’anima, che dice “voglio”, è leale, al volere seguirà il fare. Terza domanda, dunque: “Signore, dammi la forza di fare”. Desiderare, volere e fare diventano così tre anelli di un’unica catena: con l’aiuto di Dio essi si saldano e fanno blocco tra loro.

25.04.1976O.O. 7,324-328

 

--- “QUALE DONO PIÙ GRANDE?” ---

    Interessante e suggestiva l’intervista del mensile 30 giorni (dic. 07), al card. Lorscheider, riportata qui a pag. 8 e 9, della quale cogliamo un passaggio: «Un Papa che si comporta da parroco, che ragiona da parroco. Quale dono più grande può avere la Chiesa?» Anche P. Sicari (pag. 3) a Brescia, rievocando Papa Luciani, evidenzia questo dono, quello cioè di un Papa che “richiama l’attenzione sui temi fondamentali del catechismo con la semplicità di un padre e di una madre che le insegnano ai figli”. Saverio Mirijello usa un’altra simpatica immagine scrivendo del suo dire “parole di esortazione ed incoraggiamento, pronunciate allo stesso modo di un maestro elementare” (pag. 11). Lo notiamo ad ogni numero di questo periodico, quando leggiamo le pagine di apertura che riportano i suoi interventi. Lucidi, semplici, estremamente attuali, sereni sempre, anche quando i suoi richiami erano forti, come questo: «Offriamoci al Signore dicendo: “Che debbo fare?” e poi facciamo sul serio» (pag. 2). O quando, come ricorda Cesare Vazza, richiamava «la grande disciplina della Chiesa» (pag. 4). Erano sempre “paterne parole che penetravano nel cuore donando pace e serenità” (Lise pag. 13). Antonio Bartoloni annota che agli uomini per i quali “la voce del Signore è difficile a udirsi” il Signore donò, attraverso il primo Giovanni Paolo, “un sicuro messaggio di speranza” (pag. 7). Resta confermato così quanto lo stesso Luciani amava dire: “La nostra grande predica è la vita” (Taffarel, pag. 6). Egli la visse così ed è dono per tutti.


Mario Carlin

 

Luciani,
il sorriso della santità
Padre Sicari: “Ripropose le grandi verità con la semplicità di un padre”

Un ritratto di Papa Luciani    Ridire le grandi verità con il linguaggio semplice di un padre che parla ai figli. Questa è stata la missione di Giovanni Paolo I. Questo il particolare significato del suo brevissimo pontificato: 33 giorni tra “il martirio di Paolo VI” e “la sicurezza di Giovanni Paolo II”.
    
Un “passaggio fatto di semplicità e bontà, sorriso e stupore”, spiega padre Antonio Maria Sicari, autore dei ritratti dei Santi che anche quest’anno, come ormai avviene da 22, sono stati proposti ai bresciani nella chiesa di San Pietro in Oliveto, in Castello, e - questa invece è una novità - anche in Franciacorta, al Santuario di Santa Maria della Neve ad Adro. Dopo Santa Giovanna Francesca di Chantal, San Giovanni Calabria, il beato Franz Ja¨gersta¨etter e il servo di Dio Francesco Saverio Nguyen Van Thuan, tocca a Papa Giovanni Paolo I: l’appuntamento con la meditazione nel corso della Messa è nel Santuario di Santa Maria delle Grazie, in corso Martiri della Libertà.
    
Alla vigilia dell’ultima tappa dell’itinerario quaresimale organizzato dal Movimento ecclesiale carmelitano, padre Sicari chiarisce subito: “Per quanto riguarda la morte di Giovanni Paolo I, non credo a complotti né a profezie”. Come sempre, quel che gli interessa è comprendere e poi comunicare la missione della figura oggetto della meditazione. Per accostarsi a quella di Albino Luciani non si può non fare innanzitutto riferimento a Paolo VI e in particolare al fatto che Papa Montini, “pur avendo esortato alla gioia, lasciò una Chiesa dal volto sofferente”.
    
Il suo pontificato era stato così travagliato che, quando morì, il cardinale di Vienna osservò che il nuovo pontificie avrebbe dovuto essere convinto ad accettare un incarico tanto gravoso. Il 26 agosto 1978 veniva eletto Luciani, il patriarca di Venezia dal sorriso destinato non soltanto a dare “sollievo psicologico”, ma anche e soprattutto a svolgere un “ruolo teologico”: richiamare l’attenzione sui temi fondamentali del catechismo con la stessa semplicità di una madre o di un padre che lo insegnino ai figli. Essendo infatti convinto che “il catechismo è l’azione più divina della Chiesa”, Giovanni Paolo I impostò il suo magistero come riproposizione dei fondamenti della fede.
    
Così nelle quattro udienze generali del suo mese di pontificato, si soffermò sui temi dell’umiltà, della fede, della speranza e della carità. E cominciò quella sulla fede con... una poesia di Trilussa. Ma c’è molto altro a testimoniare come Giovanni Paolo I riuscisse a trasmettere le grandi verità in modo semplice e “sorridente”. Ci sono i suoi dialoghi pubblici con i bambini, che chiamava a sé anche per tener desta l’attenzione dei fedeli, messa alla prova dalla sua voce flebile.
    
C’è la commovente descrizione dei diversi modi di pregare, con i membri di una famiglia - dal piccolo di casa alla moglie - che festeggiano l’onomastico del padre, ognuno con un gesto peculiare. E c’è il paragone del Paradiso con un albero di ciliegie, irraggiungibile per una bimbetta se non interviene il padre a sollevarla. “Roba da putèi”, lo criticava qualcuno quando era cardinale. Ma Luciani portò il suo stile in Vaticano. Parlò di Dio come di “padre e madre”. Fu deciso - e lo fu - soltanto in virtù della sua missione. E non smise mai di preferire, tra i Santi, Teresa di Lisieux, la Santa dell’“infanzia spirituale”.

Francesca Sandrini
Giornale di Brescia
11.03.2008


No ad una vita morbosamente attiva
Il pericolo di restare alla superficie, come conchiglie vuote


Un caratteristico Tabià    Giovanni Paolo I, Papa Luciani, incontrando il clero romano, il 7 settembre 1978, ha parlato della “piccola e grande” disciplina della Chiesa. “C’è la disciplina ’piccola’ che si limita all’osservanza esterna e formale di norme giuridiche. Io vorrei, invece, parlare della disciplina ’grande’ che è frutto di convinzioni profonde e proiezione libera e gioiosa di una vita vissuta intimamente con Dio”. Continua: “La grande disciplina richiede un clima adatto. E, prima di tutto, il raccoglimento”.
     Lo spiega con un simpatico esempio: “Mi è toccato, una volta, di vedere alla stazione di Milano un facchino che, appoggiata la testa ad un sacco di carbone addossato ad un pilastro, dormiva beatamente. I treni partivano fischiando e arrivavano cigolando con le ruote, gli altoparlanti davano continui avvisi frastornanti; la gente andava e veniva con brusio e rumore, ma lui - continuando a dormire - pareva dicesse: Fate quel che vi pare, ma io ho bisogno di star quieto”. Ora applica l’esempio: “Qualcosa di simile dovremmo fare noi sacerdoti: attorno a noi c’è continuo movimento e parlare di persone, di giornali, di radio e televisione.
    Con misura e disciplina sacerdotale dobbiamo dire: Oltre certi limiti, per me, che sono sacerdote del Signore, voi non esistete; io devo prendermi un po’ di silenzio per la mia anima; mi stacco da voi per unirmi al mio Dio”. Mi piace sottolineare questa prima raccomandazione che Papa Luciani ha fatto ai suoi sacerdoti: la “grande” disciplina, che ha come clima,il raccoglimento e il silenzio. Anche il suo predecessore, Papa Paolo VI, era sulla stessa linea. Diceva: “Dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del Vangelo e diventare discepoli del Cristo.
    Dobbiamo imparare e stimare il silenzio, atmosfera ammirabile ed indispensabile dello spirito: mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose, nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo”. (1964) Nel 1972, il cardinale Luciani parlando di “contemplazione” a delle Religiose, citava S. Agostino: “Nessuno deve essere così contemplativo da non pensare nella contemplazione all’utilità del prossimo; né così attivo da non cercare la contemplazione di Dio”. E commentava: “Una sintesi tra azione e contemplazione è necessaria per tutti i cristiani e il metodo per arrivare a questa sintesi è usare i grandi mezzi della contemplazione: raccoglimento, silenzio; preghiera, esercizio della presenza di Dio, custodia del cuore, vita di intimità con Dio. Così si protegge l’anima dai pericoli della tiepidezza, della dissipazione, del rilassamento, della stanchezza, che possono provenire da una vita morbosamente attiva”. Ma quali mezzi contemplativi preferire. Risponde sempre Luciani: “Naturalmente gli aiuti della regola ai superiori e dei maestri sicuri di spiritualità: ad es. S. Bernardo e S. Francesco di Sales”. S. Bernardo scrive al papa Eugenio III: “È meglio che tu ti sottragga, almeno per un po’ di tempo, alle tue occupazioni, piuttosto che lasciarti trascinare da loro...
   Se continui così, con le tue maledette occupazioni, senza riservare nulla per te, tu vai perdendo tempo. Che ti gioverebbe guadagnare tutti gli altri, se poi perdessi te stesso?”. S. Francesco di Sales: “Qual è il sale che dà gusto e sapore a tutte le azioni? È la santa obbedienza... Quando Dio getta delle ispirazioni in un cuore, la prima è quella di obbedire”. E ancora: “I calabroni fanno ben più rumore e sono ben più indaffarati che le api, ma non fanno miele”. Nel 1974, parlando sempre alle Religiose, Luciani diceva: “Il lavoro delle suore non deve mai essere separato dalla preghiera... Con tanto fracasso che ci circonda, ci si tiene uniti a Dio soprattutto con la preghiera”. Uno scrittore francese, Michel Hubaut, ha detto: “L’uomo d’oggi non sa più da dove viene né dove va, ha dimenticato il suo paese natale. Ha anche dimenticato le strade che conducono alla dimora della sua coscienza e al giardino interiore del suo cuore. Perché?...
    Perché sommerso dallo schiumeggiare delle parole, sballottato in balia dei venti mediatici, rigettato come una conchiglia vuota alla superficie di se stesso”. Gesù direbbe “tralcio secco” gettato nel fuoco, se manca la vita interiore.

Cesare Vazza

“Berto” Edoardo, maestro di vita

Edoardo Luciani  Le circostanze mi hanno portato ad incontrarti la prima volta quand’ero ancora un giovane chierico e ricordo bene che nel vescovado di Rovigo eri venuto a parlarci come responsabile dell’ufficio catechistico di Belluno. Quel giorno non funzionava il microfono, ma fortunatamente mi trovavo in prima fila e anche con quel filo di voce mi sei rimasto ugualmente nel cuore. La tua passione per la dottrina cristiana andava oltre lo stile di un insegnamento scontato; con i ragazzi consigliavi di servirci degli esempi, di aneddoti, paragoni e dei racconti del Vangelo, ma narrati con vivace attualità ed entusiasmo sincero. Poi le occasioni d’incontro sono state altre, fino a quando mi chiedesti a sorpresa di farti visita in patriarcato a Venezia ogni qualvolta fossi passato da quelle parti.
    
Partito per Roma e rimasto lì inchiodato e sorridente sulla cattedra più delicata del mondo, ti ho incrociato per l’ultima volta alla vigilia della tua misteriosa “chiamata”. Poi, il 4 ottobre 1978, un attimo prima delle esequie, un cerimoniere mi invitò ad assistere con un vescovo ed un cardinale al sigillo della bara e allora mi venne alla mente la grotta nella cava-giardino di Giuseppe di Arimatea.
    
Scuserai queste digressioni, ma sinceramente non riuscivo a partire per ricordare come sarebbe giusta la partenza da questo mondo di tuo fratello Edoardo, il maestro Berto, che da 30 anni incontravo ormai con una frequenza quasi esagerata. Era lui, come avevi fatto tu, ad incoraggiare queste visite inizialmente fugaci e poi sempre più prolungate, intense, cordiali, familiari e confidenziali. Fino alla fine. Perché stavo andando a Canale anche quando don Sirio mi informò che sorella morte era venuta a prenderlo per mano. Certo, avena quasi 91 anni e il suo cuore era diventato debole, ma la chiamata alla dimensione eterna della vita - di cui si era sempre parlato con serenità - sembrava, almeno a me, ancora fuori programma.
    
Così mi sono ricordato che come tua cognata Antonietta non aveva disturbato due anni fa il Natale, tuo fratello non ha voluto turbare la gioia della Pasqua. Su Edoardo potranno scrivere libri e avviare anche la causa di beatificazione (la merita anche l’indimenticabile moglie); nel frattempo l’omelia che don Sirio ha tenuto nel Rito del congedo cristiano, con i pensieri conclusivi del vescovo e compaesano monsignor Giuseppe Andrich, ha reso giustizia di una santità laicale del tutto proponibile anche ai giovani d’oggi. Più che un maestro di scuola, Berto è stato per i figli, i nipoti e i paesani, un maestro di fede impastata con la vita: privata e pubblica, professionale e civile, nelle prove e nelle gioie che l’esistenza riserva a tutti indistintamente.
    
Ora può riposare in pace con te e insieme vogliateci ancora tanto bene, aiutandoci a far tesoro della vostra fede e di tanta paziente e immeritata amicizia.

Tuo aff.mo don Licio

Anche le briciole...

Albino Luciani, vescovo di Vittorio Veneto   Il Vescovo di Vittorio Veneto, Luciani un giorno disse alla suora della cucina: - Suora, mi fa un favore? - Ma, eccellenza, son qua; mi dica cosa desidera. - Ma mi promette che non si offenderà? - Ma no, stia tranquillo; mi basta renderla contento e sono qui per servirla. - E allora, per favore, mi può portare in tavola per me quel po’ di minestra rimasta ieri sera. Quello che ha preparato per me oggi lo assaggerò, le farò i miei complimenti e poi la prego di inviarlo a quella famiglia povera, che noi conosciamo. - Ma, eccellenza, è fredda, è Natale, la mangi domani... - Eh! suora, lo prevedevo che lei mi prende sempre per la gola... Ma proprio perché è Natale bisogna che io, che sono Vescovo, dia esempio di amore ai poveri e di povertà io stesso, come ho insegnato nella predica per imitare Gesù...
    
E poi ho invitato anche questo nostro sacerdote di Casa Esercizi che è solo oggi e sono contento che sia con noi a passare questo giorno di festa della bontà di Dio per noi... La nostra grande predica è la vita!”. E altra volta, ma erano numerose: - Questa sera, suora, prendo solo un po’ di latte e una mela... ma per il segretario che è giovane e deve crescere prepari una buona pastasciutta che gli piace molto... - Suora, sono rimasti nel cestino dei bocconi di pane, li mangio questa sera nella minestra... mi ricorda la cena che mi faceva mia mamma quando ero a Canale d’Agordo! - Sa suora chi ha mangiato i pezzi avanzati dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci? - ?? - Si pensa che li abbiano mangiati Gesù e gli apostoli... Mia mamma mi diceva che il Signore ”L’è smontà (sceso) dalla musetta (asinello) per raccogliere la fregoletta (la briciola di pane)”. Monsignor Pietro Brazzo, Direttore della Casa “Villa Immacolata” a Torreglia di Padova, dove spesso i Vescovi del Triveneto si trovavano, ricorda: “Non accettava niente, non voleva niente, non chiedeva niente: quasi che anche il servizio più semplice, a cui aveva diritto, costituisse per lui un privilegio. Non c’era verso di fargli portare qualcosa nel suo piccolo appartamentino; nemmeno la posta. Veniva lui personalmente a prendersela per paura di scomodare qualcuno. Se aveva bisogno di parlare con il nostro vescovo non lo mandava a chiamare: andava lui a trovarlo...”. Da Vescovo di Vittorio Veneto lo si poteva sentire: «Basta questa pentola, basta anche questa tovaglia... non è necessario comperare dei piatti posso ancora usare queste scarpe... le maglie, i calzetti... non ho mai portato la camicia bianca con i polsini... mi è sufficiente una camicia semplice e poi ci metto sopra una maglia nera fino ai polsi... veste, anche se rammendata, la posso portare ancora...». D’inverno, faceva freddo in castello di San Martino a Vittorio Veneto: il vento fischiava ed entrava a folate fredde. A Luciani bastava, per temperare un po’ il freddo, una bottiglia di acqua calda sotto i piedi... il soprattutto addosso... e ricordava di quando faceva la tesi di laurea a Canale d’Agordo: a letto leggeva, studiava e poi saltava fuori a prendere appunti... e esortava a risparmiare le spese di riscaldamento... ho incontrato nella visita Pastorale una povera vecchietta che alle finestre aveva un pezzo di carta e la porta, tutta fessure, tenuta chiusa con la scopa e diceva che quando nevicava la neve le cadeva sulla faccia... Diceva ancora Luciani: «Sono ancora passabili le tende alle finestre... la corsia del corridoio (del vescovado) è ancora decente e vi possono camminare sopra quanti vengono a trovarmi... cercherò di pulirmi le scarpe per bene per non sporcare i pavimenti e dare altro lavoro alle suore della casa. Basta quello che e necessario... non il superfluo e non adatto ad un prete, ad un Vescovo, che deve sempre dare buon esempio... io nella visita pastorale incontro tanta gente, anche nelle canoniche, che non hanno tutto questo... Mi sembra, a volte, di essere un “finto principe”, mentre io sono figlio di povera gente...». Con fatica accettò il regalo di un televisore in bianco e nero... ed anche di cambiare automobile, ormai al limite delle possibilità e della sicurezza sulla strada.
    
Nei frequenti viaggi Luciani si fermava volentieri sulle aree di servizio dell’autostrada, tirava fuori il cestino da viaggio preparato dalle Suore, la bottiglia di vino ed il caffè che non raramente veniva condiviso con altre persone che si fermavano. Dopo la celebrazione della Cresima al Vescovo veniva presentata come segno di gratitudine una offerta. Il Vescovo la accettava anche perché era necessaria e per le opere di carità ed anche per pareggiare nel piccolo bilancio della sua vita.
   
Quando nel febbraio 1970 Luciani salutò la Diocesi di Vittorio Veneto per andare a Venezia, lasciò al Vicario Generale le offerte che i diocesani donavano in segno di gratitudine e di riconoscenza. Disse: «Grazie tante! Sono arrivato in Diocesi povero e povero voglio andar via ... il denaro sia per le opere della Diocesi di Vittorio Veneto».

Taffarel don Francesco



Ha compiuto completamente
la sua missione

Incontri spirituali al Centro Papa Luciani   Quando nella mattinata del 29 settembre 1978 attraverso radio e televisione si diffuse in modo abbastanza rapido la notizia che Papa Luciani alle prime ore dell’alba era stato trovato morto nella sua stanza da letto nel Palazzo Apostolico Vaticano, oltre allo sgomento per una fine così repentina e inaspettata, per alcuni giorni ebbe a dominare questo assillante interrogativo: perché papa Giovanni Paolo I ci è stato tolto così presto? La risposta all’interrogativo era questa che si cercava di dare: aveva ricevuto da Dio una precisa missione da svolgere, l’ha aveva compiuta, anche se in fretta.
   
L’interrogativo tuttavia andava a scavare più in profondità, quasi a cercare una ragione, la più solida e fondata possibile: ma quale è stata la missione urgente e grande che il Signore gli aveva affidato e l’aveva eseguita alla perfezione? Va rilevato che l’umanità di quella seconda metà degli anni Settanta del XX secolo, specialmente nella sfera dell’Occidente, godeva i benefici di un notevole progresso economico seguito alla ricostruzione morale e materiale dopo i danni di ogni genere causati dal secondo conflitto mondiale, era avvolta da tante paure, incertezze, tensioni, dal prevalere di forme egoistiche e da spinte individualistiche tali da generare prepotenza, dominio, sopraffazione, violenza, conflitti armati, squilibri sociali, emarginazioni, sottosviluppo, negazione dei diritti.
    
Basta ricordare come nella stessa Italia nella primavera del 1978 si era vissuto, in maniera quasi importante, il dramma del rapimento e dell’assassinio dell’On. Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, tanto che pareva di essere caduta in una “cappa di piombo” nella quale a farla da padrone erano le azioni criminali, praticate dai gruppi eversivi interni, i quali miravano a destabilizzare le Istituzioni del Paese convinti di dar luogo ad un nuovo ordine nazionale.
    
Ancor più, da ogni popolo, lingua, nazione e anche da ogni religione, poiché si era ancora in un clima di contrapposizione tra due alleanze politico-militari (Nato-Occidente/Patto di Varsavia-Oriente), le quali non riuscivano ancora a dialogare e a confrontarsi attraverso basi di reciproca stima, mutuo rispetto, fiducia, sincerità, lealtà e amicizia l’uno nell’altro, saliva a Dio una supplica, sovente non espressa con pubbliche parole, bensì con un linguaggio soffuso soprattutto da uomini e donne che si sentivano in balia di un mare in tempesta: “Signore, salvaci, siamo perduti!”. Il Signore aveva ascoltato questa supplica con questa risposta: “Convertitivi a me, con tutto il cuore”.
    
Ma come sappiamo la voce del Signore è sempre difficile da udirsi, perciò in quell’agosto 1978, la rese sensibile per questo di una figura straordinaria, mandando alla Chiesa e al mondo Papa Giovanni Polo I, alfine di portare ad una umanità disorientata un sicuro messaggio di fiducia e di speranza, di bontà e di sorriso, di pace e di fraternità. Il Cardinale Ugo Poletti, Vicario Generale di Roma, celebrando uno dei nove riti di suffragio per Papa Luciani, nella Basilica Vaticana, nell’omelia lo paragonò molto opportunamente al medesimo ruolo che Gesù risorto svolse con i due discepoli di Emmaus la sera di Pasqua: Giovanni Paolo I con il suo sorriso scaldò i cuori di tutti gli uomini riempiendoli di speranza. Infatti, riconosciuto Gesù nello spezzare il pane i due discepoli si dissero: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino e ci spiegava le Scritture” (Lc. 24,32). Con il suo aspetto bonario e sorridente e, possiamo dire, un po’ dimesso, papa Luciani espresse, manifestò e rese ancor più visibile un nuovo modo di essere Pastore del gregge universale del Signore.
    
Il suo singolare atteggiamento fece comprendere che c’era un modo nuovo di fare il Papa, di vederlo, che lo fa sentire più vicino alla vita di ognuno e di tutti, non solo nell’aspetto e nella funzione di Vescovo di Roma e pastore Universale, ma come il Parroco di ciascuna anima; il Padre, il Fratello e l’Amico di ciascuno nel suo vivere quotidiano. Come al Cristo Signore risorto furono sufficienti le poche ore della sera di Pasqua per farsi riconoscere dai due discepoli diretti al villaggio di Emmaus, così furono sufficienti 33 giorni a Papa Luciani per adempiere la missione affidatagli quale Successore di Pietro: con il suo persuasivo e rassicurante sorriso riportare la umanità a sperare, a confidare che Gesù Cristo è l’unico Salvatore del mondo.
    
Questo era stato chiamato a compiere salendo alla cattedra di Pietro, questo aveva fatto il nostro amatissimo Papa Luciani, per cui la missione, secondo gli imperscrutabile disegni divini era totalmente, completamente e assolutamente compiuta. Ora Egli dal cielo è potente intercessore per quanti devono compiere qualsiasi missione che Dio affida a servizio del Vangelo, del bene comune e del progresso spirituale e temporale dell’intera umanità.

Antonio Bartoloni



Luciani non fu un Papa programmato
Intervista al Card. Aloisio Lorscheider

Card. Aloisio Lorscheider   Eminenza, il 6 agosto di venti anni fa, nel palazzo papale di Castel Gandolfo, si spegneva papa Paolo VI. Cosa ricorda dell’ultimo periodo del Pontefice? Quando fu l’ultima volta che ebbe un incontro con lui?
ALOÍSIO LORSCHEIDER: L’ultima volta che vidi Paolo VI fu verso la fine del suo pontificato, nel corso di una visita in Vaticano dei presidenti di alcune conferenze episcopali. In quell’occasione ricordo che Paolo VI si avvicinò e mi abbracciò, poi disse: “Voi vescovi brasiliani siete coloro che oggi lavano i piedi dei poveri”. Lo disse con quel tono particolare che aveva la sua voce, una voce roca, quasi tremante, e piano poi aggiunse: “Quanto vorrei io lavare i piedi dei poveri...”. Mai dimenticherò quel momento e la voce di Paolo VI nel pronunciare queste parole. Sempre di Paolo VI mi colpiva la sua attenzione e il suo estremo realismo. Un realismo nel giudizio sul mondo e sulla Chiesa sofferto fino in fondo e che segnò il suo pontificato già dagli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II.

A giudizio di molti, il patriarca di Venezia Albino Luciani era il successore auspicato da Paolo VI. È così anche per lei?
LORSCHEIDER: Paolo VI nutriva una profonda stima verso Albino Luciani: lo aveva nominato patriarca di Venezia, una sede importantissima, e per conto di Paolo VI Luciani scrisse interventi sul Concordato e sulla difesa della vita. Ci fu poi quell’episodio “profetico” nel ’72 a Venezia, pochi mesi prima che Luciani venisse creato cardinale. Di fronte a una folla immensa che gremiva piazza San Marco, Paolo VI si era tolto dalle spalle la stola pontificia e l’aveva messa addosso al patriarca dicendogli: “Lei merita questa stola”, e il povero Luciani divenne tutto rosso. Credo che non solo il patriarca di Venezia fosse il successore auspicato da Paolo VI, ma colui che tra gli altri meglio avrebbe seguito, e seguì, gli orientamenti fondamentali del suo magistero.

Tutte le ricostruzioni sottolineano il ruolo decisivo dei cardinali brasiliani nella scelta di Luciani nel conclave dell’agosto ’78. Lo storico Gabriele De Rosa ha scritto anzi che quella di Luciani era una candidatura coltivata e preparata da tempo dai latinoamericani. È vero questo?
LORSCHEIDER: Non c’era stata, per quanto mi risulta, alcuna preparazione. Personalmente avevo una certa sintonia con il cardinale Arns, ma degli altri tre cardinali brasiliani, ad esempio, non saprei dire se conoscessero da vicino Luciani. Albino Luciani non era molto conosciuto dalla Conferenza episcopale brasiliana. Il suo nome poi neppure compariva nelle liste dei possibili papabili che circolavano sulla stampa, tanto che, ricordo, poco prima dell’apertura del conclave, venne da me un giornalista presentandomi una lista di nomi. Leggendola, gli feci osservare che mancava il nome del patriarca di Venezia. Io in quel momento lo dissi così... in modo del tutto innocente. E lui mi ringraziò perché a quel nome non aveva proprio pensato.

Eppure lei, proprio a pochi giorni dal conclave, rilasciò un’intervista in cui tracciava il profilo di quello che avrebbe dovuto essere il nuovo Papa. In quell’intervista testualmente disse: “Il nuovo Papa dovrebbe essere prima di tutto un buon padre spirituale, un buon pastore, come lo era stato Gesù, che svolge il proprio ministero con pazienza e disponibilità al dialogo..., dovrebbe essere sensibile ai problemi sociali..., dovrebbe rispettare e incoraggiare la collegialità dei vescovi..., non dovrebbe tentare di imporre ai non cristiani soluzioni cristiane... Tutti lo lessero come un identikit di Luciani...
LORSCHEIDER: Queste caratteristiche non esprimevano altro che gli orientamenti di quel Collegio cardinalizio. Il punto fondamentale era che si voleva un Papa che fosse innanzitutto un buon pastore. Si pensava poi a un italiano, non di Curia. Il nome di Albino Luciani venne fuori durante il conclave.

E fu un conclave rapidissimo, uno dei più brevi della storia, il consenso per il cardinale Luciani fu quasi plebiscitario. Come si verificò questa convergenza tra persone con sensibilità tanto diverse?
LORSCHEIDER: Dopo i primi scrutini sembrava prospettarsi un conclave non breve. Poi, all’improvviso, i consensi sul patriarca di Venezia divennero massicci. Per me quel risultato fu veramente opera di un intervento provvidenziale dello Spirito Santo. Ma proprio questa unanimità rivelò che non era un Papa programmato per un determinato progetto politico. Con l’elezione di Luciani erano saltati gli schieramenti tra conservatori e progressisti, proprio per quelle caratteristiche cui si accennava prima e per la particolare fisionomia di Luciani, incentrata sull’essenziale.

Ricorda la reazione di Luciani alla propria elezione?
LORSCHEIDER: Dalla posizione in cui mi trovavo nell’aula potei guardarlo bene in volto... Luciani divenne pallido e alla domanda di rito rivoltagli dal cardinale Villot, con un filo di voce rispose: «Accetto». Quando siamo andati poi a rendergli omaggio, a tutti ripeteva: «Cosa avete fatto? Che Dio vi perdoni per quello che avete fatto...». «Santo Padre, abbia animo, Dio non vi abbandonerà» gli risposero allora alcuni, e lui: «Sono un povero Papa ». Anche il 30 agosto, alla prima udienza con i cardinali, disse: «Spero che aiuterete voi cardinali questo povero Cristo, il Vicario di Cristo, a portare la croce». Il modo con il quale pronunciò queste parole mi fece molta impressione. Era il Papa a parlare così. La sua umile umanità non era di facciata. Era un’umiltà schietta, quella che nasce solo dalla coscienza di essere poveri peccatori e dalla esperienza del perdono.

Ci fu poi la prima udienza generale all’aula Nervi. Lei era presente?
LORSCHEIDER: Ricordo che Giovanni Paolo I chiamò vicino a sé un bambino e con tanta semplicità si mise a conversare con lui del catechismo. Ebbi in quel momento l’assoluta certezza che lui era l’uomo giusto: un Papa che si comporta da parroco, che ragiona da parroco... Quale dono più grande può avere la Chiesa?

Secondo lei su quali vie avrebbe camminato il pontificato di Giovanni Paolo I?
LORSCHEIDER: È difficile dirlo. Ma possiamo basarci su quanto aveva già mostrato. Il tratto che avrebbe caratterizzato il suo magistero sarebbe stato senza dubbio la simplicitas evangelica. Nel suo discorso programmatico Luciani dichiarò esplicitamente di voler essere fedele solo alla grande disciplina della Chiesa che risale alle fonti della fede. Quindi un parlare semplice, pochi discorsi, brevi e alla portata di tutti. Lui diceva che le sue prediche dovevano essere comprese anche dalle persone più incolte. Avrebbe poi privilegiato l’attenzione alla diocesi di Roma e al tempo stesso avrebbe favorito la collegialità coinvolgendo concretamente i Vescovi e i Cardinali nel governo pastorale. Avrebbe certamente tenuto presente la predilezione della Chiesa per i poveri. Luciani conservò per lunghi anni la lettera con cui il padre socialista gli dava il consenso per entrare in seminario: «Spero che quando tu sarai prete starai dalla parte dei poveri e dei lavoratori perché Cristo era dalla loro parte». E più volte Luciani ricordò di essere stato impressionato da quel punto del catechismo dove si dice che la frode verso gli operai è un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio. Per Luciani era questo il criterio per giudicare le questioni economiche e politiche, di qui i suoi giudizi anche molto duri sul capitalismo e lo sfruttamento del Terzo mondo.

Sappiamo che Luciani, negli anni che precedettero l’enciclica Humanae vitae, fu possibilista sulla contraccezione. Secondo lei che posizione avrebbe assunto sui temi di etica sessuale?
LORSCHEIDER: Non si possono fare previsioni certe. Di certo si può dire che non sarebbe andato in opposizione alla Humanae vitae dando piena adesione al pronunciamento di Paolo VI di cui illustrava ai suoi fedeli il punto di vista: “La dottrina di sempre garantisce meglio il vero bene dell’uomo e della famiglia”. Ma per lui la questione rivestiva un interesse più pratico che teorico: gli interessava il rapporto umano con i fedeli. Per questo, credo, probabilmente non avrebbe insistito sull’argomento, privilegiando la misericordia di Dio verso il peccatore piuttosto che la coerenza dell’uomo. Quest’aspetto è espresso frequentemente da Luciani in molti suoi interventi: «Nessun peccato è troppo grande, nessuno più della misericordia di Dio».

Alcuni tuttavia, pur apprezzando la semplicità di Luciani, lo hanno descritto come un “ingenuo sprovveduto”, inadeguato a governare la Chiesa...
LORSCHEIDER: Al contrario, direi che proprio la semplicità pastorale e l’essere rimasto se stesso sono stati la sua forza. Non è certo segno di debolezza il voler rimanere se stessi e non aggiungere nulla agli elementi e alle funzioni essenziali del primato di Pietro. Questo avrebbe portato anzi a dei cambiamenti anche nella struttura della Chiesa, nella Curia e nel rapporto del Papa coi Vescovi.

Eppure, Luciani stesso era consapevole del suo limite, tanto che di se stesso diceva: «Io, come Albino Luciani, sono una ciabatta rotta, ma come Giovanni Paolo I è Dio che opera in me».
LORSCHEIDER: Giovanni Paolo I era ben cosciente che non è il Papa a fare la Chiesa. “Noi sacerdoti”, diceva spesso, “possiamo istruire, illuminare, convincere anche, ma non di più. Solo la grazia di Dio può toccare il cuore e convertire”.

Quando è stata l’ultima volta che lo vide?
LORSCHEIDER: È stato il giorno dell’incoronazione. Non ho poi più avuto alcun contatto con lui. Il vescovo Ivo Lorscheiter ebbe invece la fortuna di essere ricevuto a pranzo da Giovanni Paolo I durante i trentatré giorni del suo pontificato. Mi parlò di quell’incontro estremamente amichevole e cordiale e mi riferì che il Papa aveva apprezzato l’intervista che come presidente del Celam avevo rilasciato ad “Avvenire” sulla conferenza della Chiesa latinoamericana fissata a Puebla.

Proprio riguardo quell’assemblea generale dell’episcopato latinoamericano si è scritto che alcuni Cardinali premevano perché il Papa la presenziasse. Papa Luciani, a differenza di quanto fece poi il suo successore, non riteneva necessaria la sua presenza, tanto che declinò l’invito. Perché, secondo lei, aveva preso questa decisione riguardo a Puebla?
LORSCHEIDER: Sapevo che il Papa non sarebbe venuto. Credo che la sua priorità in quel momento fosse quella di rimanere a Roma, la città di cui da poco era divenuto vescovo.

da “30GIORNI”,
dicembre 2007

 

LE GRANDI VOCAZIONI
Gustavo Ketteler

   Era un giovane avvocato tedesco. Nobile della più alta aristocrazia, colto, brillante. E soprattutto impetuoso e battagliero: per tradizione di famiglia, per ardore dell’animo, per bisogno di menar le mani. Nelle varie università, a Gottinga, Berlino, Monaco, Heidelberg era stato l’idolo dei compagni chiassosi, anima di tutte le zuffe studentesche, il terrore di tutti coloro che lo avevano a pensione. Ahimè!... S’era perfino battuto in duello, rischiando di lasciarsi portar via il naso! Egualmente disposto ad attraversare a nuoto il fiume che gli sbarrava la strada o i volumi che dovevano menarlo ai diplomi, aveva studiato ardentemente, con risultati splendidi.
    
Ed ora era stato nominato referendario presso il governatore della sua città natale: Mu¨nster. Avvenire assicurato: bastava seguire la trafila burocratica... un bel giorno si sarebbe svegliato viceprefetto in qualche città della Westfalia o della Prussia. E molto probabilmente, non si sarebbe fermato lì! Fu uno stupore generale, quando si seppe che egli aveva deposto la carica e rassegnate le insegne al governo. Come? Egli spezzava la sua carriera? Rispose che ne aveva abbastanza e si ritirò in Baviera, a Monaco. Qui, andava in cerca di un nuovo campo per la sua operosità. Quale? Nemmeno lui sapeva.
    
Sentiva di avere in sé delle buone energie, desiderava impiegarle per qualche causa grande, santa e nel suo intimo invocava che venisse qualcuno a sfruttarlo... Fu esaudito... Una sera, egli ha davanti a sé la visione di una povera suora in preghiera. Non era un visionario; cercò di persuadersi che si trattava di allucinazione, si provò a cacciar la visione. Invano. Continuava a vedere chiaramente una suora, che pregava. Ma per chi pregava? Non sa niente. Intanto, la visione cessa, ma nel punto stesso gli viene il pensiero: “E se mi facessi sacerdote?”.
    
Mai passato per la mente! Adesso, invece, si meraviglia di non averci pensato prima, gli pare naturalissimo, domanda consiglio e si decide. Entra in seminario e quattro anni dopo è consacrato a Mu¨nster. Fu prima cappellano; poi parroco; poi vescovo, il grande Ketteler di Magonza, l’apostolo degli operai, il magnifico lottatore, il ricostruttore della Germania cattolica! E il mistero della suora che pregava? Lo capì solo negli ultimi anni. Una mattina è invitato a parlare in un istituto di suore.
     
Mentre distribuisce la comunione, egli s’arresta, la sua mano trema: ha riconosciuto nella suora comunicanda la suora della visione. Dopo la messa, fa radunare tutte le religiose; però non riconosce quella che cerca. Domanda allora alla superiora: “Ma son tutte qui le vostre suore?”. “Tutte, eccellenza!”. “Ma non deve mancare qualcuna?”. “Ah! - riprende quella - Sì, una vecchia sorella che attende ai più umili servizi. La faccio venire subito”. Era quella che il vescovo voleva. Egli le domandò, se era solita far delle preghiere speciali. Rispose: “Eccellenza, io sono una povera sorella, valgo poco; però i miei sacrifici e le preghiere li voglio offrire pei sacerdoti e per le vocazioni”.
    
“Allora, è a voi ch’io devo la mia vocazione...”. Sì. La preghiera nascosta di un’anima buona, la generosità ardente di un giovane e la grazia di Dio avevano costruito quella magnifica vocazione di sacerdote e di vescovo. E sempre succede così: Dio, il chiamato, i buoni... da «Amici del Seminario Gregoriano» aprile-maggio 1941.

Papa Luciani,
la cometa sorridente della Chiesa

  

Cresimandi al Centro Papa Luciani   Trent’anni fa, nella notte romana tra il 28 e il 29 settembre 1978, si spegneva una cometa: dopo appena 33 giorni, il pontificato di Giovanni Paolo I terminava nel silenzio di una tarda serata. Nonostante il breve passaggio quell’astro fuggente, come le stelle più grandi d’una limpida notte d’estate, avrebbe brillato per sempre d’una luce propria: un alone crescente, nella lontananza dello spazio e del tempo che ci divide da Albino Luciani.
    
Quasi subito, alla serena e ilare immagine di Giovanni Paolo I la popolazione semplice da cui egli stesso proveniva associò familiarmente un soprannome divenuto inseparabile: ”Papa del sorriso”. Nella memoria popolare resterà infatti il ricordo di un radioso abbraccio rigenerante, l’eco di frasi accompagnate da uno sguardo rasserenante, di parole d’esortazione e incoraggiamento pronunciate allo stesso modo di un maestro elementare.
    
Originario di Canale d’Agordo, quando questo paesino incuneato nelle valli bellunesi si chiamava ancora Forno di Canale, Albino Luciani aveva patito la miseria. Figlio dell’antica terra veneta, esile giovane cresciuto nella saggezza dei poveri e nutrito dalla grande forza di fede instillatagli dalla madre Bortola, egli maturò con dei sani precetti morali e religiosi che non lo avrebbero mai lasciato solo. Segnato permanentemente da sofferenze fisiche già duramente scontate in un’infanzia trascorsa più tra stenti che gioie, egli divenne il don Albino caratterizzato da una flebile voce, sostenuta però da un grande e contagioso slancio verso la vita.

Quel gracile bambino un giorno sarebbe stato consacrato Vescovo da Giovanni XXIII, avrebbe ricevuta la nomina di Cardinale da Paolo VI e sarebbe divenuto successivamente Patriarca di Venezia: come tutti i figli più fragili, e quindi più cari e vicini a Dio, il suo aperto sorriso alla vita avrebbe insegnato agli altri, oltre il suo stesso tempo, ad amare senza posa, ancora e sempre. Ferma restando la completa remissività alla volontà di Dio, Luciani non s’era mai minimamente augurato di vedersi, in un caldo giorno d’estate, investito d’un incarico così gravoso come quello di capo visibile della Chiesa cattolica. ”Un giogo che Cristo ha voluto porre sulle nostre fragili spalle”, l’avrebbe infatti definito nell’omelia del 3 settembre 1978, durante la celebrazione per l’inizio del suo ministero di supremo Pastore, mestamente consapevole d’un compito reso ancor più delicato dalla responsabilità d’essere il primo pontefice eletto nel dopo- Concilio Vaticano II (1962- 1965).
    
Eppure sarebbe successo proprio lì, a Roma, il 26 Agosto 1978, dove il cardinale Luciani, in qualità di patriarca lagunare, si era recato a votare alla Sistina, pregando in cuor suo di trovarsi fuori dal ”rischio”, come egli lo definì in una lettera inviata alla vigilia di uno dei conclavi più brevi nella millenaria storia della Chiesa (Luciani, secondo un aneddoto delle ore precedenti il Conclave, dopo che l’auto sulla quale aveva viaggiato aveva sofferto delle noie, disse al meccanico: ”La ripari presto, devo tornare a Venezia”). Quale bizzarro ed imperscrutabile destino era stato riservato ad un uomo, fiero custode della propria antica tempra montanara, squisitamente votato alla formazione spirituale, un gentil timorato di Dio sopravvissuto alla povertà e ad una condizione di salute, perennemente minata, trovatosi sul soglio di Pietro dopo una vita pastorale trascorsa praticamente nella terra d’origine, quel Veneto che in 70 anni aveva consegnato alla guida della grande comunità cattolica altri due patriarchi lagunari: Pio X e Giovanni XXIII. Altro che pronto ritorno nella Serenissima: milioni di trepidanti fedeli di tutto il mondo si ritrovarono invece davanti a lui, palesemente frastornato sulla loggia centrale della Basilica di S.Pietro, col microfono in una mano e l’altra ad aggiustarsi l’irrequieto zucchetto candido: ”Ieri mattina, io sono andato alla Sistina a votare tranquillamente, mai avrei immaginato quello che stava per succedere...”. Una sola frase, pronunciata con spiccata cadenza veneta, un primo largo sorriso benedicente elargito con tremuli gesti delle mani, ed una sterminata moltitudine lo accolse già nella sua istintiva simpatia.
    
A differenza dell’immagine immediata che egli rendeva - l’apparenza di un carattere estremamente mite e venato di debolezza - e ben diversamente dalla parvenza di eccessiva semplicità derivatagli dall’essere scevro da manierismo, Luciani fu alieno dalla raffinata arte della diplomazia. Insofferente dei simboli del potere volle essere pontefice senza corona, rifiutando la tiara e sostituendola col Sacro Pallio, una piccola stola di lana bianca con intessute delle piccole croci nere, simbolo estremamente modesto dell’autorità spirituale. Pastore determinato dalla forza del suo cristianesimo totalizzante ed intransigente, con una profonda cultura teologica e generale mai prevaricante, Giovanni Paolo I fu un conservatore illuminato dal grande spessore umano e nel corso del suo pontificato fu tanto fermo avversario dei modernismi quanto libero dallo stile cerimoniale esterno più fastoso e paralizzante; per questo egli rinunciò anche alla solennità della sua ufficiale investitura papale, celebrando con tutti i cardinali una Messa solenne sul sagrato di S. Pietro. Da esperto catechista, educatore e provetto giornalista, don Albino dedicò una particolare cura ai giovani e ai loro formatori, dedicando loro nel 1949 la celebre opera ”Catechetica in briciole”.
    
Grazie alla lunga esperienza d’insegnamento maturata, sua peculiarità sarebbe stata la capacità di trasmettere importanti contenuti alla portata di tutti esponendoli attraverso discorsi intarsiati d’episodi ed aneddoti, in forma diretta ed eliminando il plurale maiestatis del protocollo ufficiale. Le lezioni in tal senso, tenute da Giovanni Paolo I durante le udienze generali, rimangono memorabili. Per trasmettere gli stessi contenuti dei predecessori in una forma del tutto semplificata, trasparente, genuina, a suo modo rivoluzionaria, quando dovette sedere sul trono di Pietro egli s’avvalse pure (prima volta assoluta per un pontefice) dell’efficace ausilio di un ragazzo del pubblico. Insieme ad un sorriso solare e coinvolgente, ciò avrebbe perpetuato il suo ricordo soprattutto nei bambini (la stampa di lui infatti ebbe modo di porre in rilievo: ”lo capiscono anche i più piccoli”) e nel cuore della gente umile. Comprensibile fu quindi lo choc subìto soprattutto dai fedeli d’animo più semplice per la prematura scomparsa del Papa agordino, proprio quando egli aveva iniziato a nutrire la convinzione d’un magistero improntato all’azione evangelizzatrice della Chiesa di tutti i giorni, al di fuori degli antichi e consuetudinari schemi.
    
Molti sono rimasti gli aspetti meno noti di quanto ebbe tempo di realizzare papa Luciani. Convinto assertore e stretto osservatore delle direttive del Concilio Vaticano II, egli svolse prima di tutto un intenso, anche se poco appariscente, lavoro d’orientamento. Nel suo mese di interregno, Giovanni Paolo I incontrò infatti con cadenza quasi quotidiana sia pastori d’anime sia uomini di stato e di governo, diplomatici della Chiesa e rappresentanti della società civile provenienti da ogni parte del mondo, illustrando, spiegando e ribadendo gli insegnamenti e le direttive dello stesso Concilio, sostenendo la necessità del dialogo con i cosiddetti “laici”. Solo dopo molto tempo (è il destino delle grandi stelle fisse del firmamento) è stato riconosciuto che Giovanni Paolo I fu un moderato anticipatore della discussione di grandi e difficili temi, quali il problema dell’indigenza nel mondo; la situazione della Russia; l’ingiustizia sociale e razziale; il sindacalismo; il ruolo della donna nella società odierna; la disoccupazione; i problemi dei giovani; ma anche l’aborto e la questione della fecondazione in vitro (nel 1978 nacque la prima bambina concepita in provetta), argomenti molto delicati poi ripresi e sviluppati da papa Wojtyla. Giovanni Paolo I intendeva anche snellire l’apparato burocratico della Chiesa, sostituendolo con un’ampia struttura amministrativa che fosse efficiente, ben organizzata e decentrata (da qui il suo proposito di riformare la Curia); spogliare del sapore d’inquisizione l’ex-Sant’Uffizio; interrompere le relazioni con i governi criminosi di Sud America ed Africa; riconoscere i peccati commessi dalla Chiesa e riabilitare alcune figure scomode come Rosmini, il cardinale Ferrari, don Mazzolari e don Milani.
   
Tra i punti del suo programma papa Luciani avrebbe inoltre mosso un vigoroso impulso all’Azione Cattolica e all’operato dei vescovi dell’Est europeo. Troppo? Una risposta in merito non l’avremo mai. L’obiettivo minimo che sicuramente il primo Giovanni Paolo centrò appieno nella sua breve permanenza in Vaticano fu di manifestare e testimoniare, già dai primi incontri intrattenuti, quanto l’opera di catechesi e la disciplina (sia quella giuridica ufficiale, della collegialità episcopale, sia quella ”spicciola”, come a lui piaceva definirla, del raccoglimento spirituale in se stessi tutti i giorni) costituiscano i perni fondamentali e irrinunciabili per tutti coloro che si sentono cristiani.
     
Allo stesso modo dei messaggeri prediletti da Dio, coloro che sanno imporsi indicando soltanto una strada da seguire con la sola forza dei loro gesti, Luciani era consapevole come ogni pietra posata con fatica e soprattutto con grande umiltà (”Humilitas” non a caso era il suo motto) dia efficace sostegno a ciò che verrà poggiato sopra ad essa. In questo senso, i 33 giorni di pontificato della ”Cometa sorridente”, tanti quanti gli anni di Cristo, furono pochi ma sufficienti. Dalla successiva elezione sarebbe uscito il nuovo Giovanni Paolo.
   
Un polacco di nome Karol Jòzef, il primo straniero dopo secoli di Papi italiani, il pontefice della nuova era della grande e multicolore comunità della Chiesa orientata verso il Giubileo.

Saverio Mirijello

La santità di Luciani parla ai semplici


   Ogni santo è per così dire una “parola” che il Signore Dio fa risuonare nel tempo per abituarci a capire un po’ più il disegno di amore che era stato pensato e voluto per noi (santo = profeta). L’esistenza di ogni santo è dunque in qualche modo una piccola rivelazione che - senza aggiungere oggettivamente niente di nuovo alla grande rivelazione che ha trovato il suo definitivo compimento nella venuta in mezzo a noi del figlio di Dio crocifisso e risorto - ci facilita per qualche aspetto la comprensione di ciò che il Padre celeste vuol dire a ciascuno dei suoi figli. Con questo spirito mi pare di dover suggerire a tutti (a me stesso in primo luogo) di impegnarsi a guardare anche alla figura di Papa Luciani, che tutti riteniamo un santo e che ci auguriamo anche la Chiesa ufficialmente possa dichiararlo.

* * *

    Padre Antonio M. Sicari, Carmelitano, ha pubblicato recentemente un agile profilo di Papa Luciani, frutto di una meditazione offerta ai fedeli in varie località d’Italia. A Brescia, nel Santuario delle Grazie, l’incontro quaresimale su Luciani ha avuto la presenza di oltre 1000 persone. P. Sicari concluse la meditazione con queste parole: “Se vogliamo conservare in cuore un suo messaggio, possiamo ricordare le parole che all’inizio del Pontificato, disse ai suoi preti per spiegar loro come li avrebbe trattati, e come voleva che essi trattassero la gente: ’È legge di Dio che non si possa fare del bene a qualcuno se prima non gli si vuole bene’”. Non dimentichiamo che Papa Luciani fu colui che definì Dio “padre e madre”, che confessò di recitare più volte al giorno l’atto di carità, che amava nascondersi e farsi piccolo, che si sentiva uno “scricciolo” davanti a tante aquile nel cielo della Chiesa, che fece dell’umiltà, come espressione di amore verso Dio e verso il prossimo, il suo programma concreto e quotidiano di vita. Sono aspetti della santità di Luciani, che la gente semplice ha colto subito e che hanno fatto nascere spontaneamente nel popolo di Dio il coraggio di rivolgersi a Lui in tutta semplicità, quasi con ingenuità, certi di essere ascoltati, come notiamo nelle brevi testimonianze che seguono.

    “...al ‘gloria’ del nostro rosario (io e mia moglie) ci rivolgiamo a Lui, a questo sant’uomo che tanta commozione, tanta fede, tanta bontà ha saputo infondere in coloro che lo hanno visto, conosciuto o letto qualche suo scritto... Noi crediamo fortemente che una creatura santa come Lui non possa non ascoltare le nostre preghiere...e ringraziamo il Signore di averci dato un Papa, Albino Luciani, uomo di Dio...”.

    Così, immediatamente, viene percepita la sua alta statura morale, frutto di un continuo impegno nell’esercizio delle virtù: “Nell’indimenticabile Papa Luciani, la saggezza, la serenità, la comprensione, la disponibilità e la comprensione era frutto di vera santità, poiché le sue paterne parole penetravano nel cuore donando pace e serenità in quanti hanno avuto la fortuna di avvicinarlo”. Un’altra testimonianza ci invita a far conoscere la grandezza di quest’uomo di Dio: “Avrei tante cose da dire su quegli anni... ma l’essenziale è qui, in questa presenza discreta e buona che mi ha guidato e ancora guida con pazienza infinita...
Lui certamente non vorrebbe, ma penso che se riusciamo un po’ a farlo conoscere e amare, la gente che non lo ha visto o se lo è scordato, avrebbe davvero un concreto esempio di uomo che si è lasciato guidare nella sua vita, ponendo l’unico suo interesse e fiducia in Dio solo”.

Sac. Giorgio Lise
Vice Postulatore

 

La Chiesa... questa sconosciuta?

  La Chiesa cammina nel mondo senza essere del mondo
Certamente la Chiesa vuole camminare nel mondo; non si arresta nel rimpianto dell’una o dell’altra epoca della sua storia, ma procede libera nel suo viaggio verso il Regno accogliendo con docilità i doni propri dei vari momenti della sua vicenda storica.
    
La Chiesa vuole camminare con il mondo, ma senza lasciarsi contagiare dal vuoti di cui tante volte il mondo è “riempito” e sa di poter trovare nella identità di Sposa del Verbo, il coraggio, la forza, lo slancio di andare avanti nella sua missione di salvezza per l’uomo. Sta qui proprio la ragione della sua vitalità: mentre tutte le istituzioni sociali e le potenze mondane tramontano, la Chiesa vive, resta sempre se stessa, nel mutare dei tempi: essa appartiene al suo Signore, in essa scorre la vita stessa del Cristo. A volte, è vero, sembra in ritardo sulle idee del momento e sui fatti che accadono, ma alla fine, quando gli eventi finiscono e le idee sfioriscono, essa rimane sempre viva, sempre pronta ad essere criticata e giudicata in ritardo. Alla fine poi la vittoria è sempre sua, se non altro la vittoria della sopravvivenza su chi presto o tardi scompare.
    
Insomma, se noi guardiamo alla Chiesa come si esamina qualsiasi fenomeno della storia, spesso la vediamo come una somma di debolezze, di meschinità, di inefficienze, di peccato; ma se la guardiamo con gli occhi illuminati dalla fede nel Risorto che questa Chiesa guida, accompagna e sostiene, allora troveremo in lei tutto quello che di più bello, nobile, misericordioso e duraturo è stato offerto agli uomini lungo questi ventuno secoli di storia. Allora la ameremo questa Chiesa: e se la amiamo veramente non potremo permetterci di presentare come colpe della Madre le miserie dei suoi figli: la Chiesa, sposa di Cristo, non ha alcun “mea culpa” da fare; noi, sì: sincero e personale!

    Vivere nella Chiesa con sguardo nuovo
Ma cosa significa allora vivere nella Chiesa, in questa Chiesa? Significa anzitutto essere consapevoli che nella Chiesa e tramite la Chiesa noi siamo indissolubilmente uniti a Cristo. Significa essere raggiunti dalla verità che è Cristo e quindi riuscire a sottrarsi alla tentazione dello scetticismo, del pessimismo e del dubbio che tutto inaridisce. Significa credere a Colui che ci ha amato sino alla fine e quindi tentare di praticare, senza eccezioni, la legge della carità.
    
Significa sentire il dovere di annunciare con la vita il perdono, offerto e ricevuto e così sperimentare la rinascita della speranza pasquale che ci libera dall’incubo della disperazione e della morte. Significa essere consapevoli di avere un Re che ci libera da ogni tirannia, prima fra tutte quella del proprio egoismo e del peccato. Significa infine lasciarsi continuamente investire, illuminare e bruciare dal fuoco della Pentecoste che sempre ci rinnova e ci rende testimoni coraggiosi della fede della Chiesa nella quale, con il Battesimo, siamo stati un giorno accolti.
    
Per questo il cristiano è ottimista e “figlio della speranza”! Perché all’interno della Chiesa sperimenta la presenza di un Padre che vuole tutti salvi; di un Redentore che è risorto, vivo e vincitore di ogni male; di uno Spirito Santo che arricchisce continuamente di doni e di grazie tutti coloro che gli aprono la mente ed il cuore. Questa è la grande consolante verità che ci ha toccati: allora cerchiamo che il nostro sguardo sulla Chiesa, oltre che riconoscente si anche sempre un po’ meno “umano” e sempre un po’ più “divino”.

Don Giorgio


 

 

.: Incontri culturali

  

Il Cardinale Paul Paupard al Centro il 27 marzo 2008    La rassegna culturale del Centro Papa Luciani di Santa Giustina è iniziata nel 2008 il 18 gennaio con la presentazione e la proiezione gratuita del film “7 km da Gerusalemme”, iniziativa alla quale hanno partecipato il regista Claudio Malaponti e il produttore Angelo Sconda. Un centinaio di persone per circa quattro ore hanno così potuto ascoltare la testimonianza dei due relatori, vedere il film e poi confrontare emozioni e soddisfare le curiosità legate alla regia e alla produzione. La sintesi del film. Alessandro Forte, 43 anni, pubblicitario, è in profonda crisi. Ha perso il lavoro, non sta bene, sua moglie lo ha abbandonato portandosi via la figlia, non ha risorse. Per una ragione indecifrabile si trova a camminare sulla strada che da Gerusalemme va verso il mare. A 7 km, non lontano da Emmaus gli si fa incontro un uomo con una tunica, coi sandali, che gli dice di essere Gesù. Incontro dopo incontro (ma sono reali o è un delirio dovuto allo stato psicofisico del protagonista?) i due si capiscono sempre meglio, anche i loro linguaggi si assimilano. L’umano spiega cose che l’altro ignorava. Il Gesù è sempre più umano. L’ultimo incontro è quello delle grandi rivelazioni. Alessandro - disinvoltamente - domanda: “naturalmente tu sai quando morirò” “certo” “me lo diresti?” “vorresti saperlo?” “no”. Il distacco è doloroso, e commovente. Il Gesù dà tre incarichi ad Alessandro, misteriosi. L’ultimo saluto è un abbraccio fisico (non si erano mai toccati).
    
Il Cardinale Paul Paupard al Centro il 27 marzo. Tornato a casa Alessandro recupera la sua vita, lavoro, famiglia, tutto. Esegue i tre compiti. Ha nostalgia del suo amico di Gerusalemme, che però non si manifesta più. Alessandro lo cerca, lo evoca. Niente. Che fosse davvero tutto un sogno o, appunto, un delirio? Ma qualcosa accade.
    
Il 25 gennaio si è tenuto un’interessante iniziativa per la presentazione di due libri: “L’inganno delle diete” e il più recente “Cibo etico, cibo dietetico. Tradizioni, curiosità, origini e scienza degli alimenti della nostra tavola” (ed. Piemme). All’incontro, organizzato anche grazie al sostegno dell’ULSS n.1 di Belluno, sono intervenuti gli autori Caterina e Giorgio Calabrese, quest’ultimo nutrizionista noto al grande pubblico essendo consulente scientifico di molte trasmissioni televisive dalla Rai, consulente del Ministero della Salute e membro dell’Authority Europea della Sicurezza Alimentare. Il cibo è fonte di sostentamento per ogni essere vivente. Eppure, nonostante l’alimentazione sia un processo naturale, il nostro rapporto con il cibo ha in parte perso l’immediatezza che aveva un tempo, quando erano la disponibilità dei prodotti, la stagionalità, ma anche la consuetudine e la tradizione a determinare i piatti da consumare. Oggi sono molto diversi i fattori che giocano un ruolo chiave nella dieta, ed è per questo che per parlare di cibo non si può adottare un solo punto di vista. Come a tavola è difficile che uno stesso prodotto, cucinato in un solo modo, possa incontrare i gusti di tutti, così, quando si tratta di alimenti, è necessario analizzarne svariati aspetti: il valore biologico, l’apporto calorico, gli effetti sull’organismo, ma anche la loro storia, il significato, le curiosità a essi associate. Ed è esattamente questo che hanno fatto Caterina e Giorgio Calabrese che propongono un’analisi a 360 gradi restituendo al cibo tutta la sua dignità.
    
Il 27 marzo è intervenuto il Card. Paul Poupard, Presidente emerito del Pontificio Consiglio della Cultura e del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. L’alto prelato è già stato ospite della nostra struttura nel 1999 e nel 2000 in occasione dei cinque anni di attività. L’alto prelato ha presentato al pubblico quattro volumi: 1) “Scoprire il Concilio Vaticano II” - il card. Poupard, testimone diretto e poi profondo analizzatore di questo evento straordinario ha dato una profonda e viva lettura d’insieme, fornendo una sicura chiave interpretativa dei documenti conciliari; 2) “Dizionario delle religioni” che presenta 2300 voci e cinque grandi temi (scienza delle religioni; religioni antiche; Bibbia e giudaismo; cristianesimo; religioni dell’Africa, Asia e Oceania); 3) “Populorum progressio tra ricordi e speranze” un percorso attraverso la memoria dell’autore alla scoperta dell’importanza e della grande attualità dell’enciclica di Papa Paolo VI dedicata allo sviluppo dei popoli; 4) “L’eredità cristiana della cultura europea” con riferimento al magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI sulle radici culturali e spirituali dell’Europa, il mondo cattolico continua ad affrontare le diverse sfide sociali e culturali che il processo di integrazione europea continua a proporre.

Michelangelo De Donà

I prossimi incontri: - 31 maggio - S.E. card. Esilio Tonini e Paolo Gambi presentazione del libro “Profezie”. Le attività culturali del Centro sono sostenute da: Fondazione Cariverona, Comune di Santa Giustina, Provincia di Belluno e Consorzio Bim Piave.