HUMILITAS - papa Luciani
Anno XXIV - ottobre 2007- n. 4

Il clima adatto

#2 Una metafora che continua a splendere

#3 Una splendida esperienza

#4 La mensa di Luciani

#5 Ci insegnò a sorridere alla vita

#6 La roccia di Giovanni, Paolo e Benedetto

#7 Lo chiamava "Santità"

#8Ghisel in festa

#9 Pastore del gregge di Cristo per essere Santo

#10 Due santi, un giovanotto e un vecchietto

#11La fama di santità si cui gode

Nell'anno 25°

Il "per sempre" a Lui

Incontri Culturali

 

Vita di famiglia
Il clima adatto

di Albino Luciani

 
Giovanni Paolo I   La famiglia educa la famiglia. Essa «è una scuola di umanità più completa e più ricca». In essa «le diverse generazioni si incontrano e si aiutano vicendevolmente a raggiungere una saggezza umana più completa». Pio XII aveva scritto: «Ciò che forma il bambino non è l’insegnamento orale più o meno sistematico, ma soprattutto l’atmosfera della famiglia, la presenza e il comportamento dei genitori, dei fratelli, delle sorelle». I fratelli sono pochissimi? Le loro doti sociali si svilupperanno con un po’ di difficoltà. Sono, invece, numerosi? Attenzione a che sia soddisfatto il bisogno di affetto di ogni singolo figlio! Ma più importante del numero è il carattere dei familiari. C’è la lotta continua con le altre famiglie? E tale lotta è alimentata con discorsi di odio e di animosità? Figli attaccabrighe e vendicativi in vista!
   
Le questioni politiche e sindacali vi sono agitate con troppa passione? Meglio rimettere tali questioni ad altro tempo e ad altra sede. Alla famiglia sono necessarie pause di pace e di distensione; bisognerebbe che tutti vi potessero godere serenamente l’ora del tramonto, il sabato sera, la domenica libera, e imparassero a guardare in genere con simpatia alla gente. Regna in casa la «disciplina del baston tedesco», severa e inflessibile? Non sarebbe clima ideale per i fanciulli che hanno fame e sete - direbbe Vittorino da Feltre - di «casa gioiosa». Ma da cento altre cose ancora è formato il clima adatto: dal se e dal come si prega; dal come ci si saluta e ci si comporta a tavola; dal come si festeggiano gli onomastici e i compleanni; dal come si onorano i defunti, i maestri, i sacerdoti; dal bacio della «buona notte».
   
La lista potrebbe continuare: il linguaggio usato in casa è nobile o volgare? I doveri quotidiani sono adempiuti con impegno? C’è un giusto spazio per il gioco dei fanciulli, per il divertimento dei giovani e adulti? Le pene quotidiane sono sopportate con rassegnazione cristiana? E com’è l’arredamento della casa? Tutto e solo dimostrazione di benessere e di lusso? Tutto e solo in funzione dell’utilità? Oppure c’è qualcosa, nei mobili, nei libri, nelle riviste, che rivela l’animo fine e religioso dei padroni? Ciascuno degli elementi ricordati agisce giorno per giorno per anni e anni. Non senza incidere e scavare negli animi; non senza influire su un destino intero. Penso a Teresa di Lisieux, che, al Carmelo, sentiva ancora la nostalgia e la elevante influenza delle belle domeniche passate in famiglia. Penso al figlio di Darwin, che diceva al padre: «Papà, ti do quattro scellini, se lasci il lavoro e vieni ancora a giocare con me e i fratellini ».
   
Tanto il grande uomo sapeva farsi piccolo con i suoi bambini. Penso al marito, che passa il pomeriggio festivo a giocare a bocce o a «tressette»; niente di male, intendiamoci, ma s’è egli chiesto prima: «Ho procurato che anche mia moglie abbia un po’ di sollievo domenicale?». Una famiglia può educare altre famiglie. Ricordate Lucia in casa del sarto manzoniano? Appena liberata dalle mani dell’Innominato, è lì, a tavola, tutta confusa e intimidita. Il sarto parla. Parla delle cerimonie viste al mattino; riassume la predica del car- dinale, interrompendo i figli anch’essi tutti eccitati; ma, soprattutto, vuole mettere in pratica la predica udita e invia un acarità generosa e delicata alla vedova vicina.
   
«Lucia - dice il Manzoni - fece gli occhi rossi e sentì in cuore una tenerezza ristoratrice». Succede anche adesso. Fidanzati, giovani sposi, guardando ad altre famiglie, trovano spesso un modello di comportamento ed un aiuto per le loro difficoltà. «Glielo ho detto a mio marito: tu hai sposato me, oppure tua madre?», mi diceva tra le lacrime una signora, che aveva gravi difficoltà con la suocera, alla quale il marito era ancora attaccato come un bambino. «Signora, ella in sostanza ha ragione, ma che vuol fare? Aumentare il grave disagio che già c’è? La conosce la signora X? Sì? Non le sembra più sfortunata di lei? Trova in casa una suocera sanissima, ma che poco a poco è vittima di una paralisi quasi totale. E la nuora deve farle da infermiera: la veste, la lava, la pettina, la cambia, la mette a letto, da anni ormai. E quasi sempre serena, contenta. Quella, pare proprio abbia sposato la suocera, oltre il marito. Provi anche lei a sposare, almeno un po’ la propria suocera!». A volte l’esempio buono viene anche a rovescio. Certi casi paesanamente tipici o classici costituiscono un monito, sono quasi degli «spaventapasseri » rizzati uno qua e l’altro là. «Volete fare la figuraccia della tal coppia? o della talaltra?». «Vuoi essere in paese il nuovo Beppaccio, quello che a suon di bastonate scrollava le pulci di dosso alla sua Carolina?». «Volete far la fine della “coppia zero” che non ha voluto aver figli prima per un motivo, poi per un altro, ed infine ha dovuto contentarsi di un adottato cagnolino pechinese, col quale la signora è vista ogni sera andare a spasso maternamente amorosa tra il sollazzo della gente ammiccante? ».

O.O. 8,139-140

 

--- Un continuo "miracolo" ---

    “Già cinque lustri scorsero...” era l’apertura di un canto che facevamo da ragazzini per festeggiare un venticinquesimo. È il cuore che ci canta dentro in questi mesi, durante i quali maturano i primi cinque lustri di esistenza e attività del nostro Centro.
  
Il Direttore ne scrive con entusiasmo, esprimendo a nome di quanti lo hanno frequentato, giovani, ragazzi, adulti, anziani, sacerdoti, religiosi e di coloro che vi lavorarono e vi lavorano con ammirevole dedizione, la riconoscenza al Signore da Cui viene ogni dono (pag. 13). E ci ricorda, don Giorgio, la felice definizione che ne diede l’allora Patriarca di Venezia, il 22 settembre 1984, all’atto della inaugurazione ufficiale: “Una Casa che intende prolungare nella sua terra la presenza, la grazia e la missione di Albino Luciani”.
   Potremmo dire che quel suo sorriso che illuminò il mondo si è “materializzato” in questa meravigliosa struttura che porta il suo nome e da qui si va diffondendo, come luce e forza, come incoraggiamento e speranza, in un crescendo del quale, in questi venticinque anni, siamo stati felici testimoni. Non ne terranno conto per la Causa di Beatificazione, ma non esageriamo se, guardandoci attorno da quassù e ripensando questo primo “tornante” di un cammino che si prospetta lungo, gioioso e fecondo, pensiamo ad un “continuo miracolo” del Servo di Dio, cooperanti il coraggioso vescovo Maffeo e tanta gente che, attratta dalla amabile figura del Papa “bellunese”, si fece meravigliosamente generosa.
  Venticinque candeline dunque per il nostro Centro e la Celebrazione ufficiale alle 10,30 di sabato 17 novembre, per un appuntamento davvero gaudioso.


Mario Carlin

 

26 AGOSTO - 28 SETTEMBRE: DUE DATE LUMINOSE
Una meteora che continua a splendere

    Il vescovo di Trieste, mons. Eugenio Ravignani, che mons. Andrich ha salutato come il secondo successore di Albino Luciani sulla Cattedra di S. Tiziano a Vittorio Veneto, il 26 agosto scorso, nel 29o anniversario della elezione al Pontificato di Giovanni Paolo I, ha presieduto la celebrazione eucaristica nella chiesa di Canale d’Agordo, con una folta partecipazioni di sacerdoti concelebranti e di fedeli e con la presenza significativa in presbiterio del fratello di Luciani, Edoardo, e della nipote Pia.
   
Ricordando la personalità del Papa bellunese, mons. Ravignani ne richiamò la graziosa immagine che fece di se stesso: “Alcuni vescovi somigliano ad aquile che planano con documenti magisteriali di alto livello, altri sono usignoli che cantano le lodi del Signore in modo meraviglioso, altri ancora sono poveri scriccioli che sull’ultimo ramo dell’albero ecclesiale, squittiscono soltanto, cercando di dire qualche pensiero. Io appartengo a quest’ultima categoria”.
   
Un autoritratto che mette in evidenza l’umiltà e la semplicità caratterizzanti la figura del Servo di Dio, delle quali il Presule confessò “di esserne particolarmente toccato”, virtù che, aggiunse, “furono frutto di una severa disciplina interiore, vissuta in letizia, tanto da farle apparire a lui connaturali”. Di questo, che il vescovo Andrich definì “un pastore straordinario”, l’arciprete di Canale don Sirio osservò quanta devozione popolare susciti la sua memoria; una devozione in crescendo, testimoniata dall’afflusso di pellegrini al suo paese natale, tale da essere considerata un “suo vero continuo miracolo”.
   
A questo riguardo il Sindaco di Canale assicurò che si sta allestendo in paese un adeguato Centro di accoglienza, affiancato al museo che custodisce preziosi ricordi dell’illustre Concittadino. Il 28 settembre, come ogni anno, un folto gruppo di persone ha preso parte al pellegrinaggio alla tomba di Giovanni Paolo I nell’anniversario della sua morte. Nell’occasione il vescovo Andrich ha celebrato all’altare della Cattedra nella Basilica di San Pietro e nell’omelia ha ricordato che il prossimo anno cadrà il 30° anniversario della elezione e morte del Servo di Dio e il 50° della sua ordinazione episcopale, e queste date significative staranno all’interno della celebrazione dei duemila anni dalla morte di San Paolo, del cui insegnamento Luciani nutrì abbondantemente la sua vita. Quando, dopo solo 33 giorni di Pontificato, il nuovo Papa si addormentò nella morte si disse che era passato come una meteora. Questi ormai quasi tre decenni ci dicono invece che la sua luce continua ad illuminare il mondo, facendosi sempre più vivida e rasserenante.

Mario Carlin


5° Raduno degli “Amici di Papa Luciani”
UNA SPENDIDA ESPERIENZA


Il gruppo "Amici di Papa Luciani" assieme al fratello di Albino Luciani, Edoardo    Gli “Amici di Papa Luciani”, una Associazione che ha sede a Cadoneghe (Padova) si sono incontrati a Canale d’Agordo, il 26 agosto, per l’anniversario di Papa Luciani ed hanno potuto, fra l’altro, incontrare il fratello del papa, Edoardo nella sua casa. Venivano da Torino, Merano, Lecco, Alessandria, Brescia, Reggio Emilia, Reggio Calabria, Udine, Venezia, Roma e, naturalmente, da Padova. All’incontro con la terra del Servo di Dio si erano preparati sostando il giorno prima al nostro Centro. Ci scrive uno di loro, Andrea Negrin: “Chissà perché, quel posto mi riempie di serenità e di pace come in nessun altro luogo al mondo” e continua a raccontarci le loro emozioni di quei due giorni. Scrive: “Ci siamo riuniti in una sala dove mons. Giorgio Lise, vicepostulatore della Causa di Beatificazione di Giovanni Paolo I, ha commentato la parola del giorno che era in sintonia con il nostro tema: L’UMILTÀ. A seguire abbiamo sentito la registrazione della prima udienza di Giovanni Paolo I, proprio sull’umiltà. Poi ci siamo divisi in tre gruppi per un approfondimento ed è emersa una convinzione: Se vuoi vivere il quotidiano in umiltà devi fare una scelta coraggiosa sapendo che per gli altri, sei un perdente. Una sfida che, sull’esempio di Papa Luciani, ci siamo proposti di affrontare.
   
Nel pomeriggio ci siamo ritrovati per mettere a punto una sintesi delle nostre riflessioni in gruppo e si è convenuto sull’idea che la grandezza di Albino Luciani per la Chiesa è stata inversamente proporzionale alla durata del suo pontificato. Dopo la cena, mons. Lise ha fatto il punto sull’iter della Causa di Beatificazione e successivamente la nipote di Luciani, Pia, che ci aveva raggiunti al Centro, ci ha descritto la figura dello zio con alcuni episodi inediti, raccontati in modo familiare e confidenziale.
   
Domenica 26 ci siamo recati a Canale d’Agordo e, dopo una breve visita alla chiesa, abbiamo potuto incontrare Edoardo, fratello del Papa, che ci ha accolti con molta disponibilità. Il suo sorriso e la sua cordialità ci hanno colmato il cuore di indescrivibile emozione. Dopo il breve incontro si rese disponibile a farsi fotografare con tutti noi. In canonica, dove è imbastita in modo provvisorio la mostra-museo del servo di Dio, un volontario ce ne ha illustrato la vita. Poi nel pomeriggio è stato suggestivo sostare in chiesa meditando e pregando, mentre gli altoparlanti diffondevano continuamente la voce di Papa Luciani.
   
La Messa alle ore 16 è stata presieduita da mons. Ravignani vescovo di Trieste, secondo successore di Luciani a Vittorio Veneto. Concelebranti il vescovo Giuseppe Andrich e altri sacerdoti. È stato un momento spirituale intenso, infatti le parole del Celebrante nel ricordare Giovanni Paolo I erano cariche di grande affetto. Dopo la Messa ci siamo lasciati portandoci a casa ricordi ed emozioni di una splendida esperienza.

Andrea Negrin
Mail: postmaster amicipapaluciani.it
Sito web: http://www.amicipapaluciani.it

La mensa di Luciani

Suor Vincenza, una delle suore di Luciani  Si può ricordare Luciani anche nel tempo quotidiano dedicato al mangiare, che si inseriva nel suo stile educativo, di apprezzamento e di stima alle persone, che operavano in cucina e che spesso venivano dimenticate. Di solito, dopo il caffè che gli veniva preparato appena si alzava, dopo la Messa Luciani consumava una piccola colazione; a mezzogiorno un pranzo sobrio e semplice e alla sera una cena molto “digestiva”. A tavola si accontentava, senza chiedere, di quanto le suore della cucina gli preparavano: “Se avessi avuto questa mela, quando ero piccolo e ho sofferto la fame...”. Nella sua lettera a Pinocchio scriveva: “La fetta di pane imburrata da tutte e due le parti; il confetto con dentro il rosolio; la pallina di zucchero e, in certe occasioni, perfino un uovo, perfino una pera, perfino le bucce della pera, rappresentavano un ‘tetto’ radioso per te, goloso e pieno di fame; lo stesso era per me”. E si ricordava delle famiglie povere alle quali faceva arrivare il suo dono. Non dimenticava le persone, sacerdoti specialmente, che nelle feste restavano soli e che lui invitava alla sua mensa, mentre lasciava che il segretario potesse andare a pranzare con i suoi genitori. Confessava con una vena di amarezza: “Quante volte mia mamma mi chiedeva di andarla a trovare più spesso... ed io dicevo che avevo tante cose da fare... va almeno tu, diceva al segretario, a trovare i tuoi in questo giorno di festa!”.

Luciani in cucina
   Luciani, Vescovo a Vittorio Veneto, talvolta andava nella cucina del vescovado dove vivevano le Suore della comunità, si sedeva e leggeva le sue “prediche”, domandando quali parole trovavano difficili e non facilmente comprensibili. Ma anche le suore andavano nello studio dove il Vescovo era sempre circondato da libri, da carte e gli dicevano: “Venga, Eccellenza, butti via quelle carte... prenda questo caffè, questa “chinetta”, questa spremuta di arancio, questo bicchiere di buon vino... Venga a pranzo, è preparato un buon risottino che le stuzzicherà l’appetito!...”. Quando arrivava in visita di cortesia mons. Gioacchino Muccin, vescovo di Belluno-Feltre, le suore gli dicevano: “Eccellenza, prenda questa “chinetta calda”, le farà un gran bene!”. Così dicevano: “Eccellenza, possiamo preparare questa sera la pastasciutta al segretario, che è giovane e gli piace tanto?”. “Ma certo, io, ormai vecchietto, posso mangiare pane e latte...”. Luciani sorrideva e commentava: “Queste suore mi prendono per la gola!”. Ma anche lui era capace di “stuzzicare” le suore della cucina nel loro “amor proprio” e dire: “Tra i golosi, Dante ha messo anche Papa Martino IV dietro una segnalazione che la storia ha poi trovato erronea. È un fatto tuttavia che nel popolino è ancora diffusa l’idea che sacerdoti e frati si trattino lautamente nel mangiare. C’è tutta una onomastica significativa al riguardo: dalle “susine monache”, tra la frutta, si viene giù alle “chiacchiere di suora”, alle “frittelle delle suore francesi”, alle “rose dolci del monastero”, alle “lingue di monaca”, alle “maddalene a semplice o doppia crema”, tra i dolci; si passa, poi, tra le pietanze, alla “sella di vitello alla certosina”, al “pollo alla badessa”, alla “barba e insalata cappuccina” alle “costolette alla padre Zappatta”... Rabelais, dando scherzosamente (Pantagruel) un lungo catalogo dei libri “bellissimi”, che si trovavano nella “fort magnifique librairire” dell’abbazia di S. Vittore a Parigi, tra gli altri enumerava i seguenti: “De mustarda post prandium servienda libri 14”, “De Croquendis lardonibus libri tres”... non mi piacerebbe sentire, continuava Luciani, che un giorno qualcuno mi promuova “Abbate di Santa Bibiana” o “Monsignor Alza-il-Gomito”, o “Don Forchettone”... E le suore subito: “Ma è perché lei possa mangiare un po’ di più, star bene e fare del bene!”.

Durante il viaggio
   Luciani anche chiedeva alle suore: - Suore, domani devo fare un viaggio fino a Roma, partiamo presto e voi, per favore, ci potreste preparare il “cestino da viaggio”: noi ci fermeremo nelle aree di servizio dell’autostrada per mangiare a mezzogiorno”. - Pronto, ma sicuro, rispondevano le buone suore: pasta asciutta, o un risotto freddo, un po’ di carne e verdura... un frutto, il caffé e un bicchiere di vino”. E Luciani faceva fermare l’automobile nelle aree di sosta lungo l’auto- strada, si sedeva e mangiava serenamente, all’ombra nelle aree di pic-nic, vicino a tante altre persone.
   
Non raramente condivideva con altri passeggeri quello che aveva, magari un bicchier di vino o il caffè, sorseggiandolo mentre si intrecciava un dialogo interessante e bello. Luciani ringraziava puntualmente sempre la persona di servizio, spesso la mamma o la sorella del sacerdote, che gli avevano servito il pranzo quando si fermava in canonica, ospite del parroco. Una volta confortò la persona di servizio che, dimenticandosi di mettersi il grembiule bianco preparato per l’occasione, si sentiva in vergogna e in colpa, secondo lei, per la brutta figura.

In famiglia
   Desiderando mostrare in atto “la domenica in famiglia”, Luciani scriveva: “la domenica sia unitaria il più possibile. In via ordinaria è bene che tutta la famiglia partecipi alla stessa Messa... E poi il pranzo. Chi ha programmato la domenica deve aver previsto in tavola qualcosa che fa piacere a tutti: il gelato per i piccoli e i giovani, il dolce preferito per la mamma, il sigaro e il bicchierino per il papà. E una conversazione che coinvolga un po’ tutti. Il manzoniano sarto di Vercurago commentò a tavola con entusiasmo la predica del Cardinal Federigo. Questo non si potrà pretendere sempre, ma un qualche discreto legame tra la mensa del Signore e quella di casa non andrebbe male. I genitori poi devono interessarsi con simpatia e comprensione ai problemi portati in tavola dai figli, anche se sembrano di poca importanza, anche se sono quelli dello sport, della moda e della scuola. E curare che la conversazione sia moderatamente animata... Ho sotto gli occhi una serata in famiglia descritta da André Maurois: “Il padre, sdraiato su una poltrona, legge il giornale e sonnecchia; la madre lavora di maglia e passa in rassegna, con la figlia maggiore, i tre o quattro problemi che appesantiscono la sua vita di donna di casa. Uno dei ragazzi legge canticchiando un romanzo giallo, un altro sta smontando una presa di corrente, un terzo, lacerando i ben costrutti orecchi degli altri, prova alla radio le varie musiche trasmesse dalle capitali europee. Ne viene una cacofonia; il rumore della radio rovina la lettura o il sonno di papà; il silenzio del marito rattrista la sposa; la conversazione tra madre e figlia esaspera i ragazzi, che si lamentano; qualcuno porta il broncio, qualcuno non risponde alle domande, altri esplodono in grida di gioia immotivata”.
   
Luciani con le sue parole e osservazioni intuitive faceva capire che la famiglia si esprime meglio dal clima che si esperimenta attorno alla tavola, che non dalle parole e diventa fonte di esperienza quando i gesti diventano contenuti. I genitori possono avere pochissime parole, ma con i gesti comunicano affetto, come quando la mamma fa trovare in tavola le ciliegie novelle ed è come dicesse: ti voglio bene. E ti vuole bene anche Dio che le ha maturate. A tavola si impara il senso dell’autorità e del ruolo di ciascuno, anche il silenzio. Si impara il tempo giusto per mangiare che non ha da essere né troppo lungo né troppo corto. Quante cose si sono dette a tavola, anche solo con un gesto, uno sguardo, un offrirsi a sparecchiare, piuttosto che a far da mangiare. Bello quando a tavola vi è un piatto che piace e tutti lo reclamano e poi lo finiscono.
   
E in questo modo si cementa la reciproca preferenza. Più di un secolo fa, così venivano educati i fratelli Visconti-Venosta, uno, Giovanni, letterato, e l’altro, Emilio, uomo politico del nostro Risorgimento: “uno dei modi di educazione di mio padre era quello di stare coi suoi figli più che poteva, di esigere da noi una confidenza illimitata, ricambiandocene molta, e di considerarci come persone un po’ superiori alla nostra età; così ispirava in noi il sentimento della responsabilità e del dovere. Eravamo trattati da piccoli uomini, cosa che ci lusingava assai; per cui era grande il nostro impegno per tenerci a quel livello”.

Taffarel Don Francesco

Ci insegnò a sorridere alla vita

Albino Luciani, papa Giovanni Paolo I   Il vescovo Mullor Garcia, presidente della Pontificia Accademia Ecclesiastica, ospite al Centro Papa Luciani di S. Giustina ha detto: “Papa Luciani ha insegnato e ricordato alla Chiesa e ai cristiani a sorridere. E non è poco”. Certo, il sorriso di Luciani era puro, sincero, comunicava la sua intima gioia, contagiando e rasserenando anche gli altri. Lo disse lui stesso, in una omelia (1960): “Tutti siamo obbligati a vivere in società; ma questo diventa difficile, se non ci sono dei visi sereni e serenanti: Dove tutti sono seri, si sta a disagio e non si vede l’ora di scappare”. Nella stessa omelia diceva: “Quanto più si è lieti tanto più è facile fare il bene e la storia dei santi, se racconta sacrifici e penitenze, mette anche in risalto tanti caratteri lieti e volti sorridenti”.
   
In un discorso fatto a Pescara, sulla famiglia (1977) Luciani diceva: “La jucunditas fiorisce anche nel sorriso esterno... Anche sorridendo il cristiano fa apostolato. Bisogna combattere la tristezza, non la giocondità”. Con questa visione positiva e serena della vita, Luciani era in perfetta sintonia con Dio e col Vangelo che è “lieta notizia”. E si capisce anche la sua disponibilità e obbedienza a fare sempre la volontà di Dio, anche se lo chiamava a più alti e pesanti impegni e responsabilità. Lo disse anche lui:“Cristianesimo e gioia vanno bene insieme... Sapere che stiamo facendo la volontà di Dio spegne in noi altri desideri e ci fa contenti. Si tratta di un Dio che è Padre, da cui ci si sente amati e che amiamo”. Ma quando sopravviene il dolore? - si domanda Luciani - e subito risponde: “Il credente illuminato non si scandalizza che succedano continuamente nel mondo disgrazie e dolori. Sa che Dio è buono, che il male egli solo lo permette, che dal male sa cavare il bene, che qui noi siamo solo di passaggio. Non sa dire di più; non sa rispondere ai numerosi e angosciosi ’perché’ circa il male nel mondo”. E continua: “Importante non è sapere il perché del dolore, ma sapere come comportarsi nel dolore. Qui la risposta è chiara: sforzarsi di seguire l’esempio di Cristo. Lui innocente, santo, aveva fatto del bene a tutti; ciononostante, l’hanno perseguitato, condannato e messo in croce”. Luciani che sapeva ben sviscerare il tema del dolore, va avanti nel suo discorso (1977) e dice: “Con l’aiuto speciale di Dio si può perfino arrivare più in là e trasformare in gioia lo stesso dolore”. E presenta la figura di S. Teresa del Bambino Gesù, aprendo un po’ la sua vita passata: “Cara piccola Teresa, avevo diciassette anni, quando lessi la vostra autobiografia. Fu per me un colpo di fulmine. Me ne ricordai quando mi portarono ammalato al sanatorio, in anni in cui non essendo ancora stati inventati penicillina e antibiotici, al degente si prospettava, più o meno vicina, la morte.
   
Mi vergognai di provare un po’ di paura e dissi: Teresa ventitreenne, fino allora sana e piena di vitalità, fu inondata di gioia e di speranza, quando sentì salire alla bocca la prima emottisi. E io devo tremare?... Svegliati, sei sacerdote, non fare lo sciocco”. E ancora: “S. Teresa era felice di soffrire. Sul suo letto di malata essa guardava le sue mani scheletrite e diceva: Provo veramente gioia a vedermi così distrutta... Sono vicina al paradiso”. Gioia e dolore, gioia e malattia, gioia e morte sembrano un controsenso, una pazzia, eppure è l’esperienza di tanti santi. Anche S. Francesco d’Assisi, malato e cieco, diceva: “Tant’è il bene che mi aspetto, ch’ogni pena m’è diletto”. Ecco perché anche Luciani ha insegnato ai cristiani a sorridere. E non è poco.
   
È un sorriso non ingenuio, infantile, ma frutto di una vita matura e ricca di fede e amore. Un sorriso che può convivere anche con la sofferenza “con l’aiuto speciale di Dio”. Allora preghiamo che il Signore ci dia l’aiuto di saper sorridere, anche se il cuore piange. Sempre Luciani ha detto che se una monaca è santa, ma cupa e triste: “Temo che colei abbia mal di fegato più che santità”.

Cesare Vazza



Caro don Albino
La roccia di Giovanni, Paolo e Benedetto

L'entrata del Centro Papa Luciani   Un mio vecchio professore ci suggeriva sempre che nelle questioni più complicate era indispensabile farci aiutare da una parola magica - che era poi “distinguo” - perché non bisogna mai mettere insieme degli elementi differenti che vanno solo a complicare i problemi che vogliamo risolvere. Mi sono ricordato di questo consiglio più di una volta e continuo a farne ormai un uso costante, perché la vita di un prete oggi mi sembra alquanto più complessa dei tempi andati. Cerca di capirmi bene, tu che hai provato, sofferto e gioito quasi di tutto, come spero che anche chi ha la pazienza di leggermi mi comprenda. Oggi noi preti non siamo in ritirata; anzi, ce la stiamo mettendo proprio tutta, assumendoci degli impegni e delle responsabilità che potrebbero sembrare da sconsiderati.
   
Quando un prete un tempo aveva una parrocchia e si dedicava con tutte le sue forze ai fedeli che gli erano stati affidati per sostenere ed incrementare la loro fede, faceva il suo servizio pastorale in un contesto di rispetto, di fiducia, di affetto e di serena tranquillità. Di solito il parroco non solo “sposava” la sua chiesa, ma consumava con lei la sua vita fino all’ultimo respiro. Ma le cose sono cambiate: anch’io sono bigamo, ho non una “sposa”, ma due e per fortuna nell’ambito dello stesso Comune e con una famiglia che in qualche modo conosco attraverso la scuola e le attività dei giovani di un intero paese nel quale vivo da 37 anni. Lo so, forse anche tu come più di un collega vorresti dirmi che i cambiamenti servono al prete come ai fedeli, ma cosa ci posso fare se nel frattempo sono invecchiato qui e mi sta sembrando più normale continuare a voler bene a tutto un paese dopo averne amato metà? La gente capisce più di quanto non sembri e ti aiuta, ti comprende, ti scusa, ti perdona e ti incoraggia come avviene fra amici e familiari veri. Però sto perdendo il filo del pensiero iniziale (normale per l’età!) che voleva distinguere e non fare confusione tra cose differenti. E allora mi riprendo. La distinzione fra il peccato che si deve condannare e il peccatore che si deve cercare con amore, lo sai bene anche tu che l’ha messa in rilievo quel Papa Giovanni al quale hai rubato la prima metà del tuo nome da pontefice.
   
Tu non ci facevi caso, ma durante quei 33 giorni della nostra gioia e del peso delle tue chiavi, si diceva che tu saresti stato più Giovanni che Paolo. Invece tu sei stato Pietro, cioè la roccia di una fede e di una fedeltà incrollabile, perché fin da piccolo hai affidato la tua vita a Gesù e tutto quello che accadeva non poteva che diventare bello e divertente anche con la croce sulle spalle. Spiego così ancora oggi a chi mi chiede il segreto del tuo sorriso: quando ci si abbandona in Dio e si allunga la mano in ogni momento per farsi sostenere da quel Gesù che ha bisogno anche del più piccolo dei suoi discepoli, avvenga pure quel che avvenga, tanto non sono più io, ma è Cristo che vive in me. L’onere che diventa onore! Per te è stato uno squarcio di storia e di luce, ma Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno costituito poi per noi la stessa roccia. E questo pensiero ti fa piacere oggi anche oltre le nubi.

Don Licio



LO CHIAMAVA “SANTITÀ”
Un memorabile viaggio a Fatima del Cardinale Patriarca Albino Luciani nell’agosto del 1977,
nei ricordi di un pellegrino, intervistato da Ettore Fornezza.

Madonna di Fatima   La prima domanda: quale ricordo ha di quel viaggio a Fatima con il Card. Luciani?
   Ricordo di un viaggio a Fatima a fine agosto del 1977 assieme a Sua Eminenza il Patriarca di Venezia Albino Luciani. Ricordo quella mattina di fine agosto del 1977, eravamo 35 persone tutte unite al nostro Patriarca e al coordinatore del pellegrinaggio il presidente dell’Unitalsi Monsignor Antenore Carli, in attesa all’aereoporto di Tessera di partire per il Portogallo, a Fatima; era una bellissima giornata di sole, ricordo che a causa di un’anomalia all’impianto elettrico dell’aereo, siamo partiti in ritardo, e ciò causò un problema di coincidenza a Roma con l’aereo che ci doveva portare a Lisbona; fatto sta che le nostre valigie partirono mentre noi restammo a terra. L’inconveniente si risolse dandoci provvisoriamente alloggio in un albergo di Roma, per poi ripartire a tarda sera e arrivare a destinazione in piena notte.
   
Durante le ore trascorse nell’albergo di Roma il Patriarca si soffermava a parlare con i pellegrini del gruppo per confortarli, rimanendo un po’ qua e un po’ là, la sua parola e il suo sorriso fece sì che la rabbia per ciò che era successo svanì, e il tempo passò veloce senza alcun rancore. A sera ci portarono all’aeroporto e finalmente si partiva! Poiché Sua Eminenza si era accorto che io per l’occasione facevo da collaboratore a Monsignor Carli, durante il volo mi chiese, se potevo farle avere un bicchiere d’acqua per prendere una pastiglia, in un secondo tempo, con grande sorpresa da parte mia, mi disse che sarebbe stato suo desiderio poter godere di una panoramica di Madrid mentre la sorvolavamo. Mi adoperai subito per poter soddisfare questo desiderio, avvicinai l’Hostes, le dissi che il Patriarca di Venezia amerebbe godere di questa visione, lei si prestò immediatamente a chiedere al Comandante questo eccezionale permesso, al suo ritorno mi comunicò il nullaosta del Comandante.
   
Subito notai la gioia del Patriarca, sul suo volto sbocciò naturale quel sorriso che nel suo cuore canta l’amore. Quando la Hostes ci fece segno di andare verso lei, eravamo subito pronti; ci aprì la porticina della cabina di comando e dopo un fugace saluto del comandante e del personale di comando, siamo stati invitati ad avvicinarci ai vetri per poter veder meglio Madrid tutta illuminata: lo spettacolo era meraviglioso, guardai il Patriarca, era rapito dalla meraviglia, guardava a destra e a sinistra, era soddisfatto e felice, ringraziò sentitamente il comandante e tutti i presenti con il suo modo cordiale e semplice. Abbiamo preso alloggio in un albergo vicino al Santuario di Fatima, lui si alzava presto, una mattina lo incontrai a pochi passi dalla scalinata, gli chiesi una preghiera particolare per la mia famiglia; mi fece segno di benedizione, lo salutai familiarmente, era quanto lui voleva da noi pellegrini.

La seconda domanda: che emozione ha avuto a partecipare alla S. Messa del Patriarca nella chiesetta del Monastero dove viveva suor Lucia?
   Un altro ricordo di questo meraviglioso viaggio fu quando tutti assieme visitammo il sito ove i tre bambini videro l’apparizione della Madonna, e la casa ove visse Suor Lucia e la sua famiglia e trovammo sua sorella, una vecchietta tutta vestita in nero, ci accolse felice della visita. Poi ci siamo messi in viaggio per la città di Coimbra ove vi è il convento nel quale da molti anni vi si era ritirava Suor Lucia. Nella loro chiesetta il Patriarca vi celebrò una particolare messa, alla presenza, dietro la grata, di Suor Lucia. Anche in questo caso fui partecipe per i preparativi nella sacrestia, per me fu una grande gioia servire sua Eminenza. A fine celebrazione il Patriarca si ritirò a colloquio con Suor Lucia, mentre tutto il gruppo lo abbiamo atteso con ansia onde poter sapere qualche novità.
   
Era ora di pranzo, una sala riservata di un ristorante ci attendeva; abbiamo preso posto, un tavolo era riservato per sua Eminenza e Monsignor Carli e altri collaboratori, e qui che a viva voce un po’ da tutti abbiamo chiesto se suor Lucia le avesse svelato qualche segreto; il Patriarca si alzò e ci disse: questa suora piccolina ma grande nel dialogare continuava a chiamarmi Santità e più che le dicevo che ero un semplice Cardinale lei continuava a rivolgersi con gran rispetto, inchinandosi mi diceva Santità! Nulla mi ha svelato, è una carissima persona! Nel proseguire abbiamo visitato Lisbona e poi con rammarico il Patriarca Albino Luciani ci ha lasciati per impegni già in programma e con una benedizione a tutti ci augurò una buona continuazione del viaggio. Ci siam lasciati con dolore e nello stesso tempo con infinita gioia di aver potuto vivere intensamente quei tre giorni assieme ad un uomo che sprigionava amore vero verso l’umanità.
   
Per questo porto con me questo ricordo in eterno e scorgo sempre la sua immagine con il sorriso beato che ti dà la forza di vivere in pace. Chiudo questo mio ricordo dicendo che Suor Lucia fu profetica chiamandolo “Santità”.

Ugo Padoan

 

GHISEL IN FESTA

L'Oasi Papa Luciani a Ghisel di Cencenighe Agordino   Grande festa veneziana a Ghisel di Cencenighe Agordino all’Oasi Papa Luciani che ogni anno, nel periodo estivo, ospita giovani e famiglie di Venezia, e Terraferma, per un incontro preceduto dalla S. Messa nel ricordo del vecchio Patriarca.
   
Il rito sotto il gonfalone di San Marco e quello Vaticano, è stato officiato dal fondatore e responsabile del centro don Ettore Fornezza. Durante la S. Messa don Ettore ha ringraziato per la numerosa presenza di ex ragazzi con mogli e figli, circa un centinaio, ospiti della zona e dei paesi vicini, che ogni anno salgono a Ghisel per vivere una giornata di festa. Nel prossimo anno 2008 sono trent’anni della scomparsa di Papa Luciani e dell’inizio dell’Oasi.
   
I gruppi che si avvicendano in questo centro sono composti da vacanzieri che partecipano anche a campi scuola, e incontri di riflessione e di spiritualità. Nel ricordo di Papa Luciani per il prossimo anno è già programmato un intenso ciclo di manifesta- zioni civili e religiose. Sarà anche inaugurato un moderno Tabià che servirà da sala multiservizi per gli ospiti del centro.


A ricordo di Papa Luciani
PREGHIERA

O Santo Padre che fosti chiamato
“di Dio il sorriso”
fa che dal Paradiso
dove sei andato
la luce del Signore
discenda su ogni povero viso!
E nelle tante tribolate terre
di questo cattivo mondo,
(Se “Dio è madre”)
fa che un segno Suo d’amore
ferisca il duro cuore
di chi fomenta l’odio e le guerre...
Pensando che in fondo,
tutti, cristiani o musulmani
speriamo nella fraterna giusta pace,
per un sereno domani.

Luciano Pitoni, Copparo (FE)

Pastore del gregge di Cristo
per essere Santo

  

una altra entrata del centro Papa Luciani   Il numero 3 della rivista “l’editoriale” a cura del Direttore portava il titolo “Santità” ed era quasi un “compendio” dei vari interventi che avevano trattato il valore sublime della santità che si riflette su Giovanni Paolo I, il Papa di appena 33 giorni di servizio pontificale. Nella solennità del Sacro Cuore di Gesù, voluta dal Servo di Dio Giovanni Paolo II, si tiene la Giornata Mondiale per la Santificazione Sacerdotale. Poiché questa festa del Signore, cade sovente in giugno, al termine dell’anno pastorale, i Presbiteri sono soliti adunarsi con i loro Vescovi in qualche centro di spiritualità non tanto per fare un bilancio del servizio svolto ma vivere una giornata di comunione intensa e fraterna per riflettere sul legame che unisce il binomio di parole: ministero e santità. La scelta di questa giornata opportunamente è caduta sulla solennità del Cuore di Gesù perché i Sacerdoti proprio guardando al cuore del Salvatore, attingano dal costato squarciato dalla lancia del soldato, la grazia e la santità necessarie per adempiere con generosa dedizione ai doveri del loro stato.
   
Ogni Pastore del gregge di Cristo (Vescovo, Sacerdote, Diacono) è consapevole che, per adempiere ai doveri che il ministero comporta in quanto derivato dall’imposizione delle mani e dal dono dello Spirito, bisogna progredire sulla via della santità, sforzandosi ogni giorno e oltre ogni misura di ricopiare in se stessi le virtù più caratteristiche che furono proprie del Redentore: mitezza e mansuetudine, dolcezza e bontà, misericordia e perdono, amore e ricerca continua dell’uomo per farlo vivere in piena comunione con il Padre. Queste caratteristiche del Cuore del Signore le ricopiò in maniera altamente stupenda e ammirabile il Servo di Dio Giovanni Paolo Primo. Nel cammino umano e cristiano, sacerdotale ed episcopale di Albino Luciani fino ai 33 giorni sulla cattedra petrina, è dato vedere riflessa in lui l’immagine del Cristo Signore, Buon Pastore; quella figura che fin dai primi tempi dell’era cristiana è presente nei cimiteri cristiani, è familiare ai fedeli e dalla Liturgia è applicata ai Pastori che più da vicino, proprio nel farsi autentici modelli del gregge, imitano il Redentore nel pascere con sapienza e amore la porzione di pecore affidata.
   
Mostrandosi nella veste del Buon Pastore che vigila sulla sicurezza delle pecore, attende ai doveri del ministero e nell’adempimento fedele e generoso del servizio mira a santificare tutto se stesso per divenire santo, Papa Luciani, ci ha rivelato l’immagine di un Dio che è amore e misericordia, che non si stanca mai di andare in cerca dell’uomo, anche se lo ha abbandonato, oltraggiato, tradito, vive nella più squallida miseria a motivo del peccato. Papa Luciani ha rivelato agli uomini del suo tempo la sollecitudine che il Cristo Signore aveva ed ha per le pecore che smarriscono la strada che conduce all’ovile.
   
Ma ai nostri giorni di fronte ai tanti mali e ai gravi errori da cui è contaminata la società di questo primo decennio del XXI secolo, che mira a fare a meno di Dio e di tutto ciò che trascende da Lui, l’immagine del Cristo Pastore, come Papa Luciani ha cercato di presentarla, stenta a farsi largo, a trovare un posto adeguato nelle coscienze e nelle strutture che regolano il vivere individuale e comunitario degli uomini. Tuttavia, questa società anche se l’immagine del Pastore apparentemente non gli serve, non gli è utile (tanto che si è perduta pure nello stesso contesto e costume agropastorale della vita rurale), si avverte da parte di alcuni strati sociali che se ne ha un bisogno vitale, tale da rasentare la necessità e ancor più l’urgenza. Giovanni Paolo I nel suo breve pontificato a livello universale, ma anche negli anni dell’Episcopato a Vittorio Veneto e a Venezia, come durante il ministero sacerdotale nella natia Diocesi di Belluno-Feltre, ha fatto comprendere come solamente l’immagine stupenda del Cristo Pastore che dona la sua vita, anzi, la offre e sacrifica, dà tutto, dà ciò che nessuna analisi scientifica, nessun progresso tecnologico e neppure lo sviluppo delle scienze umane potrà dare, soprattutto in termini di salvezza e di felicità. Presentandosi unicamente nell’aspetto di Pastore, Papa Luciani, ha dato modo ai cristiani e a tutti gli uomini di fargli sentire quanto sono intensamente amati da Dio, singolarmente, uno per uno, in modo assoluto, ma anche “globale”, cioè, universale, perché il cuore di Cristo pulsa, batte e ama senza riserve, limiti e confini.
   
Dall’esistenza umana e sacerdotale, episcopale e pontificale di Papa Luciani, vissuta in modo limpido, integro ed esemplare per tutti ho tratto questa convinzione che è una caratteristica la quale ben si addice alla sua persona: essere unicamente modello del gregge per divenire ed essere Santo.
   
Certamente Papa Luciani adempiendo alla missione di Pastore ha saputo trarre la forza, l’energia, la capacità e il coraggio per attendere a quella Santità che da gran parte del Popolo di Dio gli si vuole venga ufficialmente riconosciuta dal Supremo Pastore della Chiesa, così da meritargli di essere invocato “come amico, intercessore e modello di vita”, specialmente da coloro che in ogni tempo Cristo Gesù propone “maestri e guide nella sua Chiesa”.

Antonio Bartoloni

I suoi insegnamenti per esempi
Due Santi, un giovanotto e un vecchietto


1. Vladimiro Soloviev ha raccontato che «S. Nicola e S. Cassiano, scesi dal Paradiso per visitare la terra, videro un giorno, sulla loro strada, un povero contadino, che faceva inutili sforzi, nello spingere un carro di fieno, affondato nella melma. “Andiamo a dare una mano a quel poveretto”, disse S. Nicola. “Me ne guarderei bene! - rispose S. Cassiano - Avrei paura d’infangarmi la bianca clàmide”. “Aspettami, allora, o prosegui la strada da te solo”, disse S. Nicola, entrando senza indugio nella melma. Egli aiutò vigorosamente il contadino a trarre il carro dal pantano, poi raggiunse il compagno. Era tutto coperto di fango, con la clàmide stracciata e impillaccherata. Quando S. Pietro lo vide in quello stato, se ne meravigliò. “Che cosa ti è accaduto?”, gli chiese. S. Nicola raccontò il fatto. “E tu? - domandò S. Pietro a S. Cassiano. Non eri con lui giù sulla terra?”. “Sì, ma io ho l’abitudine di non immischiarmi in ciò che non mi riguarda. E bado soprattutto di non macchiarmi la clàmide e di mantenerla immacolata”. “Ebbene - disse S. Pietro - tu, Nicola, che non hai avuto paura di sporcarti, aiutando il tuo prossimo, sarai festeggiato due volte all’anno e verrai considerato come il più gran santo, dopo di me, di tutta la Russia. Tu invece, Cassiano, contentati d’aver la clàmide immacolata, perché la tua festa ricorrerà soltanto negli anni bisestili, una volta ogni quattro anni”».

* * *


Un giovanotto aveva spaccato con il bastone la vetrina ed altri oggetti di un negozio. La strada fu tutta piena di curiosi, che guardavano e commentavano. Il giorno dopo al negozio arrivò un vecchietto con una scatola sotto il braccio; si levò la giacca, estrasse dalla scatola colla e spago e con pazienza si mise a mettere vicini i cocci e i vetri rotti per incollarli. Finì dopo ore e ore. Ma, stavolta, a nessuno inte- ressò il lavoro. Qualcosa di simile avviene coi giovani. Fanno chiassate e dimostrazioni, tutti guardano. Piano, piano, con fatica e pazienza, genitori ed educatori mettono a posto, colmano lacune, rettificano idee; nessuno vede o applaude.

 

VERSO LA BEATIFICAZIONE
La fama di santità di cui gode

  Sappiamo bene che per iniziare una causa di beatificazione e canonizzazione è necessario accertare che esista nel Popolo di Dio, autentica fama di santità nei riguardi della persona di cui si vuole iniziare la Causa. Significa cioè che la vera fama di santità comporta sempre una devozione verso il servo di Dio e la fiducia nel suo potere di intercessione, per cui la gente lo invoca; le grazie ricevute poi sono quelle che maggiormente contribuiscono alla diffusione della fama. Si crea così un certo movimento all’interno della comunità dei fedeli che non si spiega se non con l’intervento divino.
   
La fama di santità e di grazie induce così a vedervi un misterioso progetto di Dio che vuole essere glorificato in colui che, resosi conforme all’immagine di Gesù, con le sue “opere buone” è divenuto “la luce che risplende davanti agli uomini” (cf. Mt 5,16). Voglio così iniziare a proporre qualche “esempio” di fama di santità di cui gode il nostro Papa Luciani. “Il fascino del Servo di Dio Papa Luciani suscita slanci verso l’alto e gratifica il cuore!”. “Ho tanto a cuore la figura paterna di Papa Luciani; così, per attingere più notizie possibile su di lui ho visitato il vostro bel sito (www.papaluciani.it). Ho apprezzato che abbiate messo on line “Illustrissimi”; me lo sono stampato tutto e rilegato per poterlo avere a portata di mano... Le sue parole sono attuali oggi più che mai e mostrano quanto lungimirante fosse Papa Luciani. Mi piace sempre più la sua persona, i suoi pensieri chiari, lineari, diretti...”. “... seppure non voglio cadere in luoghi retorici, il suo “sorriso” mi ha dato sempre la sicura certezza che si trattasse di un “segno” divino. La mia vuole essere soltanto una testimonianza di fede ecclesiale a questo Santo Pastore, che prego ogni giorno perché custodisca e guidi il mio ministero ecclesiale...” (dalla Polonia). “...l’ho conosciuto come uomo di fede profonda e forte, stile semplice, familiare, nobile e umile, accogliente instancabile... appassionato al disegno di Dio e uomo di preghiera. Ho ricevuto molte grazie: serenità, abbandono e accettazione e... anche ripresa in salute”. “Sono sicuro che la vita del Servo di Dio Giovanni Paolo I è per noi una lettera speciale e ancora aperta. Ho avuto occasione di leggere alcune meditazioni di Albino Luciani da vescovo e durante il suo breve pontificato dove traspare quella santità che nell’umiltà e nel suo sorriso si faceva carne”. “La sua semplicità, il suo carisma, il suo sorriso li porto sempre dentro di me. Mi manca tanto. Il Signore ce lo ha tolto troppo presto, donandoci un altro Papa immenso come Giovanni Paolo II, ma quello che poteva essere un Papa meteora (per la durata del pontificato) in realtà si è rivelato un grande Papa”. “...invoco sempre e gioisco per la bellezza spirituale di Papa Luciani.
   
La nostra vita è nelle mani di Dio, lasciamoci guidare da Lui, soleva ripetere... Ho fatto mia questa preghiera e fiducioso abbandono”. Testimonianze semplici, vorrei dire tolte dal quotidiano. Così come è stato il suo cammino di santità. A noi cogliere questo luminoso insegnamento.

Sac. Giorgio Lise
Vice Postulatore


 

La riflessione del Direttore
Nell’anno venticinquesimo...

   Sono giorni che un cielo terso avvolge dal mattino alla sera - e anche di notte - il cielo della nostra provincia: contorni nitidissimi, luce abbagliante, colori vivaci, distanze che sembrano ridursi tra noi e le montagne, i prati, le colline...
   
È un bel settembre! Si respira aria di novità, si sente crescere la voglia di fare, quasi per rispondere all’aria frizzante che, come una bambina impertinente, ti pizzica le guance e ti mantiene sveglio... E tu guardi queste meraviglie che abbracciano il Centro Papa Luciani in maniera così poderosa da sembrare un augurio particolare in questo compiersi di 25 anni di attività: augurio di freschezza, di vivacità, di limpidezza, di gioia, di vita. Grazie, Signore, per la novità che portano le stagioni: sempre uguali eppure sempre diverse.
   
Esse ci invitano ad osservare lo scorrere del tempo cogliendo i grandi doni che tu, nel tempo, ci fai. Grazie, Signore, per le persone che qui vivono o fin qui giungono, spesso sempre le stesse, eppure anch’esse ogni giorno nuove perché la tua presenza in loro, le rende così: un dono sempre nuovo posto sulla nostra strada per camminare insieme verso di te. Grazie, Signore, per le attività che in questo Centro ci hai permesso e ci permetti di fare. Chi viene qui magnifica la struttura e l’ambiente, è riconoscente con chi in questo luogo di pace e di serenità lavora, ma soprattutto ritrova - tante volte dopo molti anni - la tua presenza; riacquista serenità, deposita spesso il suo carico di angoscia, di fallimento e di peccato e ritorna a casa rinnovato e fresco, così simile a questo settembre di cui ci fai dono. Grazie, Signore, perché ci concedi di iniziare un nuovo anno pastorale che vogliamo vivere, come sempre, illuminati dall’amabile ed indimenticata figura di Papa Luciani.
   
Il Patriarca emerito di Venezia, card. Marco Cè, il 22 settembre 1984 inaugurando ufficialmente questo Centro che da due anni aveva iniziato l’attività ebbe a dire: “Questa Casa, che ad Albino Luciani si ispira e intende prolungarne nella sua terra la grazia, la presenza e la missione, vuole aiutare gli uomini a incontrarsi con Dio... Questa Casa non è per favorire la fuga dalle fatiche dei nostri giorni pesanti...è invece il monte sul quale il Figlio di Dio sale per immergersi nel mistero del Padre, che è amore, e poi discendere, con il peso travolgente dell’amore, a immergersi nella storia dell’uomo”. In questo gioioso anniversario noi rinnoviamo l’impego ad essere fedeli a questa consegna. O meglio a questa “vocazione”.
   
Il 17 novembre celebreremo ufficialmente la ricorrenza: guarderemo un attimo al passato per continuare con entusiasmo e perseveranza il cammino verso il futuro, certi, come disse mons. Ducoli, che “da questo colle, Papa Luciani continuerà a parlare di fede e di speranza, di bontà, di amore umile e generoso, per invitare gli uomini a cantare le lodi del Signore” (22.09.1984).

don Giorgio


 

Il “per sempre” a Lui che “da sempre” mi attendeva

Sr Alessia Farronato la seconda da sx   Con gioia desidero condividere le emozioni vissute il 9 settembre 2007, giorno della mia professione perpetua come Piccola suora della Sacra Famiglia. L’esperienza che Dio mi ha donato di vivere è carica di beatitudine, di paradiso. Nei giorni precedenti la paura era molta; quando è giunto il momento, ho indossato il vestito delle nozze, e quando la processione ha preso avvio... allora Dio mi ha preso in braccio e tutto ha assunto un colore diverso, il colore dell’essere totalmente in Lui.
   
La paura è svanita, la gioia si è moltiplicata senza misura. La mia voce si è irrobustita e ho lodato il Signore nel canto, nella risposta, nel “per sempre” che Lui “da sempre” stava attendendo da me. Grande la festa, belle le luci, i canti, lo stare insieme... e quando tutto finisce sembra scendere la malinconia e la nostalgia di tanti bei momenti vissuti insieme. ... e invece no... non è così... perché il vissuto di quel giorno è stato la porta di ingresso verso un modo di vivere nuovo, carico della certezza che Lui agisce in ogni momento e che nelle mani di Dio tutto è grazia. Ci sono le difficoltà, il cammino è duro ma... nelle sue mani tutto trova il vero significato, il giusto peso e colore.
   
Con questa esperienza così forte ho ripreso la vita nel mio quotidiano. Qui, oggi, il “per sempre” trova il suo vivere nelle relazioni, nella vita di comunità, nell’apostolato, negli impegni di scuola. Nulla sembra essere cambiato, in realtà tutto è cambiato perché nel “per sempre” è più forte il desiderio di cercare ancora di più Lui, il Signore della gioia, Lui il vero essenziale. Il quotidiano è diventato ancor più continua ricerca della sua volontà dentro ciò che sembra banale e senza importanza. Nulla è marginale perché in Lui tutto è davvero grazia.

Sr Alessia Farronato

 

 

.: Incontri culturali

  

Andrea Mingardi ospite al Centro Papa Luciani    L’attività culturale del Centro Papa Luciani prosegue anche grazie al supporto del Comune di Santa Giustina, della Provincia di Belluno e del Consorzio Bim Piave. Il 10 agosto il pubblico ha potuto apprezzare l’incontro-concerto con Andrea Mingardi, autore e interprete della canzone italiana, accompagnato alla tastiera da Maurizio Tirelli.
   
Attraverso le sue avventure musicali, Mingardi nel suo libro edito dalla Mondadori racconta la storia di un’Italia che ricomincia a vivere. All’inizio degli anni ’60 la cultura americana offriva le sue lusinghe attraverso il cinema e la musica. Mingardi capì cosa avrebbe fatto nella vita ascoltando la radio e la straordinaria ventata di novità che arrivava con la musica americana. Durante l’incontro ha dimostrato le sue doti di cantante e di grande intrattenitore coinvolgendo tutti i presenti in ricordi e canti. Dopo una breve pausa estiva, con tre appuntamenti è ripresa la programmazione 2007/ 2008, giunta alla quattordicesima edizione.
   
Il 22 settembre, Diego Dalla Palma, uno degli esperti d’immagine più prestigiosi del mondo, ha parlato del suo libro “Per amarsi un po’” (Sperling&Kupfer), proponendo una serie di riflessioni sulla felicità, l’amore e il lavoro, le relazioni. Dalla Palma riflette sul rapporto con noi stessi e con gli altri, allo scopo di migliorarlo e vivere con maggiore serenità e consapevolezza.
    
Il 24 settembre l’atteso incontro con Susanna Tamaroche ha presentato il suo romanzo “Ascolta la mia voce” (Rizzoli). Si tratta del grande ritorno al romanzo della scrittrice triestina. È una storia intensa e coinvolgente che non ha paura di affrontare temi eterni: l’esigenza di riconoscerci in un passato in cui affondare le nostre radici, la necessità vitale di coltivare con pazienza un senso del futuro.
   
Infine il 28 settembre serata davvero particolare con il libro “L’algoritmo del parcheggio. Il lato divertente della matematica” (Mondadori). L’autore, Furio Honsell, è il Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Udine, noto al pubblico per la sua partecipazione quale “ospite matematico” a numerose puntate della trasmissione “Che tempo che fa” in onda su Rai Tre. Il prof. Honsell si diverte a ribaltare i pregiudizi di chi crede che i numeri siano quella roba noiosa e inutile confinata in qualche brutto ricordo scolastico, dimostrandoci che facciamo matematica tutti i giorni, anche (e soprattutto) senza accorgercene. Basta seguire la giornata del signor “Io Che Sononegatoperlamatematica” (che per comodità verrà chiamato solo con le iniziali, signor I.C.S.) per scoprire la matematica, la fisica e l’informatica che si nascondono dietro tanti nostri gesti quotidiani. Stordendo piacevolmente i lettori con problemini, Honsell ci invita a scoprire il bello e possibile della matematica, il mistero nascosto dietro molte domande apparentemente banali, il godimento che regala ogni piccola scoperta.

Michelangelo De Donà