HUMILITAS - papa Luciani
Anno XXIV - aprile 2007- n. 2

La risurrezione di Gesù certezza che deve rimanere

#2 La bussola di orientamento

#3 La chiesa resta viva

#4 Un fraticello e l'ortolano di Trilussa

#5 Dalla delusione alla gioia

#6 Di là qualcuno ti ha aiutato

#7 Il sorriso di Dio

#8I laici agiscono da consacrati

#9 Buon compleanno Santo Padre

#10 Si apre in Puglia il processo sul miracolo

#11Una riflessione sul matrimonio cristiano

Prendimi come sono

Incontri culturali

 

La risurrezione di Gesù
certezza che deve rimanere

di Albino Luciani

 
  Leggendo i Vangeli ci appaiono secchi e scabri. I discepoli mai attestano di aver visto Cristo risorgere, mai dicono l’ora e il come sia risorto. Hanno visto Cristo e basta. Sono sicuri di averlo visto, ma la loro sicurezza è mediata, riflessa, ha richiesto un rovesciamento di psicologia, un nuovo stato d’animo. La sera del venerdì santo essi sono, infatti, a terra: aver aspettato con fiducia immensa un trionfo spettacolare di Cristo e vederselo in croce! E il crollo di tutto. Quando Cristo appare loro la sera di Pasqua, non trova affatto gente intenta a pensare alla resurrezione e capace di creare un fatto a furia di immaginarlo entusiasticamente! Trova discepoli diffidenti, sulla difensiva, invasi dal timore di prendere un’altra cantonata. Ciò obbliga Cristo a trattarli con somma delicatezza: spiega loro le Scritture e fa toccare con mano lo stretto legame, predetto dai profeti, tra sofferenze e glorificazione del messia. Per farsi meglio riconoscere, ripete certi gesti suoi familiari come lo spezzare il pane. Chiama Maria con la stessa flessione di voce di una volta. Dice: “Guardate le mie mani e i miei piedi, sono proprio io! Palpatemi e osservate: uno spirito non ha carne e ossa come vedete che ho io” (Lc 24,39). E, poiché esitano ancora, alla loro presenza mangia del pesce arrostito.

* * *

   Tutto questo mi pare favorevole ad apparizioni esterne, a un periodo reale tra Pasqua e ascensione, a una pentecoste distinta, nel tempo, dalla Pasqua. Lo so, ci sono alcune divergenze nei racconti. Per esempio: in Luca gli angeli della resurrezione sono due, in Matteo e Marco è uno, in Giovanni mancano completamente; secondo Marco, le donne non fiatano con alcuno, secondo Matteo e Luca, invece, sono proprio le donne che avvertono gli apostoli. Ma io ho sempre davanti la sentenza di Eraclito, che padre Lagrange ha posto in testa al suo Vangelo secondo Gesù Cristo: «concordanza tacita vai più che concordanza palese ». Newman diceva poi che diecimila difficoltà non fanno ancora un dubbio. Nel caso nostro resta che, nonostante alcune divergenze e l’autonomia dei singoli evangelisti, c’è accordo pieno e massiccio su due punti essenziali: Gesù era morto ed è stato visto esternamente vivo di nuovo; risuscitato, egli si comportava, è vero, in modo differente di prima, ma era, in carne ed ossa, quello di prima.
   
Questi due punti sono stati una certezza nel passato; certezza devono rimanere. Su di essi poggia la fede nella resurrezione, che è tessuto della nostra vita cristiana e sostegno della nostra speranza! Né facciamoci mettere paura da qualche presa di posizione secolarizzante.
   
Posizioni ben peggiori si notavano nei primissimi tempi della Chiesa. Ma qual è stata la risposta degli apostoli? “Quel che abbiamo udito, quel che abbiamo veduto coi nostri occhi, quel che abbiamo contemplato e le nostre mani hanno toccato... lo annunziamo anche a voi” (l Gv 1,1-13).

Opera Omnia 5,368

 

--- Benvenuto ---

   Verrà a riposarsi respirando un po’ d’aria buona fra le nostre montagne, quest’estate. Nella terra di papa Luciani. Sulle orme del suo predecessore, che godette fra noi alcune giornate estive, per sette anni di seguito, nella casa di proprietà della Diocesi di Treviso, a Lorenzago di Cadore. Non si chiamava ancora BenedettoXVI il card. Ratzinger, quando avemmo l’onore di ospitarlo nel nostro Centro, dove tenne una lezione magisteriale molto seguita e l’indomani, nella giornata domenicale, celebrò l’Eucarestia nella Basilica Cattedrale, salì sul Nevegal per una visita, brevissima ma intensa, al Santuario dell’Immacolata e poi si trattenne affabilmente, in città, a pranzo con noi. Erano i giorni 16 e 17 ottobre 2004, mancava solo un grappolo di mesi alla Sua elezione al Sommo Pontificato, che avvenne nella primavera dell’anno seguente, come abbiamo ricordato con gioia in questi giorni. Gli diamo fin d’ora un gioioso benvenuto e gli esprimiamo profonda gratitudine per questo grande gesto di benevolenza che incoraggia il nostro amore alla sua amabile persona e l’adesione filiale al suo splendido magistero.

Mario Carlin

 

La bussola di orientamento

Edoardo (Berto) Luciani, fratello di Giovanni Paolo I, ha compiuto in questi giorni 90 anni. Un grande augurio da tutti i nostri lettori.    I tristi fatti di violenza, di morte di questi giorni hanno fatto ricordare qualche riflessione di papa Luciani, nelle familiari conversazioni durante le celebrazioni in chiesa ed anche fuori della chiesa. Egli amava incontrare la gente, attento a dare una lettura evangelica ai vari avvenimenti e situazioni con la preoccupazione che le sue parole non fossero “nuvole alte che non mandano pioggia”, ma che annunciassero la “buona novella” del vangelo.
    Egli sottolineava che “il dramma e i fatti delittuosi (che si erano verificati in quei giorni) coinvolgono tutti e le violenze, le circostanze aprono gli occhi su una tremenda realtà. Si è letto anche che in Italia in fondo, il popolo resta buono; ma se giorno dopo giorno si demoliscono valori civili e umani, se si scardina l’autorità dei genitori, dei maestri, se perfino il vangelo viene piegato alla violenza, se psicologie e ideologie sfasciano il vivere sociale ed educativo, saltano fuori simili frutti... Se si sfascia e si scompagina la famiglia, la chiesa, se si semina e si gonfiano le persone di odio, di disprezzo, di irrisione, di insulti, di bastonate non si raccoglie se non tempesta”.
   Aggiungeva Luciani: “Gesù ci ha consegnato il filo conduttore, la bussola di orientamento della vita personale e sociale; ci ha dato il meglio per la riuscita della nostra esistenza: “Cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia; amatevi l’un l’altro; perdonate; non fate agli altri quello che non vorreste fatto a voi stessi, osservate la mia parola: ...sarete saggi come chi costruisce la casa sulla roccia... vivrete come un albero piantato lungo corsi d’acqua... Noi stiamo ignorando quel filo, ci siamo aggrappati ad un permessivismo senza confini, a un consumismo sprecone, ad un relativismo che non porta da nessuna parte, ad un illusionismo strabico, ad uno spontaneismo mortificante, a divisioni corrosive incapaci di collaborazione costruttiva, alla critica di tutti contro tutto, alla violenza come ragione per farsi spazio ed avere più potere”.
   Come mai siamo precipitati così in basso? Luciani rispondeva: «“Alfred De Musset, un secolo fa, scriveva: “Ve lo dico io come è andata: afferrato il crocifisso, l’abbiamo calpestato e ridotto in polvere. Ma, allora, ci sentiammo infelici; ci oppresse il bisogno di raccogliere quella polvere, di rifare l’immagine del crocifisso o di inginocchiarci davanti ad esso”. Pare scritto oggi. Ridotto in polvere non il Crocifisso: siamo noi i frantumati, costretti a vivere in mezzo alla paura, alla insicurezza e alla intimidazione. Siamo noi ad assistere allo spettacolo delle sfide e delle beffe di coloro che pretendono di essere i giustizieri ed esecutori della libertà. Senza Dio tutto diventa possibile». Luciani raccontava anche: “In una chiesa affollata, una persona si alza e dice forte: Padre, sono già due mila anni che si predica questo Vangelo... viviamo in un mondo dove esiste il cristianesimo, la chiesa, tanti hanno avuto il Battesimo, il Matrimonio, una educazione cristiana, come mai non è cambiato nulla? Il predicatore invitò quella persona ad avvicinarsi e: - Scusi, le disse, - ma mi pare che lei abbia il colletto della camicia sporco; scusi... non la voglio offendere, ma solo domandarle: se il colletto della sua camicia è sporco, la colpa è del sapone che non ha pulito o... - Non è del sapone, rispose subito, ma la colpa è tutta mia che non ho usato bene il sapone che avrebbe pulito la camicia”. E il Vescovo aggiungeva questo episodio: “Gandhi un giorno stava seduto in riva al fiume, con il bastone tirò fuori un sasso dall’acqua. Era tutto bagnato all’esterno; lo ruppe, dentro il sasso era tutto asciutto... Lui fece questa riflessione: questo sasso assomiglia ai cristiani di Europa... da anni, da secoli sono bagnati dal cristianesimo, ma dentro non si sono lasciati bagnare dalla parola di amore del Vangelo”.
   
Esortava Luciani: «Abbiamo possibilità e aiuti per venirne fuori: possiamo vincere il male con il bene, coltivare il rispetto per la vita e la libertà, uscire dalla grigia e passiva neutralità, dalla fatale indifferenza che non si dichiara per quanto fa grande l’uomo. I pensieri, le parole, gli atteggiamenti dei mezzi della comunicazione sociale sono un seme dal quale dipende il frutto della vita. Quanto viene veduto o sentito non cade in terra di nessuno, ma opera su persone vive, impasta situazioni di vita e decisioni di vita. I cristiani hanno presenti le parole di Gesù: è dall’interno e non dall’esterno della persona che escono adulteri, ingiustizie, immoralità, odio. E la parola di Gesù è “parola di vita eterna” e farà liberi. Noi abbiamo ricevuto da Gesù stesso la Parola di Dio e i Sacramenti come mezzi di salvezza e la nostra missione e fortuna è rimanere fedeli, avere più fede sulla sua parola, la migliore e la più potente, e sulla parola di Gesù calare la rete per la pesca... che sarà assicurata, abbondante; la sua è sempre parola vincente. Questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. Si può constatare come la scienza trionfa e la applicazione tecnica viene tradotta in pratica perfetta. Mancano, tracce di pietà umana e di santo timor di Dio. Cristo ha condannato ogni violenza; se ha insegnato una rivoluzione o cambiamento radicale è stato il cambiamento dei cuori, da cattivi in buoni, come premessa di ogni società ben ordinata. La riforma di Cristo spinge a riforme anche audaci ad una società zoppicante, nel rispetto della vita, della libertà, escludendo in ogni caso l’odio, il furto, l’inganno, la violenza, la vendetta per riempire i cuori di fattivo amore».

Taffarel Francesco


La Chiesa resta viva


Luciani, Patriarca di Venezia, al Santuario di Castelmonte, presiede la celebrazione della S. Messa, tra l’arcivescovo di Udine, mons. Battisti e l’ausiliare mons. Pizzoni (1977).    “Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio...”(Ebr.13-7), sembra voler dire Luciani,nelle omelie tenute,in occasione della morte di alcuni Vescovi del Triveneto.

Mons. Fortunato Zoppas muore il 15 agosto 1969, presso il Seminario di Vittorio Veneto. “Era così umile e buono - dice Luciani - sopportando con sorridente rassegnazione la lunga malattia”. Era nato a Scomigo; studiato nel Seminario di Vittorio Veneto e a Roma, dove si laureò in diritto canonico. Fu mandato in Seminario come insegnante e poi Rettore. Dice Luciani: “Un Rettore comprensivo e paterno”. Fu consacrato Vescovo nel 1952 da Zaffonato, Stella, Muccin e inviato a Nocera de’Pagani, dove rimase 12 anni, pastore di quella diocesi. Nel 1964, ammalato, si ritirò e tornò nel seminario di Vittorio Veneto, dicendo: “Non prego di guarire, ma di fare bene la volontà del Signore”. Inizia così il suo calvario, confortato spesso da Luciani e dal Patriarca di Venezia. Luciani conclude la sua omelia: “Era un pastore molto impegnato nell’organizzare il catechismo; vivamente preoccupato delle sorti del seminario minore; vicino ai suoi sacerdoti col cuore, colla presenza, con gli sforzi per animare l’Azione Cattolica”.

Mons.Oreste Rauzi, vescovo ausiliare di Trento, muore il 2 febbraio 1973. L’omelia di Luciani inizia così: “Ho incontrato il vescovo Rauzi poche volte... Durante gli esercizi dei vescovi a Torreglia, lo vedevo passeggiare sempre colla corona in mano e assorto in preghiera”. Rauzi era nato a Brez in Val di Non nel 1888. Studiò a Trento, poi fu mandato a Roma a studiare presso l’Università Gregoriana, dove si laureò in filosofia e teologia. Ordinato sacerdote nel 1913, fu mandato cooperatore a Levico. Poi cancelliere vescovile, insegnante in Seminario e assistente dell’A.C. Fu consacrato Vescovo a Roma nel 1939 e fu sempre Vescovo ausiliare di Trento, ¨al fianco degli arcivescovi Endrici, De Ferrari e Gottardi. Dice Luciani che Rauzi “Fu un educatore felice e portava molti giovani ad una soda formazione cristiana, nello stile di don Bosco”.

Mons. Giuseppe Olivotti, vescovo ausiliare di Venezia, muore il 9 marzo 1974. Entrò in Seminario di Venezia nel 1925, a vent’anni. “Era ricco - dice Luciani - aitante, sportivo, appassionato di motocicletta e va a insaccarsi nella veste talare?...”. Nel 1929 venne ordinato sacerdote. A Roma si laureò in filosofia, poi ritornato a Venezia fu scelto come segretario del Patriarca La Fontaine. Ma la via maestra del suo apostolato sarà: l’assistenza e la carità. Via apertagli dal card. Piazza - dice Luciani - che nel 1937 affidò ad Olivotti l’assistenza religiosa e morale degli operai. Venne consacrato vescovo a Venezia dal card. Roncalli. Durante la guerra, Olivotti organizzò vari aiuti per profughi, perseguitati, reduci... Dopo la guerra, fondò una serie di colonie e case per bambini bisognosi, abbandonati e malati. “Dove è andato a prendere i denari?”, gli chiese Luciani. Risposta: “Parte a casa mia, parte a casa degli altri”.

Mons. Carlo Zinato, già vescovo di Vicenza, muore a Venezia il 23 giugno 1974. Luciani inizia la sua omelia: “Ho visto la prima volta mons. Zinato ad un funerale: quello del vescovo di Feltre e Belluno, mons. Cattarossi, nel marzo 1944”. Definisce Zinato: “Un vescovo pieno di vitalità, pastore vigile e vivace, con parola vibrante ed entusiasta, con un amore quasi geloso per la diocesi vicentina”. Nel 1943 gli arriva la nomina di Vescovo e poi la destinazione: Vicenza. “Posso dire che della diocesi vicentina, mons. Zinato fu innamoratissimo dal primo momento all’ultimo”, dice Luciani. E continua: “Sotto la veneziana signorilità del tratto, aveva un grande cuore, una fine bontà d’animo e schietta pietà sacerdotale”.

Mons. Vittorio De Zanche, vescovo di Pordenone, muore il 14 aprile 1977. “Un vescovo misurato di interventi nelle assemblee - dice Luciani - ma osservatore attento e acuto degli avvenimenti, conoscitore delle persone, ricco di cultura e senso pratico, soprattutto appassionato del bene della Chiesa di Concordia”. De Zanche confidava a Luciani, nei suoi ultimi anni: “Spero che le mie povere ossa possano rimanere in Portogruaro (non a Pordenone)... Mi sono già preparato la tomba. Vecchio, prossimo a rinunciare, desidero di restare con il mio popolo, anche dopo morte”. Servì la diocesi di Concordia per 30 anni. Alla fine si ritirò nella quiete dell’episcopio di Portogruaro. Ad una visita di Luciani, de Zanche disse: “Farò qui il Mosé che prega sul monte per voi Vescovi... e aspetterò la chiamata del Signore”. Conclude Luciani: “Noi poveri Vescovi passiamo, la Chiesa resta, viva, giovane, operosa, guidata da nuovi pastori... guardando alto e lontano”.

Cesare Vazza

Un fraticello e l’ortolano di Trilussa

  Si arriva a fare a chi più bestemmia, a chi inventa bestemmie nuove, a chi bestemmia in tedesco, eccetera. Cose incredibili, se non fossero dolorosamente vere; cose - direi - di marchio diabolico, come fece notare, quella volta, il fraticello della leggenda.
   
Il suddetto se ne stava nello scompartimento di un treno a sentire - tutto silenzioso, impotente e addolorato - le bestemmie pronunciate a gara da due giovani non educati, quando uno di questi, scherzando, disse: «Padre, devo darle una brutta notizia: è morto il diavolo!». «Mi dispiace tanto e vi porgo le mie più sincere condoglianze!», rispose il fraticello. «Condoglianze! E perché?», fecero insieme i due giovani. «Perché provo tanta compassione per gli orfani!». Il buon fraticello si era lasciato andare all’ironia. Quello che noi sentiamo per i bestemmiatori, specialmente giovani, non è ironia, ma interessamento, comprensione, desiderio e offerta di aiuto. Quanti siamo ad essi compagni, amici, superiori, parenti, con tatto e delicatezza, con rispetto alla personalità dobbiamo loro, secondo i casi, il consiglio amichevole, la garbata rimostranza, il rimprovero, talvolta anche il castigo. Sono però essi che devono soprattutto impegnarsi a togliersi di dosso la cattiva abitudine con decisione ferma e perseverante. Lo ricordate l’ortolano di Trilussa? «Se j’annava un pelo a l’incontrario / ...cominciava a biastimà: / “Corpo de...! sangue de...! Mannaggia la...!»..
   
Ma un giorno, mentre appunto bestemmiava, «scappò fora er diavolo / che l’agguantò da dove l’impiegati / ci hanno li pantaloni più logorati». Sentendosi trasportato per aria, pieno di paura, «l’ortolano diceva l’orazzione / ...“Dio! Cristo santo! Vergine Maria! / M’arricomanno a voi! Madonna mia!”». «Er diavolo, a sti nomi, è naturale / che aprì la mano e lo lasciò de botto: / l’ortolano cascò, come un fagotto / sopra un pajone senza fasse male. / “L’ho avuta bòna!”, disse ner cascà / “Corpo de...! sangue de...! Mannaggia la...!”». Trilussa, scherzando, dice efficacemente con quanta facilità certi cristiani passano dal proposito emesso nel pericolo e nella confessione, a nuove bestemmie. Parola data? Impegno preso? Tutto dimenticato per debolezza, abulia e vigliaccheria!
   
È il contrario che bisogna attuare: prefissarsi la nobile meta di avere la lingua moralmente netta e raggiungere la meta a costo di qualunque sforzo! Da cristiani!
   Da italiani! Da uomini!

Dalla delusione alla gioia

La famiglia di Vito e Maria Vaccaro da Cavarzano, incontra il card. Luciani a Belluno.   Ci sono delle espressioni che la liturgia invita a ripetere più volte fra le letture della Messa come uno slogan di grande valore, ma che rischiano spesso di scivolare via senza lasciare nessuna traccia nella mente e nel cuore. Ne ho marcata una nel tempo pasquale, in un giorno qualsiasi della settimana, che diceva: “Sei tu, Signore, la nostra speranza!”. Dopo la Messa mi sono trovato a ripassare quella frase in forma di preghiera e quasi rimproverandomi: si fa presto a dirlo; ma ne sono proprio e sempre convinto? Il mio modo di programmare la giornata, una iniziativa, gli incontri formativi e le relazioni con le persone, riflette sul serio questa convinzione di fondo, oppure faccio troppo affidamento sulle mie risorse e sull’aiuto che gli amici e i collaboratori più fedeli mi forniscono con tanta generosità e gentilezza? La verità è che il più delle volte ci ricordiamo del Signore, nostra speranza, quando la situazione prende una brutta piega, mentre se tutto fila liscio come l’olio rischiamo di fare la figura di un “Pierino” qualsiasi che a te sarebbe piaciuto tanto e che diceva con una grande soddisfazione fuori luogo: “Non faccio per vantarmi, ma oggi è una bellissima giornata!”.
    La nostra fede, si sa, prende le mosse da quel sepolcro vuoto che inizialmente ha spiazzato le donne e i discepoli, convinti di trovarsi di fronte ad un trafugamento del corpo di Gesù. Sarà Giovanni il primo ad infilarsi sulla strada del Crocefisso risorto, a riconoscerlo sul lago e ad aiutare gli altri nella fatica di credere ad un evento che ti cambia la vita. Lui, il discepolo al quale Gesù voleva un bene dell’anima, ci consegna l’idea che la fede e l’amore sono come le due facce della stessa medaglia. D’altra parte, in chi si deve riporre fiducia e speranza? In chi si ama, sapendo d’essere amati fino alle conseguenze estreme. Quei due poveretti che da Gerusalemme andavano verso Emmaus, con la morte nel cuore e con la delusione più umiliante scritta in fronte, hanno fatto un incontro all’apparenza casuale e sono giunti alla fede nel Risorto con il gesto del pane spezzato, segno dell’amore di chi dona la vita. E i sette apostoli che sul lago di Tiberiade erano già tornati al vecchio mestiere da pescatori, non erano forse già rassegnati a doversi arrangiare?
   È sempre lui, Gesù, a prendere l’iniziativa e a fare il primo passo, addirittura chiamandoli affettuosamente “figlioli” e indicando il punto preciso dove calare la rete. Stanchi e delusi da un’intera notte infruttuosa, accettano il consiglio, si fidano e si affidano al Risorto non ancora ben visibile, gli credono sulla parola e poi mangeranno con lui. Vedi, don Albino, ai bambini parlo della Messa dicendo che è il gesto di Gesù che dona la sua vita e a chi fa la Messa di Prima Comunione racconto questi fatti: quello di Emmaus e l’altro del lago con la sorpresa dei 153 grossi pesci. Ma è spezzando la Parola e il Pane che si fa la Messa e si fa bella la vita. E tu lo sai bene. Con affetto.

d. Licio



“Di là qualcuno ti ha aiutato”
di Albino Luciani

Un motivo estetico, il senso soprannaturale, o una inspiegabile intuizione dell’impulso patologico, nell’amplesso di percezioni umane, che improvvisamente attivano e legano forti emozioni e sentimenti di stima, affetti e venerazione verso una persona di cui, attimi prima, non conosci né dati anagrafici, né pensieri, parole, opere o il senso etico del suo comportamento umano. Fenomeni complessi che non giustificano un comportamento emotivo, ove l’irrazionale si sovrappone alla ragione, l’istinto alle riflessioni, espressioni che tracciano l’itinerario della vita umana, lungo il percorso del processo evolutivo e misterioso. Arcane disposizioni di Dio onnipotente, che trovano allocazione di quanto grande e manifesta sia la sua misericordia, quanto immenso il suo amore, posto nell’armonia della sua opera universale. Con questo animo, in modo imponderabile, inatteso e non predisposto, Giovanni Paolo I entrò nel mio animo, brevi ed intensi attimi di vive emozioni, e l’istinto lo associò ai miei affetti, custodendone gelosamente i ricordi e le prime impressioni.
   
Avvenimenti occasionali e circostanziati al rituale omaggio reso dai prelati al nuovo eletto al Soglio Pontificio, fu in quel momento che in me, la personalità di Albino Luciani, evulse con tutta la forza del suo animo, la sua vocazione spirituale, illuminata dalla grazia di Dio manifestò tutta la trasparenza del suo contenuto, trasferendo in me visive impressioni di umiltà e bontà dell’animo, umanità e ricchezza dello spirito, saggezza e cultura del pensiero, corollari di valori morali e cristiani, equilibrio di perfezione intellettuale. In tale occasione, il suo aspetto fisico rifletteva l’intensità del suo animo, rendendo affetti, più che ricevere omaggi; distribuire amore, più che accettare doni, con gesti gentili, cortesi e semplici, in un sorriso illuminato da simpatia.
   
Quella umanità che penetra nell’animo di chi è attento alla grazia di Dio, riscaldandone i cuori, accendendo la fiamma della fede; donando vive emozioni, che uniscono e cementano la stima e la simpatia del passato con l’amore e l’affetto del presente e la perpetua riconoscenza per il futuro, nella realtà di Dio onnipotente. Tristi momenti, quando mia sorella, mi informò che il notiziario del mattino aveva diffuso la notizia dell’improvvisa morte di papa Giovanni Paolo I, sbigottimento dell’animo che rifiutava di accettare tale realtà, ma l’atto di fede si consolida nella rassegnazione, mentre gli avvenimenti si avvicendano portandosi dietro ombre e luci. È di appena un anno fa, che distrattamente, sfogliando una rivista mi capitò sottomano l’immagine di Papa Giovanni Paolo I, e nuovi sentimenti sopiti ma non dimenticati, simili al processo di fotosintesi clorofilliano, invasero con nuova linfa i vasi del mio tessuto biologico, rinvigorendolo di fresca vitalità e con avida attenzione stralciai dalla rivista quell’immagine per tenerla esposta nella mia camera da letto ove tuttora resta custodita. Ma il caso è segno di predisposizioni, una giustificazione di fenomeni che attestano la volontà divina, quando, in prossimità del Santo Natale, 22 dicembre 2004, improvvisamente, mentre stavo per andare a letto, fui preso da crisi respiratoria, mia moglie a me vicina, preoccupata, voleva chiamare il medico, io cercai di tranquillizzarla e istintivamente mi volsi verso l’immagine di Papa Luciani e non trovandola ne chiesi motivo e ragione dove fosse e lei, traendola dal cassetto dove l’aveva custodita, la ripose nel posto prescelto, allora dissi: “questo Papa mi salverà”.
   
Gli avvenimenti precipitarono e fui ricoverato in rianimazione all’Ospedale di Oliveto Citra, ove rimasi per un breve periodo in osservazione, e successivamente dimesso, rientrai a casa, curato ma non guarito. Seguirono giorni di relativa tranquillità, quando improvvisamente, il venerdì che precede la Santa Pasqua, di questo anno, un nuovo attacco e altro ricovero in Ospe- dale, sempre più spesso in sala di rianimazione, ma fu durante il momentaneo trasferimento all’Ospedale di Eboli, per essere sottoposto alla TAC, che il disperato tentativo di rianimazione fece temere il peggio. In quella fase, malgrado l’impegno profuso e la capacità professionale del rianimatore, che si affannava con ardore a tale recupero, il mio cuore cessò di battere per alcuni interminabili minuti, al che i suoi aiutanti, constatato l’arresto dell’attività cardiaca, lo sollecitarono a desistere, tanto era inutile continuare data per certa la morte. Il silenzio che seguì fra gli operatori fu sepolcrale, ogni speranza riposta nell’oscuramento più cupo, il senso grave del vuoto, increduli e sconfortati, causò in essi un giustificato e temporaneo prolasso delle loro attività psicofisiche; una vita si era spezzata interrompendo il corso della sua esistenza e mio figlio, appena informato, sollecitò la madre ad allontanare la sorella per non traumatizzarla: tanto papà è morto.
   
Di questi fatti non ero a conoscenza, in me, nessun ricordo visivo di condizioni, luoghi o collegamenti che potessero avere influito sulla visione che seguì, non avvenimenti confusi, ma lucide sensazioni di quanto in successione si manifestò con immagini e sentimenti; fenomeni dell’inconscio e del paranormale, ove non si trova una giustificazione per avvenimenti non programmati quando la ragione non si elegge a giudice ed arbitro a disporre della propria vita e della propria morte e farne regia, animando immagini ed avvenimenti. Nella visione improvvisamente le mie sembianze, inizialmente contenute nell’aspetto umano, assumevano forme aeree, l’immagine trasudava da luogo riposto ed in estasi lievitava verso l’alto in un ampio spazio senza fine, in modo soave, sublime, di inspiegabile godimento, sgravato da peso e dimensioni, da un lato, in un alone roseo, fasci di luce si proiettavano in un centro sempre più intenso di luminosità, dall’altro lato, il senso della vita, i ricordi, gli affetti di moglie e figli, la presenza spirituale del Papa del sorriso e la istintiva invocazione: “Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo I” - per due volte ne evocai il nome - non sono preparato per la morte, voglio godere ancora dell’affetto di mia moglie e dei miei figli, aiutami, fa che torni con loro”. Dopo, tutto tornò nel buio, ma lo spirito che invade la materia, l’anima che rianima il corpo, il cuore, che improvvisamente riprende con impercettibili lievi battiti e sempre più frequenti, dà impulso al fiorire di nuova vita e al chiarore dell’Alba che precede l’Aurora, sprazzi di luce, annunziavano il nuovo giorno, dove visi stanchi e sofferti, solcati dalla sofferenza, rendevano pensieri rassicuranti, che disegnavano i sorrisi della speranza e della serenità; sui volti dei miei cari era rinata la gioia e la fiducia e dove la scienza pone i suoi limiti, il miracolo ridona la vita. Di questo, oggi, e con animo grato venero, onoro Giovanni Paolo I, il Papa del sorriso, Albino Luciani, è nel suo ricordo la fede di restare attaccato alla vita e godere dell’affetto della famiglia. Stima e rispetto per il dottore rianimatore, per l’impegno profuso, e i meriti per avermi narrato con cognizione di causa ogni minimo particolare relativo ai fatti su esposti, concludendo con un largo gesto, ruotando la mano: “io molto ho fatto, ma dal di là qualcuno ti ha aiutato”. Risposi: “io lo so!”.
   
Ringrazio il rev. don Antonio Tozzi, curato di S. Gregorio Magno, che nel narrargli della mia visione, quando al nome di Giovanni Paolo I, la sua espressione si illuminò di un caldo sorriso e sfiorandomi il braccio disse: “Peppino ! forse non Padre Vincenzo Bertolone dei Missionari «Servi dei Poveri» è stato eletto, in questi giorni Vescovo di Cassano allo Jonio (CS). Per molti anni ha frequentato d’estate il nostro Centro guidandovi anche Corsi di Esercizi Spirituali sulla figura e l’insegnamento di Papa Luciani. Collaborò anche alla nostra rivista. Al nuovo Presule felicitazioni ed auguri di fecondo servizio pastorale.sapete, che quando arrivarono le suore, provenienti da Venezia per operare nella nostra comunità, Albino Luciani, allora patriarca di Venezia, inviò loro tramite, la sua benedizione pastorale su S. Gregario Magno”. Commosso gli feci eco: “Allora io sono stato il suo primo miracolato del nostro paese”.
   
Questi attestati hanno radicato in me, eliminando ogni dubbio ed incertezze, che la visione non poteva essere un sogno, il senso della morte e della vita non era una immaginazione, ma realtà cromatiche della volontà divina, l’antimateria non è cosa astratta ma è la nuova dimensione umana nella sua eternità, i visi stanchi, sofferti dei miei congiunti, le preoccupazioni degli amici, che con solidarietà affettiva sono stati tanto vicini ai miei cari, sono i definitivi tasselli del reale, in un preciso incastro di un mosaico di amore ed affetto qualificante; non è la materia la ragione della vita, ma l’eternità nell’armonia del creato.

Geom. Giuseppe Lordi



Il sorriso di Dio

   Nelle serate di lunedì 23 e martedì 24 ottobre 2006 su Raiuno è andata in onda la fiction in due puntate: “Papa Luciani - Il sorriso di Dio”, per gran parte delle riprese girato nella città di Viterbo, capoluogo di questa mia Provincia. Nulla da eccepire sul piano e il valore artisticocinematografico, ma sono da registrare alcune “forzature” di troppo riguardo agli stretti collaboratori del Papa, presentati in maniera distorta, simili a personaggi invadenti, opprimenti, inclini a creare difficoltà di ogni sorta alla persona, o autorità alla quale stanno accanto. Fatta questa premessa voglio soffermarmi su due aspetti, anzi, fissare lo sguardo e l’attenzione su due scene: una della prima puntata, l’altra della seconda.
    Nella prima puntata mi ha colpito la scena quando l’adolescente Albino Luciani rivela al padre la vocazione di farsi Sacerdote, in quanto nel proprio intimo si sente di rispondere in senso positivo alla chiamata del Signore Gesù che lo vuole “Ministro del suo amore”. Il padre esprime, per ovvi motivi, non escluso quello “politico” che lo porta a non vedere di buon grado i preti e la stessa Chiesa, tutta la sua contrarietà, ma vinto dall’insistenza del figlio acconsente purché una volta divenuto Prete “scelga sempre di stare dalla parte dei più poveri”. Nella seconda puntata sono rimasto toccato da quanto nel colloquio tra Albino Luciani, divenuto papa Giovanni Paolo I, parlando con il primo dei suoi più stretti collaboratori, il Segretario di Stato (card. Villot), manifesta tutta la sua ansietà e preoccupazione “per quale tipo di Chiesa presentare a Gesù Cristo se ritornasse sulla terra”. Ritengo che in queste due scene sta la chiave per comprendere ciò che nella profondità del suo intimo animava Albino Luciani lungo il percorso della sua vita che da fanciullo lo ha accompagnato ad essere Seminarista, Sacerdote, Vescovo e Papa: presentare e consegnare a Cristo Gesù quale ritornasse sulla terra una Chiesa come è ben immaginata nel Cap. 5, vv. 25-27 della lettera dell’Apostolo Paolo ai cristiani di Efeso, e che, nel contempo, abbia a rivolgere tutte le sue premure e sollecitudini per i poveri e gli emarginati, i malati e i sofferenti, perché questi, come aveva già affermato il Diacono Lorenzo, sono i veri “tesori della Chiesa”. Oltre tutto il programma televisivo ha molto insistito nel presentare un Albino Luciani da Sacerdote e da Vescovo alquanto interessato a seguire le problematiche demografiche e le questioni sociali. Su questo aspetto, a mio modesto giudizio, si è un po’ esagerato, forzando la mano oltre misura, quasi a presentare Albino Luciani, come nel ruolo di un “sindacalista”, impegnato a difendere e tutelare i diritti dei lavoratori, dei disoccupati, dei più deboli, come gli aveva raccomandato il padre, nel momento di accordare il suo assenso all’entrata in Seminario.
   No di tutto questo. Albino Luciani volle sempre e ovunque essere e presentarsi “pastore di anime”, desideroso di servire unicamente Gesù Cristo, la Chiesa e l’uomo. Volle essere presente alle vicende temporali degli uomini e delle donne, vecchi e bambini, affidati alle sue cure di pastore, ma non sotto l’aspetto di “interlocutore o mediatore” per risolvere una vertenza sindacale, o chissà di quale altro tipo, ma privilegiando e manifestando valori più profondi incarnati dal messaggio evangelico quali la solidarietà, la fraternità, la giustizia e l’amore in tutte le sue più nobili e genuine espressioni. Volle in tutto presentare a quanti incontrava sul suo cammino l’amore gratuito e universale di Dio Padre che ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo per salvare l’uomo. Anche nei 33 giorni di ministero petrino fu sua premura presentare al mondo una Chiesa “dalle porte aperte”, dialogante, che propone un insegnamento sempre valido perché attinto dalle Beatitudini, i cui principi sono perenni, non hanno tempi di scadenza, come un qualsiasi prodotto commerciale, e sui quali poter impostare una vita irreprensibile e degna, segnata da opere buone e dalla santità in modo da riflettere l’immagine di Dio tra gli uomini.
   Certamente Giovanni Paolo I aveva idee e programmi abbastanza chiari, sapeva a quale traguardo e obiettivo condurre la Chiesa. Non era un “ingenuo” come si è voluto far credere in alcuni passaggi del film. Era pienamente consapevole del peso che era stato posto sulle sue spalle con l’ascesa alla cattedra di Pietro e seppe corrispondervi totalmente e pienamente, anche se lo spazio temporale fu limitato. Spesso si giudica una persona dall’apparenza, dai modi di fare semplici e umili, modesti e dimessi, tanto da ignorare ciò che veramente c’è nel cuore di questa persona. Così, forse, è avvenuto nei confronti di papa Luciani, ma ci si è sbagliati. Giovanni Paolo I ha offerto una grande lezione all’umanità e, specialmente, ai credenti in Gesù Cristo: ha mostrato “come si ama, come si serve, e come si lavora e si patisce per la Chiesa di Cristo”.
   E questa lezione deve valere dal Papa all’ultimo dei fedeli. Credo che a questo doveva mirare a mettere in risalto il programma televisivo, anche se con un po’ di fantasia, ma senza eccessi; avrebbe così fatto un lodevole e buon servizio alla figura di Giovanni Paolo I, a quella dei più vicini collaboratori, e alla Chiesa stessa, la quale, proprio alla luce del “rinnovamento” venuto dal Concilio Vaticano II, deve essere presentata sempre più al mondo come “sacramento universale di salvezza” per tutto il genere umano.
   Infine, un auspicio, che la fiction contribuisca a far riscoprire la figura di un Papa che vissuto nel XX secolo, per 33 giorni, ha riscosso una stima universale, in quanto ha incarnato e manifestato nella sua umiltà e semplicità di Pastore di anime, il volto sorridente di Dio.

Antonio Bartoloni

::: Il piccolo Francesco sta meglio :::

La Pieve di Canale d’Agordo.Desidero rendere testimonianza d’una guarigione per intercessione del Santo papa Luciani Giovanni Paolo I.
Essendo venuta a conoscenza, quasi incidentalmente, sul posto di lavoro, che il piccolo Francesco di dieci anni d’età, stava ricoverato all’Ospedale Gaslini
sofferente fin dalla nascita di continui attacchi d’asma, per cui si stava temendo fosse stato necessario un intervento chirurgico per asportare un polmone, intervenni presso lo zio Silvio che stava raccontando il fatto molto imbarazzato ed addolorato, dicendo di rivolgerci con tante preghiere, per l’intercessione
del nostro Santo papa Luciani. Io stessa, recandomi a Canale d’Agordo, feci celebrare nella Pieve una S. Messa.
Il piccolo Francesco oggi sta molto meglio, senza più necessità di sì grave intervento chirurgico e con riduzione notevole degli attacchi d’asma medesimi.
Ciò è quanto mi è stato riferito dallo zio stesso, al quale ho pure chiesto il permesso di rendere questa testimonianza. Ringranziando con tutto il cuore l’intercessione presso Dio del Santo Padre Giovanni Paolo I.

Luisa Maria Moscatelli
Genova

I laici agiscono da consacrati

Oggi, Vescovo emerito di Belluno-Feltre.  I nostri fratelli protestanti si appellavano al sacerdozio dei laici per fare della chiesa una livellante comunità di eguali. Nullus rasus, omnis rasus diceva Lutero, ossia: nella chiesa nessuno è sacerdote e tutti sono sacerdoti. I teologi cattolici post-tridentini, a reazione e «difesa», esaltarono episcopato e sacerdozio gerarchico, lasciando nell’ombra il fatto che anche i semplici fedeli sono dei consacrati e dei configurati a Cristo. Il concilio toglie l’ombra e fa piena luce, dicendo: c’è un doppio sacerdozio, uno che è comune a fedeli ed ecclesiastici e uno ministeriale proprio dei soli presbiteri; il primo (che pure è sacerdozio vero, reale e non metaforico) differisce essenzialmente e non solo di grado dal secondo; ambedue, a proprio modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo. Con questa affermazione il concilio si collega alla Bibbia e ai primi tempi della Chiesa. Scriveva s. Pietro ai fedeli: «Voi pure pietre vive quali siete, costruitevi a guisa di tempio spirituale per formare un sacerdozio santo, onde offrire vittime spirituali gradite a Dio, per mezzo di Gesù Cristo... Voi siete una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa, un popolo acquisito... voi che prima eravate “non-popolo”, ora invece “popolo-di-Dio”, voi “Non compassionati”, ora invece “Compassionati”» (I Pt 2,5-10). S. Giovanni, sulla stessa linea, continuava: «Gesù ci ama e ci lava dai nostri peccati nel suo sangue e ha fatto di noi un regno e dei sacerdoti a Dio Padre suo» (Ap 1,5-6). Nella prima antichità cristiana i fedeli hanno vissuto questo sacerdozio: la liturgia era culto reso a Dio da tutta la comunità: la preghiera era fatta dal sacerdote al plurale, era preceduta da espliciti inviti e apostrofi al popolo e confermata dall’amen o adesione finale plebiscitaria. Un amen di popolo, che, stando a s. Girolamo, rimbombava sotto le volte come tuono.
   
Tra altare e popolo c’era vicinanza; l’adesione intima di tutti veniva confermata e riconfermata dal saluto reciproco, dall’apostrofe e dal consenso. La partecipazione dei presenti alla mensa sacrificale era considerata come la conclusione naturale del rito. I fedeli assumevano il corpo di Cristo da sé, dopo averlo ricevuto sul palmo della mano; spesso portavano l’eucaristia nelle loro case per cibarsene da sé durante la settimana. Un po’ alla volta la situazione cambiò: il celebrante si distanziò dalla comunità, seguendo l’altare spostato sempre più verso lo sfondo dell’abside; il popolo non parlò più, non poté seguire le letture fatte in una lingua sconosciuta da un lettore che gli voltava la schiena; il cuore della messa, il canone, fu letto dal celebrante sotto voce; i fedeli si accostarono sempre più di rado alla sacra mensa, si sentirono solo spettatori, non attori, oggetto, non soggetto dei riti santi. I fedeli sposati, poi, si sentirono poco incoraggiati come ministri del matrimonio.
   
Per lungo tempo questo sacramento rimase nell’ombra. Numerosi canonisti e teologi medievali - sia pure contrastati da altri teologi e canonisti - avevano sostenuto che l’atto coniugale, pur compiuto in vista del suo fine legittimo, non è mai senza colpa, almeno veniale; il matrimonio era presentato come soluzione per le anime deboli, quasi ostacolo alla perfezione, con diffidenza.

* * *

   Col movimento liturgico e gli studi degli ultimi decenni le cose erano andate lentamente migliorando. Il concilio rese il miglioramento insperatamente rapido. Dopo la costituzione sulla santa liturgia, infatti, il fedele non ha più l’impressione di essere solo passivo e semplice “cliente” del celebrante, in chiesa; la lingua usata è la sua; in certe occasioni gli viene messo in mano perfino il calice col sangue prezioso del Signore e viene assicurato che egli è persona liturgica e ufficiale non solo se legge pubblicamente l’epistola, ma anche se prega, se canta, se si alza e siede con gli altri. Prega? In grazia del sacerdozio, che lo orna, la sua preghiera è degna di essere ascoltata da Dio con attenzione speciale.
   
Assiste alla santa messa? Solo il celebrante, certo, consacra il pane e il vino, transustanziandoli nel corpo e nel sangue di Cristo, ma i fedeli sono la plebs sancta e offrono con il sacerdote «la vittima divina e se stessi con essa» e con «tutte le loro opere, le preghiere e le iniziative apostoliche, la vita coniugale e familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale... e persino le molestie della vita». Nella santa confessione non il solo confessore interviene a riconciliare i peccatori; anche la chiesa infatti «coopera alla loro conversione con la carità, l’esempio e la preghiera». E coopera il penitente stesso: portando il dolore e il pentimento, egli porta un elemento necessario; la «quasi materia» del sacramento, dicono i teologi, collaborando sacerdotalmente con il sacerdote, che assolve pronunciando la formula. Infine, contraendo col matrimonio il loro patto di vita e di amore coniugale, l’uomo e la donna fungono da ministri, conferendosi a vicenda la grazia con un vero atto di culto pubblico, mentre il parroco, che benedice e assiste, interviene come notaio ufficiale della chiesa. Il concilio vede quell’atto di culto continuarsi idealmente nella famiglia, chiamata «santuario domestico della chiesa », nella quale i coniugi «devono con costante amore sostenersi a vicenda nella grazia per tutta la vita», «cooperatori della grazia e testimoni della fede reciprocamente e nei confronti dei figli e di tutti gli altri familiari», «i primi araldi della fede dei loro figli», formanti, a causa di vocazioni sacerdotali eventualmente scoperte in casa, della famiglia «il primo seminario».
    
Agli sposi - aggiunge il concilio - Cristo non solo «viene incontro attraverso il sacramento del matrimonio », ma «rimane con loro, perché... possano amarsi l’un l’altro fedelmente, per sempre, con mutua dedizione. L’autentico amore coniugale è assunto nell’amore divino ed è sostenuto e arricchito dalla forza redentiva del Cristo e dalla azione salvifica della chiesa, perché i coniugi, in maniera efficace, siano condotti a Dio e siano aiutati e rafforzati nella sublime missione di padre e madre. Per questo motivo i coniugi cristiani sono corrobati e quasi consacrati da uno speciale sacramento per i doveri e la dignità del loro stato».

O.O. 3, 453-454

BUON COMPLEANNO, SANTO PADRE

  

Benedetto XVI   In questo mese Benedetto XVI ha compiuto ottant’anni di vita e due anni di pontificato.
   Abbiamo gioito intimamente per questo meraviglioso dono che il Signore ha fatto alla Chiesa ed al mondo ed abbiamo pregato perché ci sia conservato ancora a lungo. In lui vediamo alcune linee della figura di Giovani Paolo I: la mitezza, l’umiltà, la letizia del cuore, la forte carica di speranza, l’immenso amore a Gesù ed alla Chiesa. Ci è caro ricordare, nell’occasione, un intervento dell’allora vescovo Albino Luciani, sul ruolo del Papa nella Chiesa.

 

 

Si apre in Puglia il processo sul miracolo


   Il Postulatore della Causa di papa Luciani, don Enrico Dal Covolo, ha dato la bella notizia di aver presentato al Vescovo della diocesi pugliese di Gravina-Altamura- Acquaviva delle Fonti il “supplice Libello” con cui si chiede che venga aperto in quella diocesi il processo canonico per un presunto miracolo avvenuto per intercessione del Servo di Dio Albino Luciani, oltre 14 anni fa. La decisione è stata presa dopo che anche presso la Congregazione per le Cause dei santi, la documentazione fornita a suo tempo era stata definita “interessante”. Tutto questo ci fa ben sperare anche per quanto riguarda i tempi necessari per l’esame, presso la stessa Congregazione, del Processo diocesano sulla vita, le virtù e la fama di santità del nostro amato papa Luciani, conclusosi il 10 novembre scorso.
   
Nell’archivio del Centro Papa Luciani esistono centinaia di testimonianze, attestazioni convinte di grazie ricevute per intercessione di Albino Luciani. Tuttavia per prendere in esame fatti che possano realmente far pensare a qualcosa di straordinario, inspiegabile scientificamente, occorrono documentazioni e circostanze ben precise. La Chiesa già dai primi tempi considerò indispensabile, prima di permettere il culto a un servo di Dio, che per sua intercessione si fossero operati fatti di natura miracolosa. In quanto al numero di fatti miracolosi e alla loro verifica, la prassi è mutata attraverso i secoli. A partire dal secolo XIII, la Chiesa cominciò ad esigere un vero e proprio processo per la verifica dei miracoli. Secondo la prassi attuale, per la beatificazione è sufficiente un miracolo avvenuto dopo la morte del servo di Dio e regolarmente approvato.
   
Per la canonizzazione si richiede un altro miracolo avvenuto dopo la beatificazione (cfr. Norme, art. 26). Solitamente, intorno ad una persona morta in odore di santità, sorgono gruppi di fedeli che si raccomandano alla stessa e cominciano subito a parlare di fatti miracolosi attribuiti alla sua intercessione. Talvolta, sono solamente frutto di fantasia o si tratta di favori e grazie che non possono essere presentati come miracoli. L’esperienza insegna che di cento casi indicati come miracoli, molto pochi possono essere considerati tali. E anche nei casi che sembrano più seri, bisogna indagare con attenzione per non perdere inutilmente tempo e trovarsi con l’amara sorpresa, dopo aver istruito magari un intero processo, che si trattava di un caso spiegabile secondo le leggi della natura.
   
Dato che per il momento non sono ammessi come miracoli per la beatificazione o canonizzazione i fatti straordinari di ordine morale (p. es., la conversione di un peccatore incallito, la riappacificazione di una famiglia disunita, l’abbandono di un vizio, come la droga o l’alcool, ecc.), bisogna concentrare l’indagine solo su fenomeni straordinari di ordine fisico. Tra questi, i fenomeni più comuni si riferiscono solitamente a guarigioni miracolose in seguito all’invocazione di un servo di Dio o un beato. Per il caso che riguarda l’intercessione di papa Luciani, si tratta di guarigione da un tumore allo stomaco, improvvisa e duratura non essendosi verificate ricadute in questi 14/15 anni. A noi ora continuare a pregare affinché, se questo rientra nei disegni di Dio, il processo sul miracolo si concluda positivamente e possiamo un giorno annoverare tra i beati questo grande “uomo di Dio”, figlio della nostra terra, che continua a suscitare nel mondo - a quasi 30 anni dalla morte - tanta ammirazione e devozione.

Sac. Giorgio Lise
Vice Postulatore

 

Una riflessione
sul matrimonio cristiano
terza parte (continua)

   C’è poi l’Offertorio: nel matrimonio si manifesta nel darsi e accettarsi reciprocamente; nel portare davanti l’uno all’altra la propria realtà umana e spirituale, con grande sincerità. Il nostro offertorio cristiano tante volte ha sottolineato che il pane è senza lievito perché è un pane di sincerità e di verità. Ciò che tante volte fa venire meno l’amore coniugale è proprio la mancanza di sincerità, di verità nell’offrirsi l’uno all’altra. Pertanto, questo momento del donarsi reciproco è estremamente importante nell’impegno del matrimonio cristiano: significa rinunciare a quello che è dell’uno e dell’altra per costruire quello che è “nostro”. Scrive Sant’Agostino, con felice intuizione, che il matrimonio è il momento nel quale finiscono le fredde parole “il mio” e “il tuo” e comincia ad esistere la calda parola che è “il nostro”. Le cose cominciano ad essere “nostre”, cessano di essere “mie” e “tue”.
   
E poi c’è la Consacrazione, il grande mistero dell’amore di Dio per la Chiesa. Essa ha un duplice aspetto: di trasformazione e di sacrificio. Quell’amore di fiaba, romantico (ti voglio bene, mi vuoi bene, non ti lascerò, non lasciarmi mai...) che si professa tante volte durante il fidanzamento, va trasformato. Con il matrimonio esso si trasfigura in amore sponsale, in amore coniugale; e, per la fede cristiana, questa è una trasformazione ontologica che si realizza attraverso il consenso matrimoniale. Esso non è una semplice dichiarazione di volontà, ma un momento nel quale prende forma qualche cosa di grande: si realizza il mistero del matrimonio cristiano. Così come si cambia il pane nel corpo di Cristo, il vino nel sangue di Cristo, così l’amore di fidanzati si cambia in amore di sposi cristiani. E questo si realizza attraverso l’oblazione, attraverso il sacrificio. Deve sparire e morire ogni egoismo. Il dono deve essere totale: come Cristo si è donato fino all’ultima goccia del suo sangue nel momento della crocifissione, così marito e moglie si donano fino all’eliminazione di ogni più piccola goccia di egoismo.
   
E questo, perché il matrimonio non è essenzialmente un contratto. Vi sono molte ragioni per cui comprendiamo quanto sia vero questo. Ne voglio ricordare una sola: nel contratto uno cerca in qualche modo di approfittarsi dell’altro: se uno vende una cosa cerca di realizzare il più possibile; se uno compra, cerca di arrivare al minor prezzo possibile; il compromesso è il contratto. E questo non è atteggiamento proprio del matrimonio cristiano, in cui - al contrario - si gioca a perdere: a perdere la vita personale per ritrovarsi in una vita duale. I greci, grandi maestri dell’amore, non hanno avuto nella loro lingua solo il numero singolare e il numero plurale (un soggetto unico e la moltitudine indifferenziata), ma hanno previsto anche il numero duale perché l’uomo può agire in modo qualitativamente diverso come singolo (singolare), come gruppo (plurale) e come coppia (duale). Ora, se c’è qualche realizzazione umana che faccia capire che cosa significhi questo numero “duale” che ha dato origine alle più belle poesie e cantici d’amore che esistono sulla terra, è proprio il matrimonio; solo all’interno di questa meravigliosa realtà si arriva alla fusione della diversità in una sola cosa, in una sola realtà.
   Ma questo non si consegue se non con il sacrificio totale dell’egoismo. Non contratto dunque; ma patto, alleanza, realtà duale, questo è il matrimonio.

Sac. Giorgio Lise


 

“Prendimi come sono”

L’immaginetta, con reliquia, di Giovanni Paolo I, predisposta per la conclusione diocesana della Causa di Canonizzazione con la preghiera composta dal vescovo, mons. Andrich.   O Signore, “stammi sempre vicino.
Tieni la tua mano sul mio capo,
ma fa’ che anch ’io tenga
il capo sotto la tua mano.
Prendimi come sono, con i miei difetti,
i miei peccati,
ma fammi diventare come tu desideri
e come anch’io desidero”.

   Con queste parole il tuo servo Albino Luciani, Papa Giovanni Paolo I, ti pregava. Il suo desiderio di santità fu esaudito: divenne tuo discepolo generoso e fedele e lo volesti Pastore e tuo Vicario per la Chiesa universale. Ebbe la grazia di essere un comunicatore esemplare per donarci, in semplicità e letizia, il vero, il bello e il buono. Fa’ che io aspiri a quello che tu desideri anche nelle grazie particolari che ti chiedo...
    Sull’esempio del servo di Dio, fa’ che comunichi intensamente con te e con il prossimo per attingere e donare, con umiltà e semplicità, la luce e l’amore che irradiano da te. Amen.


Giuseppe Andrich
Vescovo di Belluno-Feltre


 

INCONTRI CULTURALI
Gennaio-aprile 2007

Giulio Borrelli al Ristorante “Il Lauro”.  Ad aprire la rassegna culturale 2007 al Centro papa Luciani è stato il giornalista Michele Cucuzza, che il 20 gennaio ha presentato il libro “Ma il cielo è sempre più blu. Il delitto Fortugno e la rivolta dei giovani di Locri contro la ‘ndrangheta”. Ad affiancare il noto conduttore del programma di Raiuno “La vita in diretta”, Enzo Ciconte, docente universitario e consulente della commissione nazionale antimafia.
   
A un anno dal delitto di Francesco Fortugno, il vicepresidente della giunta calabrese ucciso a Locri, simbolicamente nel giorno in cui si svolgevano le primarie dell’Unione, questo libro fa il punto sulla rabbia, la voglia di riscatto, le speranze cresciute dopo quel delitto, il primo omicidio eccellente nella storia della Calabria. La vedova che decide di fare invece di piangere, i ragazzi di Locri, l’imprenditore che non paga il pizzo, il vescovo antimafia, il superpoliziotto, i politici, la società civile. A compiere questo viaggio in una terra spesso dimenticata dal sistema dell’informazione è Michele Cucuzza, giornalista abituato alla grande ribalta del pomeriggio di Rai Uno, che qui torna con umiltà alle sue origini di cronista sul campo, offendo un ritratto inedito e a tutto tondo di una terra piena di contraddizioni.
   Il 15 febbraio incontroconcerto di presentazione dei “Corali dell’Autografo di Lipsia di Johann Sebastian Bach” del m.o Lorenzo Ghielmi, per l’occasione organizzato dal Centro nella chiesa arcipretale di Santa Giustina. Il prezioso Autografo che riunisce i diciotto Corali di Lipsia (BWV 651-668) di Bach è conservato nella Biblioteca di Berlino, e risale agli ultimi anni della vita del grande compositore tedesco. La nascita di queste composizioni per organo è databile agli anni in cui Bach ricoprì la carica di organista a Weimar (1708-1717); in questo periodo scrisse la maggior parte delle sue opere organistiche. Parte di questo programma musicale è stato proposto da Lorenzo Ghielmi, uno degli organisti italiani di più alto prestigio internazionale.
   L’8 marzo Giulio Borrelli, responsabile della sede Rai di New York, è intervenuto sul tema “L’America e l’eredità di George W. Bush”, una serata per raccontare Copertina del libro di Meluzzi.Bush e Stati Uniti d’America dopo l’11 settembre 2001, il giorno che sconvolse il mondo. Borrelli, già direttore del Tg1, ha scritto su questo tema un libro intitolato “Uragano W. L’America in guerra”. Giulio Borrelli, già caporedattore e direttore del Tg1, conduttore del telegiornale delle 20 su RAI 1, ideatore e anchorman di trasmissioni e di servizi di approfondimento sulle principali vicende italiane, l’11 settembre 2001 era a New York e si preparava a seguire il presidente Bush nel programmato viaggio in Cina. Ma alle 8.43 di quel giorno il mondo cambiò. Ed è proprio sul cambiamento del pianeta, avvenuto in seguito all’attacco terrorista alle Torri Gemelle e al Pentagono, alla conseguente reazione americana prima in Afghanistan e poi in Iraq, nonché sui nuovi sviluppi della politica estera dell’America che ha parlato il noto giornalista televisivo. Un’analisi di attualità quella proposta da Borrelli che ha analizzato il pericolo del terrorismo islamico che minaccia l’occidente e la posizione intransigente do George W. Bush che ha deciso di affrontare di petto il problema con le sue campagne militari.
   Il 24 marzo altro interessante appuntamento con Alessandro Meluzzi che ha presentato il suo libro “ErosAgape. Un’unica forma d’amore”. L’autore, medico, psicologo, psichiatra e psicoterapeuta - ha proposto una bella riflessione attorno al tema “Che cos’è l’amore?”: questa domanda ha riempito il pensiero e la vita di decine di generazioni e di milioni di uomini e di donne nella storia del mondo. L’Amore è una pulsione, un istinto, un sentimento, ma anche un orizzonte, un ideale, uno stato dell’anima, una condizione del corpo e della mente e un dono della Grazia. ErosAgape, unico amore è la ricerca umana di uno sguardo, ma anche uno sguardo che ti cerca e ti accoglie, ovunque e dall’Alto.
   Il 13 aprile si è tenuta la presentazione del libro “L’etica a servizio della persona malata”. L’autore, monsignor Charles Vella, dell’Istituto Scientifico presso l’Ospedale San Raffaele di Milano e membro del Comitato Etico dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, propone di dare all’etica un volto umano, quello dell’uomo malato in quanto persona e immagine di Dio. Sono pagine maturate attraverso una esperienza di vita accanto al letto del malato; riflessioni legate ai tanti interrogativi etici posti dai malati, dai medici e dagli infermieri, particolarmente durante un ventennio di servizio all’Ospedale San Raffaele di Milano, che per l’autore è stato è rimarrà sempre un grande amore. Il libro dà all’etica quotidiana un volto umano in forma narrativa, comprensibile e accattivante.
D’altra parte, nell’esporre i princìpi etici e i fatti fa emergere e stimola non solo una coscienza critica, volta a denunciare tante situazioni negative che vanno rimosse nel trattare le persone malate, ma anche una visione nuova della vita aperta alla speranza.

Michelangelo De Donà